STOP OMOFOBIA A SCUOLA

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STOP OMOFOBIA A SCUOLA

 

“Le scuole devono essere luoghi sicuri, devono combattere gli atteggiamenti discriminatori, creare comunità accoglienti, costruire una società inclusiva e permettere l’Educazione per Tutti.” (UNESCO 1994).
La scuola pubblica, così come è stata delineata dalla nostra Costituzione, rappresenta il luogo privilegiato in cui riconoscere il diritto di tutti ad essere sostenuti nel cammino verso “il pieno sviluppo della persona umana”, attraverso la rimozione degli “ostacoli di ordine economico e sociale”, che limitano di fatto “la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”. La scuola è uno strumento di attuazione dell’articolo 3, perché a scuola vengono poste le basi affinché ogni bambino e bambina, ogni ragazzo e ragazza abbia tutte le opportunità per realizzarsi come persona. Purtroppo in Italia per molti ragazzi e molte ragazze gay, lesbiche, bisessuali e
transessuali così non è: la scuola non è un luogo sicuro, un posto dove trovare modelli positivi su cui progettare la propria vita. Anzi, la scuola può rappresentare il luogo in cui essere gay, lesbiche, bisessuali o transessuali significa essere esposti all’insulto, alla derisione, all’isolamento; un luogo in cui si impara che è meglio nascondersi per evitare violenza, bullismo, emarginazione.

Un luogo in cui è difficile anche chiedere aiuto perché significa esporsi, non trovare l’appoggio dei compagni o degli adulti. Un luogo in cui il diritto all’istruzione passa in secondo piano, perché l’adolescente gay, lesbica, bisessuale e transessuale deve prima di tutto difendere la propria persona. Tutto ciò provoca gravi conseguenze, anche irreversibili, sul piano educativo ed esistenziale: forte disagio e paura di tornare a scuola, diminuzione del rendimento scolastico, abbandono degli studi, emarginazione, livello basso di autostima, sentimenti di depressione e impotenza, rischio di tentato suicidio e suicidio.

Le ricerche nazionali e internazionali parlano chiaro: il 4% degli studenti ha subito ripetutamente, con cadenza settimanale, atti aggressivi perché percepito come gay, lesbica, bisessuale o transessuale, soprattutto nel periodo che va dalla terza media al primo biennio della scuola superiore; sono quindi circa oltre 100.000 le vittime di bullismo omofobico per anno scolastico. Ben un terzo dei giovani, che ogni anno si tolgono la vita, è costituito da gay, lesbiche, bisessuali e transessuali; inoltre gay, lesbiche, bisessuali e transessuali tentano di uccidersi da due a tre volte più spesso rispetto agli e alle eterosessuali della stessa età, a causa della discriminazione e stigmatizzazione sociale.

Per questi motivi le Associazioni che presentano questo documento da anni sono impegnate a lavorare con le scuole e nella società per diffondere una cultura del rispetto, per dare visibilità e legittimità all’essere gay, lesbica, bisessuale e transessuale, sottolineando che non è una malattia, né contro natura o una perversione, ma, come affermato già nel 1990 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’omosessualità è “una variante naturale del comportamento umano”, che comporta l’attrazione affettiva e/o sessuale tra individui dello stesso sesso. Un lavoro faticoso, soprattutto in un Paese in cui non vi è alcuna tutela giuridica
per le coppie dello stesso sesso e non vi è ancora una legge che contrasti l’omofobia e la transfobia. Ma un lavoro che ha iniziato a dare i suoi frutti e grazie al quale molti studenti hanno potuto ascoltare nelle loro scuole, in una dimensione positiva ed educativa, parole come gay, lesbica, omosessualità, bisessualità e transessualità, parole riferite a persone reali che potrebbero conoscere o che conoscono già (compagni, sorelle e fratelli, genitori, insegnanti, amici), rifiutando quegli stereotipi, che ancora troppo spesso nella nostra società sono fonte di stigma e discriminazione.

