ANCHE QUEST’ANNO, DALLA LOMBARDIA ALLA SICILIA, I CAMPI ANTIMAFIA

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ANCHE QUEST’ANNO, DALLA LOMBARDIA ALLA SICILIA, I CAMPI ANTIMAFIA

Tornano anche quest’anno i campi e i laboratori della legalità democratica e dal primo aprile  è possibile iscriversi direttamente al portale www.campidellalegalita.it

Giunti all’undicesima edizione, i circa trenta campi e i laboratori – promossi da Arci, Cgil, Spi Cgil, Flai Cgil, Rete degli studenti medi e Unione degli universitari – saranno organizzati  in Lombardia, Veneto, Liguria,  Piemonte, Marche, Puglia, Campania, Calabria e Sicilia.

A vent’anni dall’entrata in vigore della legge 109/96 che prevede il riutilizzo sociale dei beni confiscati alla criminalità organizzata, la filosofia che sta alla base della promozione dei campi non è cambiata: restituire questi beni alla comunità, tornare a renderli produttivi e vivi, animarli con iniziative culturali, formative e informative sulla difesa della democrazia, della legalità,  della giustizia sociale, del diritto al lavoro.  Una pacifica ‘occupazione’ di questi spazi, dunque, abitata dalla presenza di centinaia di persone che si spendono con impegno e dedizione per costruire comunità alternative alle mafie.

Il  programma alternerà decine di attività, tra laboratori e campi di lavoro, nelle diverse  località fino  ai primi di ottobre. Il primo campo a partire sarà quello a Corleone, in Sicilia, nel mese di maggio.

Da quando sono iniziati, nel 2005, i campi hanno ospitato migliaia di giovani (l’iscrizione è possibile anche per i minorenni),  e hanno visto impegnati nel lavoro volontario anche tanti anziani, in un’ottica positiva di scambio di memoria e di rapporto intergenerazionale.

Ai campi, nel 2015, hanno partecipato circa 700 persone. Di queste, più della metà, sono stati ragazze e ragazzi tra i 14 e i 19 anni, e quasi un terzo giovani tra i 20 e i 29 anni. La presenza femminile è stata superiore a quella maschile.

 

Per maggiori informazioni: campidellalegalita@arci.it – 0641609274

DDL TERZO SETTORE: POSITIVI I CAMBIAMENTI PRODOTTI DAL PARLAMENTO, MA RIMANGONO CRITICITÀ

“Ddl Terzo Settore: positivi i cambiamenti prodotti dal Parlamento, ma rimangono ancora criticità per l’associazionismo popolare. Il governo deve coinvolgerci nella stesura dei decreti di attuazione”

Dichiarazione di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

Il Senato ha finalmente approvato il Ddl sul Terzo Settore, che tornerà nei prossimi giorni alla Camera per la terza lettura. In questi due anni il testo del provvedimento è molto cambiato rispetto all’impostazione originaria. Le proposte e le richieste delle organizzazioni del Terzo Settore hanno portato a modifiche significative ed apprezzabili: la nuova formulazione dell’impresa sociale, il servizio civile nazionale, il ruolo delle reti associative.

E’ da valutare sicuramente in maniera positiva l’introduzione della definizione contenuta nell’art.1 che valorizza le finalità civiche e solidaristiche delle organizzazioni sociali.

Rimangono però alcune norme ancora, volutamente, poco definite- che in modo rilevante riguardano l’associazionismo di promozione sociale – e che per l’ARCI e molte altre associazioni di promozione sociale come la nostra, sono invece molto importanti: ad esempio, non è chiaro come dovranno essere inquadrate le attività di autofinanziamento delle associazioni e cioè la modalità attraverso la quale la  gran parte delle organizzazioni che non usufruiscono di contributi pubblici riescono a realizzare le proprie attività.

Cosi come è poco comprensibile il permanere della differenziazione tra i volontari che operano nelle Organizzazioni di volontariato e tutti gli altri (che sono la stragrande maggioranza), anomalia,  questa,  tutta italiana.

Non si sentiva poi il bisogno dell’istituzione di  una nuova Fondazione per il sostegno finanziario del Terzo Settore, dato che  gli strumenti di sviluppo ci sono e basterebbe  far funzionare al meglio quelli che già esistono.

Infine, siamo preoccupati di come verrà declinato il tema dell’attuazione della revisione complessiva di ente non commerciale e il collegamento tra le norme che riformeranno il codice civile e quelle di natura fiscale.

Se la Camera, come sembra, darà il via libera e non modificherà ancora il testo, si passerà nelle prossime settimane alla fase di scrittura dei decreti attuativi che rappresenterà un passaggio determinante per tradurre operativamente le norme necessariamente generiche del Ddl. Sarà fondamentale, in questa nuova fase, che venga  rafforzata l’interlocuzione e il confronto  tra il governo e le associazioni, le reti nazionali e gli organismi di rappresentanza del terzo settore, che già ha prodotto una riscrittura positiva di alcuni contenuti problematici.