Purtroppo in questi ultimi tempi sembra essersi acceso un fuoco incrociato su chi sta cercando di costruire un clima sociale di rispetto per la dignità delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali: movimenti, associazioni, gruppi religiosi oltranzisti e giornali fanno campagne martellanti cercando di creare allarme tra i genitori e i giovani per impedire che nelle scuole si combatta l’omofobia e la transfobia e che ragazzi e ragazze, gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e non, possano trovare nella scuola quella cultura che guarda al rispetto delle differenze e alla negazione della violenza fisica, verbale e psicologica. In questo clima vengono sostenute le anacronistiche e pericolose “terapie riparative”, sulle quali l’Ordine degli Psicologi
ha preso una posizione forte e chiara: “Le ‘terapie riparative’ e ogni teoria filosofica o religiosa che pretenda di definire l’omosessualità come intrinsecamente disordinata o patologica, non solo incentivano il pregiudizio antiomosessuale, ma screditano la professione e delegittimano il loro impegno come professionisti per l’affermazione di una visione scientifica dell’omosessualità, variante normale dell`orientamento sessuale”.

Queste campagne si oppongono al lavoro voluto dal Consiglio d’Europa attraverso la Strategia Nazionale, che fatica a realizzarsi nel mondo della scuola ma, cosa ancor più grave, delegittimano e colpiscono ragazzi e ragazze, volendo riportare gay, lesbiche, bisessuali e transessuali in una condizione di esclusione sociale, privi di dignità e diritti.

Di fronte a questa grave situazione chiediamo alle cittadine e ai cittadini del nostro Paese, al mondo della scuola, dell’università, della ricerca e della cultura di aderire al nostro appello affinché la scuola pubblica e laica, nata dalla nostra Costituzione, sia una scuola che includa, aperta alle trasformazioni sociali, un luogo fondamentale per contribuire alla produzione di identità, di tutte le identità: eterosessuali, omosessuali, bisessuali e transessuali.

Una scuola che faccia conoscere i problemi, le persone, le loro storie e le loro risorse, che sappia parlare di questi temi con i ragazzi e con le ragazze ma anche con i bambini e le bambine, trovando il linguaggio adatto per ogni età, anche perché sono sempre più numerose le famiglie formate da persone dello stesso sesso che iscrivono e seguono i propri figli a scuola, che collaborano con il personale scolastico, che partecipano agli organi collegiali e alla vita democratica di questa fondamentale istituzione. Una scuola che sia quindi attenta alla realtà specifica e ai bisogni educativi dei bambini e delle bambine con un genitore omosessuale o con due mamme o con due papà, affinché non siano essi stessi vittime del pregiudizio omofobico che colpisce i loro genitori.

Per tutti questi motivi chiediamo al Presidente del Consiglio e al Governo che sia rafforzata e data piena attuazione alla “STRATEGIA NAZIONALE per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (2013 -2015)”, anche nella prospettiva del triennio 2016-2018; chiediamo infine che alla scuola sia data la possibilità di essere nel suo compito educativo uno spazio di elaborazione culturale e sociale che risponda alle esigenze di cambiamento e che contribuisca a quella uguaglianza sostanziale tra tutti i cittadini, di cui il nostro Paese ha tanto bisogno.