Ci aspettiamo quindi di essere coinvolti attivamente in un confronto sulla stesura, e che vengano costituiti tavoli di lavoro comuni  per la redazione delle norme di attuazione.

Chiediamo al Governo di avere come obiettivo, nel legiferare,  la salvaguardia e lo sviluppo di  questa grandissima risorsa sociale che è l’associazionismo popolare – di cui l’ARCI è parte importante – che promuove, attraverso l’attività di circoli e associazioni,  la partecipazione attiva di tante cittadine e cittadini, migliora la qualità delle relazioni sociali nel territorio, arricchisce le nostre comunità.

La lunga marcia di Nathan Never contro la mafia

Nathan Never, il fumetto in marcia contro la mafia si presenta al circolo di Pozzale

Domenica 3 aprile alle 18 alla casa del popolo di Pozzale si illustrerà “La lunga marcia”, albo 297 di “Nathan Never”, il popolare fumetto di fantascienza, in versione “antimafia”.

L’evento è organizzato dalla stessa casa del Popolo insieme all’Arci Empolese Valdelsa e al presidio Libera di Empoli.

A raccontare il fumetto il suo autore, Thomas Pistoia.
Residente a Empoli, Pistoia è autore della storia su disegni di Emanuele Boccanfuso e prende spunto dalle “scorte civiche” che spesso accompagnano il giudice Nino Di Matteo (cui l’albo è idealmente dedicato). Nella pagine si ripercorre in chiave futuristica gli anni bui delle stragi di mafia, ricordando il sacrificio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Scrittore, blogger e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni su riviste letterarie online e cartacee e in opere teatrali e musicali.

Al termine della presentazione aperitivo e sessione di firme con l’autore.

Referendum 17 aprile: vota sì – Ferma le trivelle

REFERENDUM
S
ì – FERMA LE TRIVELLE
17 aprile 2016


Il referendum

Il prossimo 17 aprile si terrà un referendum popolare.
Si tratta di un
referendum abrogativo, e cioè di uno dei pochi strumenti di democrazia diretta che la Costituzione italiana prevede per richiedere la cancellazione, in tutto o in parte, di una legge dello Stato.
Perché la proposta soggetta a referendum sia approvata occorre che vada a votare almeno il 50% più uno degli aventi diritto al voto e che la maggioranza dei votanti si esprima con un “Sì”.

 

Un Sì per fermare le trivelle nei nostri mari
Con questo referendum del 17 aprile si chiede agli elettori di
fermare definitivamente le trivellazioni in mare.

Nello specifico si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa.

Se si vuole mettere definitivamente al riparo i nostri mari dalle attività petrolifere occorre votare “Sì” al referendum. In questo modo, le attività petrolifere andranno progressivamente a cessare, secondo la scadenza “naturale” fissata al momento del rilascio delle concessioni.

Un’eventuale vittoria del “Sì” non farebbe perdere alcun posto di lavoro: neppure uno.

 Un esito positivo del referendum non farebbe cessare immediatamente, ma solo progressivamente, ogni attività petrolifera in corso.

Prima che il Parlamento introducesse la norma sulla quale gli italiani sono chiamati alle urne il prossimo 17 aprile, le concessioni per estrarre avevano normalmente una durata di trenta anni (più altri venti, al massimo, di proroga). E questo ogni società petrolifera lo sapeva al momento del rilascio della concessione.
Oggi non è più così:
se una società petrolifera ha ottenuto una concessione nel 1996 può – in virtù di quella norma – estrarre fino a quando lo desideri.
Se, invece, al referendum vincerà il “Sì”, la società petrolifera che ha ottenuto una concessione nel 1996 potrà estrarre per dieci anni ancora e basta
, e cioè fino al 2026.
Dopodiché quello specifico tratto di mare interessato dall’estrazione sarà libero per sempre.

Un po’ di storia…

Nel 2010 l’allora ministra Prestigiacomo, sotto la pressione popolare e durante il disastro ambientale del Golfo del Messico, fu costretta a varare un decreto che vietava le trivellazioni entro le 5 miglia dalla costa, 12 miglia nel caso di aree protette.
Questo provvedimento bloccò diverse richieste di esplorazione e trivellazioni, perché fino ad allora non ci si era mai posto il problema delle estrazioni degli idrocarburi. Proprio per salvare i petrolieri penalizzati da quel decreto, nel 2012 il ministro Passera partorì il famoso art. 35, che estendeva le 12 miglia a tutte le estrazioni, ma faceva salve tutte le richieste pervenute al Ministero prima del Decreto Prestigiacomo, recuperando così gran parte dei progetti che erano stati bloccati grazie all’azione costante e incisiva dei movimenti che ormai si erano sviluppati su tutto il territorio nazionale.

È in questo quadro che sono nate le richieste di referendum.

Perchè questo referendum
Per tutelare i mari italiani, anzitutto. Il mare ricopre il 71% della superficie del Pianeta e svolge un ruolo fondamentale per la vita dell’uomo sulla terra. Con la sua enorme moltitudine di esseri viventi vegetali e animali – dal fitoplancton alle grandi balene – produce, se in buona salute, il 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe fino ad 1/3 delle emissioni di anidride carbonica prodotta dalle attività antropiche.