Le Associazioni proponenti:

A.GE.D.O.
ARCIGAY
ARCILESBICA
ASSOCIAZIONE
RADICALE CERTI DIRITTI

EQUALITY ITALIA

FAMIGLIE ARCOBALENO

GAY CENTER

Associazioni – Movimenti – Sindacati aderenti: Amnesty, Anarkikka, Antéros LGBTI Padova, ARCI, Ass. Antimafie “Rita Atria”, Ass. ANDDOS, Ass. ARC di Cagliari, Ass. Archinaute – Genova, Ass. CORA Roma, Ass. Diritti d’Autore, Ass. culturale “Spaesati”, Ass. Esedomani Terni, Ass. Femminile Maschile Plurale Ravenna, Ass. GENERAZIONI DI DONNE Genova, Ass. Il Cortile-Consultorio di Psicoanalisi Applicata, Ass. Maschile Plurale, Ass. N.U.D.I. Nessuno Uguale Diversi Insieme, Ass. Renzo e Lucio Lecco, Ass. Scosse, Ass. Tessere le identità Alessandria, Casa Internazionale delle Donne Trieste, Centro Interdipartimentale di Women’s Studies “Milly Villa” dell’Università della Calabria, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Coalizione italiana per i diritti e le libertà civili, Collettivo Intersexioni, Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni, Consulta Napoletana per la Laicità delle Istituzioni, Cooperativa “BeFree contro tratta violenze e discriminazioni”, Coordinamento Genitori Democratici, Coordinamento nazionale delle Consulte per la laicità delle istituzioni, Coordinamento nazionale per la laicità delle istituzioni, Coordinamento Torino Pride LGBT, EDGE, FLC CGIL, Gaynet Roma, GayStatale Milano, Gruppo femminista Le Voltapagina Catania, IREOS, ITALIALAICA, ITRINERARI LAICI, Laboratorio Politico di Donne Genova, Movimento Omosessuale Sardo, OGEPO (Osservatorio interdipartimentale per gli studi di genere e le pari opportunità) Università di Salerno, Polis Aperta, Progetto “Di che genere sei?”, Rete degli Studenti Medi, Rete Genitori Rainbow, S.I.P.S.I.S – Società Italiana di Psicoterapia per lo Studio delle Identità Sessuali, Stonewall GLBT Siracusa, UAAR – Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, UGEI – Unione Giovani Ebrei d’Italia.

 

21 marzo: giornata della memoria e dell’impegno contro la mafia

In questi giorni, come sta succedendo ormai periodicamente, attraverso un effetto domino delle inchieste giudiziarie, c’è “un’emergenza collettiva etica” in Italia legata alle inchieste di corruzione.

L’emergenza è data dal dilagare delle inchieste sul malaffare che vede purtroppo non solo le vittime degli omicidi di mafia, ma anche la nostra società italiana tradita e colpita da gruppi organizzati di politici e funzionari e imprenditori corrotti e corruttori.
L’altro effetto dell’emergenza è dato dal rischio di innescare una sfiducia collettiva nelle persone e nelle classi dirigenti che ci governano, a prescindere, mettendo a rischio la democrazia costituzionale.
La politica deve avere al centro dell’agenda l’obiettivo e un sistema di reazione chiara e al passo con i tempi, per la salvaguardia del sistema democratico. Rimane chiaro che il punto chiave generale sta nel sistema dell’erogazione degli appalti.
Se la questione morale è la priorità ed è il centro del problema politico italiano, allo stesso tempo ognuno di noi, anche attraverso i corpi intermedi, come l’Arci ha un obbligo morale e prioritario di diffusione della cultura della legalità tra i cittadini.
Non dimentichiamo che l’Arci è impegnata da diversi anni alla cultura della lotta alla mafia e alla promozione della legalità, anche in quei territori storicamente e duramente colpiti da questi fenomeni.
Non ultimo la firma del protocollo nazionale d’intesa con le forze sindacali come la Cgil, Spi-Cgil e Flai-Cgil per la condivisione dei campi antimafia e della legalità Arci 2015; e la stessa Carovana antimafie in cui, insieme a Libera, Avviso pubblico, Ligue de l’Einsegnement, Cgil, Cisl e Uil, con il tema della tratta degli esseri umani e lo sfruttamento del lavoro dei migranti, ha percorso migliaia di chilometri per raccontare e per innescare quei valori positivi di lotta per una giustizia sociale diffusa anche in Europa.
Pertanto, il 21 marzo scenderemo in piazza assieme alla parte buona della società con tutte le associazioni che compongono Libera in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno, dove il titolo dell’edizione di questo anno è La verità illumina la giustizia, in concomitanza con i vent’anni di Libera.
Questa giornata ricorda tutte le vittime innocenti delle mafie. Oltre 900 nomi di cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell’ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali morti per mano delle mafie solo perché, con rigore e coerenza, hanno compiuto il loro dovere. Oltre alle vittime innocenti delle mafie, quest’anno verranno ricordate, in accordo con le associazioni dei famigliari, le vittime della strage del 2 agosto della Stazione di Bologna e le vittime della strage di Ustica, per le quali ricorre il 35esimo anniversario.
Siamo convinti che la vera alleanza democratica sta in chi si impegna a cambiare i comportamenti corrotti e malavitosi, ma anche in chi agisce per la salvaguardia del bene comune.
La verità è di chi predica bene, agisce con responsabilità per gli altri e mette ogni giorno la propria faccia per cambiare ed avere una giustizia sociale diffusa. Questa è la vera battaglia dell’alleanza sociale dell’Arci, che “illuminerà questa notte scura, e qualcuno di noi, nel suo piccolo, è come quei ‘lampadieri’ che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all’indietro, appoggiata sulla spalla, con il lume in cima. Così il ‘lampadiere’ vede poco davanti a sé, ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri. Qualcuno ci prova. Non per eroismo o per narcisismo, ma per sentirsi dalla parte buona della vita (Tom Benetollo)”.

Sul sito www.memoriaeimpegno.it, dedicato alla Giornata della Memoria, ci sono tutte le informazioni sul programma e sui seminari che si svolgeranno nel pomeriggio del 21 marzo e tutte le iniziative di preparazione e promozione.
Dai territori sono stati organizzati, anche da comitati Arci, numerosi pullman. 
Di seguito alcune informazioni logistiche relative alla nostra presenza:
Ritrovo. L’Arci si ritrova alle 8.30 al cancello di ingresso del parco della Montagnola, situato in via Irnerio di fronte a Piazza VIII agosto, all’inizio della prima rampa di accesso al parco venendo da via Indipendenza. 
Materiale. Ci sarà un lenzuolo/striscione preparato dai ragazzi che frequentano il doposcuola di Arci  Bologna; saranno distribuiti gli adesivi realizzati dall’Arci 

 

di Davide Vecchiato
coordinatore nazionale Arci Commissione Antimafia sociale e legalità democratica

Ancora un rinvio per il riconoscimento dello Stato di Palestina

Di seguito il comunicato stampa della Rete della Pace, di cui ARCI fa parte, sulla vicenda del riconoscimento dello stato di Palestina da parte del Parlamento italiano.

Riconoscimento dello stato di Palestina: ancora un rinvio !!

La Rete della Pace, insieme a molte altre associazioni, sindacati e comitati locali , ha chiesto al Parlamento ed al Governo Italiano il riconoscimento dello Stato di Palestina, come atto di coerenza visto che il governo Italiano aveva votato positivamente alle Nazioni Unite il 29 Novembre 2012 per il riconoscimento dello Stato di Palestina sui confini del 67 con Gerusalemme est capitale.

Il doppio voto espresso dal Parlamento Italiano, prima a favore del riconoscimento dello stato di Palestina, con la mozione del PD, poi condizionando tale diritto all’accordo politico tra le parti (mozione di Area Popolare e Ncd) quindi, disconoscendolo, è un’onta  al diritto internazionale ed al diritto all’autodeterminazione di un popolo. Ancora una volta hanno prevalso non solo l’ignoranza dei fatti, ma anche la manipolazione di questi da parte della maggioranza del Parlamento. Con questo doppio voto il nostro Parlamento , con il parere favorevole e compiaciuto del governo, non ha votato a favore di Israele ma ha votato per la destra nazionalista e i coloni di Nethaniau, Libermann e Bennet.

Vani sono state gli appelli inviati dalla società civile italiana, come vano è stato quello di più di mille israeliani, tra loro scrittori come Grossmann, Oz,Yeshua, professori universitari, il premio Sacharov del Parlamento Europeo Nurit Peled, l’ex speaker della Knesset, Avraham Burg, funzionari e diplomatici, alti ufficiali dell’esercito, che hanno direttamente chiesto al Parlamento ed al governo Italiano di riconoscere lo Stato di Palestina senza condizionamenti ed hanno sostenuto che il negoziato non potrà riprendere in modo bilaterale perché a partire dall’accordo di Oslo in poi i negoziati bilaterali sono stati un fallimento, per l’assenza di una concreta volontà e responsabilità politica di Israele che prosegue con le annessioni de facto, per la vulnerabilità e l’isolamento in cui versa l’autorità palestinese e per l’ipocrisia e le ambiguità della comunità internazionale.

Già nella mozione del Pd era espressa una posizione di mediazione, con il richiamo all’impegno per la ripresa dei colloqui di pace, rimuovendo il fatto che ogni giorno il governo israeliano continua con la politica di colonizzazione , togliendo metri quadrati a quel 22% di superficie che dovrebbe rimanere ai palestinesi, con le espulsioni di migliaia di Palestinesi dalle loro terre e da Gerusalemme Est, con la demolizione di case, con gli arresti e con le detenzioni arbitrarie, con gli assassinii di giovani disarmati.

Con la seconda mozione , quella di Ap e Ncd, nuovamente votata anche dal Pd, si rovesciano i termini della questione, chiedendo ai Palestinesi di riconoscere lo Stato d’Israele.

L’ Olp il 15 novembre del 1988 nella sua dichiarazione d’indipendenza ha riconosciuto lo Stato d’Israele sui confini del 67 e lo ha successivamente siglato anche con Israele con gli accordi di Oslo. Hamas, che abbiamo sempre condannato per gli attacchi contro i civili israeliani,  ha riconosciuto i confini del 67 e quindi lo Stato d’Israele, partecipando alle elezioni nel 2006.  Mai invece è esistito il riconoscimento da parte Israeliana dello Stato di Palestina, quello che esiste è una occupazione brutale e illegale, con furto di terra, acqua e risorse su quello che dovrebbe secondo la legalità internazionale essere lo Stato di Palestina. Un ringraziamento va ai deputati di Sel, ai deputati del Movimento5stelle ed a quei pochi deputati del Pd che hanno votato per il riconoscimento dello Stato di Palestina senza condizioni.

Una pena ed una grande delusione, per il popolo palestinese e per tutti coloro che resistono e lottano in modo nonviolento per il riconoscimento della giustizia, quel voto al Parlamento Italiano.

Ma noi continueremo a chiedere rispetto dei diritti umani e della legalità internazionale, coltiveremo la speranza ed agiremo affinché il nostro governo riconosca lo Stato di Palestina, unica strada per la fine dell’occupazione militare israeliana, per il ripristino della legalità internazionale, per la necessaria convivenza e pace tra i due popoli e per la fine della violenza nella regione.

Perugia, 2 marzo 2015

 

 

 

8 marzo:libere dalla paura, libere di essere

L’8 marzo si celebra la Giornata internazionale della donna, data che ricorda un terribile evento accaduto nel 1908, quando a New York 129 operaie in sciopero dell’industria tessile Cotton bruciarono vive a causa di un incendio doloso sviluppatosi nella fabbrica in cui erano state rinchiuse dal datore di lavoro. Da allora, l’8 marzo è diventata Giornata internazionale della donna, per ricordarne sia le conquiste sociali, politiche ed economiche, sia le discriminazioni e le violenze che subiscono in tante parti del mondo. 

In molti Circoli arci in tutta Italia e anche nel nostro territorio dell’Empolese valdelsa sono organizzate iniziative di commemorazione.
Inoltre, in occasione della Giornata internazionale della donna, l’Arci ha aderito all’appello Donne con la A, promosso da Se non ora quando, sull’utilizzo di un linguaggio rispettoso delle differenze di genere. 

Sull’8 marzo leggete il bell’editoriale di Ornella Pucci, coordinatrice della Commissione nazionale Politiche di genere, pubblicato su Arcireport:

Editoriale Arcireport

#Meno giornali, meno liberi

CAMPAGNA Per salvaguardare il pluralismo dell’informazione

e PER una riforma urgente dell’intero settore dell’EDITORIA

 

L’arci nazionale aderisce alla campagna #Meno giornali meno liberi e chiede a tutti i soci e cittadini di sottoscrivere questo manifesto andando su change.org
Alleanza delle Cooperative Italiane Comunicazione, Mediacoop, Federazione Italiana Liberi Editori, Federazione Italiana Settimanali Cattolici, Federazione Nazionale Stampa Italiana, Articolo 21, Sindacato Lavoratori della Comunicazione CGIL, Associazione Nazionale della stampa Online, Unione Stampa Periodica Italiana promuovono la
 campagna “meno giornali, meno liberi”.

Il primo atto di questa campagna è questo Manifesto Appello che ti chiediamo di sottoscrivere affinché possa essere più forte la nostra voce verso Governo e Parlamento per:

– fare approvare misure urgenti, tese a salvaguardare le testate di cooperative e altre realtà non profit, a rischio di chiusura a causa di tagli immotivati del contributo diretto all’editoria

– richiedere l’avvio immediato di un Tavolo di confronto sull’indispensabile riforma dell’intero sistema dell’informazione (giornali, radio, tv, internet)

Oltre 200 giornali rischiano oggi, se non interverranno il Governo e il Parlamento con misure urgenti e adeguate, la definitiva chiusura. Una chiusura che sarebbe di straordinaria gravità per un Paese democratico.

– Senza questi giornali l’informazione italiana sarebbe in mano a pochi grandi gruppi editoriali e in molte regioni e comuni rimarrebbe un unico soggetto, monopolista di fatto, dell’informazione locale e regionale. 

– Seza questi giornali, impegnati da sempre a narrare e confrontare con voce indipendente testimonianze e inchieste connesse a specifiche aree di aggregazione sociale e culturale e ad affrontare con coraggio tematiche di particolare rilevanza a livello nazionale, l’informazione italiana perderebbe una parte indispensabile delle proprie esperienze.

Le conseguenze sociali ed economiche di queste chiusure?

– perdita di più di 200 voci libere dell’informazione

– perdita di 3.000 posti di lavoro tra giornalisti,grafici e poligraficicon una forte ricaduta negativa per l’indotto (tipografi, giornalai, distributori, trasportatori) e per le economie locali nel loro complesso

– 300 Milioni in meno di copie di giornali distribuite ogni anno in Italia

– 500 mila pagine di informazione in meno ogni anno

– milioni di articoli, post prodotti, e contenuti digitali in meno ogni anno

 

Inoltre per lo Stato:

 

– aumento dei costi per gli ammortizzatori sociali per i lavoratori dipendenti

– minori entrate fiscali

 

Si può dimostrare che, in caso di chiusura di tante testate, costi per lo Stato sarebbero largamente superiori al valore del Fondo per il contributo diretto all’Editoria, individuabile, per il 2015, in circa 90 milioni di euro.

La Carta fondamentale dei Diritti dell’Unione Europea impegna ogni Paese a promuovere e garantire la libertà di espressione e di informazione:

lo Stato Italiano è, oggi, però, agli ultimi posti in Europa per l’investimento pro capite a sostegno del pluralismo dell’informazione. L’investimento attuale è, infatti, pari ad una cifra irrisoria del Bilancio dello Stato.

Aderendo a questo Appello rivolto al Parlamento e al Governo ogni cittadino:

– può dare il proprio sostegno alla continuazione di testate libere da condizionamenti proprietari, gestite, senza fine di lucro e secondo criteri di trasparenza ed efficienza, da gruppi di giornalisti indipendenti, senza alcun apporto di capitale esterno in grado di condizionarne l’attività editoriale.

– Può partecipare, tramite il blog http://www.menogiornalimenoliberi.it alle proposte in discussione relative ad alcune linee fondamentali da suggerire al Governo e al Parlamento per la Riforma del settore

 

Firma anche tu questo Appello su Change.org

 

Bum bum…chi è che spara? Spese militari e disarmo

BUM BUM…CHI E’ CHE SPARA?
Spese militari e disarmo
è un incontro pubblico organizzato da Arci Empolese Valdelsa, Arci Servizio Civile Empoli ed altre associazioni (che presto aggiungeremo sul volantino) sul tema del commercio delle armi, sulla possibilità del disarmo, su coem l’Italia impiega i soldi per al difesa del nostro Paese.
Parleremo di questi temi martedì 10 marzo alle ore 21,15  al Circolo arci di Petroio (Via Villa Alessandri, Petroio Vinci) insieme a Francesco Mancuso dell’Università di Pisa e del CISP (Centro Interdisciplinare Studi sulla Pace) e a Sara Bandecchi, Presidente di Arci Servizio Civile Toscana.
Francesco Mancuso, è uno dei più grandi studiosi in Italia su questi temi e vanta numerose pubblicazioni.

Durante la serata verrà presentata la campagna nazionale “Un’altra difesa è possibile” e verranno raccolte le firme.
La campagna è per la Legge di iniziativa popolare: Istituzione e finanziamento del Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta.
Servono 50.000 firme da consegnare all’attenzione del Parlamento entro il 2 giugno 2015, Festa della Repubblica che ripudia la guerra.
Obiettivo della Campagna è quello di dare uno strumento ai cittadini per chiedere allo Stato l’istituzione della Difesa nonviolenta ovvero per la difesa della Costituzione e dei diritti civili e sociali che in essa sono affermati; la preparazione di mezzi e strumenti non armati di intervento nelle controversie internazionali; la difesa dell’integrità della vita, dei beni e dell’ambiente dai danni che derivano dalle calamità naturali, dal consumo di territorio e dalla cattiva gestione dei beni comuni.

Solidarietà dell’arci al popolo venezuelano dopo il tentato golpe

 

SVENTATO GOLPE IN VENEZUELA. L’ARCI ESPRIME SOLIDARIETA’ AL POPOLO VENEZUELANO E AL LEGITTIMO GOVERNO

Nonostante i media italiani quasi non ne abbiano parlato, un brutale tentativo di golpe è stato sventato in Venezuela negli scorsi giorni. Un golpe che prevedeva, tra l’altro, il bombardamento di Caracas e l’uccisione del legittimo presidente Nicolas Maduro, dal 2013 alla testa di un governo socialista dopo aver vinto le elezioni. Il golpe era stato organizzato dalle forze di opposizione della destra antichavista che da mesi operano azioni violente per destabilizzare il paese. Vi era coinvolto persino il sindaco di Caracas, oscuro personaggio implicato nelle stragi degli studenti del 1989 e nel fallito golpe contro Chavez nel 2002, oltre a un ristretto gruppo di ufficiali. Il piano, chiamato “Operazione Gerico”, comprendeva l’uccisione in carcere di un membro della opposizione di destra, allo scopo di incolparne il governo e creare un pretesto all’azione. Secondo il governo venezuelano, diversi paesi stranieri, tra cui gli Stati Uniti, avrebbero appoggiato attivamente il golpe. Il 12 febbraio un aereo avrebbe dovuto bombardare il canale televisivo Telesur, alcuni ministeri, il palazzo presidenziale e avrebbe dovuto uccidere il presidente Maduro: sarebbe stata messa al suo posto una deputata della destra estrema, che avrebbe immediatamente ottenuto il riconoscimento di alcuni ex presidenti latinoamericani, in mancanza del riconoscimento ufficiale delle nazioni latinoamericane.

 

Fortunatamente l’undici febbraio i principali organizzatori del golpe sono stati arrestati. Poco a poco tutti gli altri golpisti sono caduti nella rete della sicurezza venezuelana. Il golpe è stato sventato, e il legittimo governo può continuare il suo percorso più forte di prima. Ma un campanello d’allarme è suonato per il popolo venezuelano e per tutti coloro che hanno a cuore l’autodeterminazione dei popoli.

 

Il terreno per il golpe è stato preparato accuratamente dalla destra venezuelana, che un anno fa ha iniziato a mettere in atto violente proteste, chiamate “guarimbas”, che hanno causato fino ad oggi 49 morti e centinaia di feriti. Allo stesso tempo i grossi imprenditori legati all’opposizione per mesi hanno attuato una politica di accaparramento dei beni primari, incolpando il governo socialista della loro mancanza, salvo poi rivendere le merci al mercato nero o contrabbandarle. Sono state scoperte molte tonnellate di beni imboscati, nel quadro di una tecnica ben collaudata che mira a far scomparire i prodotti di base per poi incolpare il governo della loro mancanza, una tattica che in Cile spianò la strada al golpe di Pinochet contro Allende. È noto è che gli USA da tempo cercano in ogni modo di far cadere il governo venezuelano, appoggiando la destra locale e cercando di isolare diplomaticamente il paese. Hanno approvato sanzioni contro il Venezuela lo stesso giorno in cui annunciavano al mondo l’inizio di nuove relazioni con Cuba. E va ricordato che Evo Morales, il presidente della Bolivia, ha recentemente affermato che gli Stati Uniti hanno causato artificialmente il crollo del prezzo del greggio per colpire al cuore il Venezuela, la cui economia dipende quasi esclusivamente dal petrolio, nazionalizzato dal governo Chavez ed utilizzato per portare avanti i numerosi programmi sociali in favore delle classi subalterne.

 

Quello che non si perdona al Venezuela, come a Cuba, all’Argentina e oramai a tante altre nazioni latinoamericane, è di essersi sottratte ai voleri di Washington, di cercare strade autonome di crescita e sviluppo, e di essere riuscite ad avviare un processo di integrazione latinoamericana che è ormai irreversibile e che va in direzioni diametralmente opposte a quelle storicamente gradite agli Stati Uniti: ad oggi molti dei paesi latinoamericani hanno stabili governi socialisti o progressisti, rifiutano le imposizioni nefaste della Banca Mondiale o del FMI e procedono speditamente su una strada di riforme che va nel senso della ripubblicizzazione dei beni comuni e delle nazionalizzazioni delle risorse locali. Una strada evidentemente incompatibile con l’ottica del colonialismo o del Washington Consensus, ovvero il liberismo.

 

Per questo l’Arci Toscana intende ribadire la propria amicizia e la propria solidarietà al popolo venezuelano, al presidente Maduro e al legittimo governo. Intende altresì rafforzare un canale informativo diretto con la rappresentanza in Italia delle istituzioni venezuelane per ottenere informazioni in modo costante e approfondito, data anche l’evidente inadeguatezza dell’informazione italiana, e intende adoperarsi per farle conoscere quanto più possibile al proprio corpo associativo.

Si invia alla stampa e al sig. Ambasciatore in Italia il presente comunicato affinchè si verifichino le possibilità di sviluppare nel modo più opportuno  quanto sopra auspicato.

  Arci Toscana