La ricerca e l’estrazione di idrocarburi hanno un notevole impatto sulla vita del mare: la ricerca del gas e del petrolio attraverso la tecnica dell’airgun incide, in particolar modo, sulla fauna marina: le emissioni acustiche dovute all’utilizzo di tale tecnica può elevare il livello di stress dei mammiferi marini, può modificare il loro comportamento e indebolire il loro sistema immunitario.
Ricerca e trivellazioni offshore costituiscono un rischio anche per la pesca. Le attività di prospezione sismica e le esplosioni provocate dall’uso dell’airgun possono provocare danni diretti a un’ampia gamma di organismi marini – cetacei, tartarughe, pesci, molluschi e crostacei – e alterare la catena trofica.

Senza considerare che i mari italiani sono mari “chiusi” e un incidente anche di piccole dimensioni potrebbe mettere a repentaglio tutto questo.
Un eventuale incidente – nei pozzi petroliferi offshore e/o durante il trasporto di petrolio – sarebbe fonte di danni incalcolabili con effetti immediati e a lungo termine sull’ambiente, la qualità della vita e con gravi ripercussioni gravissime sull’economia turistica e della pesca.

 

 

L’arci e il referendum
L‘Arci nazionale, che ha aderito al Comitato “Vota sì, per fermare le trivelle” insieme ad associazioni come Legambiente, Libera, Uisp, Fiom-Cgil, Movimento per la decrescita felice, e molte altre, invita i cittadini e soci a partecipare ai Comitati per il sì che si formeranno sui territori e ad andare a votare.

L’Arci Empolese Valdelsa aderisce al Comitato “Ferma le trivelle – vota sì” dell’Empolese Valdelsa,


Per info e materiali: www.fermaletrivelle.it
Facebook : Ferma le trivelle, vota sì

NO ALL’ODIO, NO ALL’INTOLLERANZA SUL WEB! PRESENTAZIONE DELLA CAMPAGNA “PRISM”

Le parole uccidono. Deponi le armi

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, lunedì 21 marzo l’Arci, insieme a Cittalia, ha presentato la campagna di comunicazione del progetto PrismPreventing, Redressing and Inhibiting hate Speech in new Media (Prevenire, Modificare e Inibire i discorsi d’odio sui nuovi Media), coordinato dall’Arci con un partenariato internazionale di cinque paesi europei (Italia, Francia, Romania, Spagna, Inghilterra) e finanziato dall’unione europea.

I promotori della campagna hanno prodotto uno spot video (disponibile in fondo alla pagina e al link https://www.youtube.com/channel/UC48eakDmuJJ3616Ba2orxgw) , e il volume Discorsi d’odio e social media: criticità, strategie e pratiche di intervento.

Il volume contiene, fra l’altro, i dati di una ricerca basata su interviste qualitative a giovani, esponenti politici, esperti, rappresentanti della società civile e su una mappatura dell’uso dei social media da parte di gruppi xenofobi e di estrema destra.  La ricerca ha indagato i discorsi d’odio su Internet, con particolare attenzione ai social media.

L’obiettivo è quello di unire l’analisi del fenomeno e degli strumenti legislativi a disposizione per sanzionare i comportamenti illeciti, alla formazione e sensibilizzazione di diverse categorie di soggetti per creare gli anticorpi necessari a contrastare il dilagare dei discorsi d’odio e promuovere una ‘contro narrazione’.

La campagna si svolge in collaborazione con Repubblica.it e ha il sostegno di Twitter.

 

SOLO UNA POLITICA DI PACE PUÒ SCONFIGGERE LA BARBARIE DEL TERRORISMO

Gli attentati all’aeroporto e alle stazioni del metrò di Bruxelles ci riempiono di orrore e di dolore per le vittime.

Il computo dei morti, già oltre trenta, e dei feriti, almeno cento,  si allunga di ora in ora. Siamo di fronte ad un terribile salto di intensità nella strategia terroristica. Probabilmente da ascrivere anche alla cattura, proprio nel quartiere di Maelbeek, uno di quelli compiti dalle bombe di stamane, di uno dei terroristi jihadisti ricercato dopo la strage di Parigi e alla sua decisione di collaborare con le forze di polizia. Ma al di là delle analisi e delle supposizioni è evidente l’intento politico dell’atto terroristico: colpire il cuore politico e istituzionale dell’Europa, non semplicemente una capitale europea, ma quella dove hanno sede le istituzioni dell’ Unione europea.

 

Respingere quest’attacco richiede una grande fermezza da parte delle istituzioni, dei governi, dei popoli e dei movimenti per la pace europei.

Una risposta basata sull’accelerazione dei preparativi della guerra in Libia non farebbe che dare respiro ad una strategia terrorista e la aiuterebbe a stringere le proprie fila. D’altro canto la barbara chiusura verso i processi migratori, con muri, filo spinato o “accordi” di rimpatrio forzato, ovvero di deportazione, come quello con la Turchia, ottengono solo il risultato di accrescere la disperazione, contribuendo a creare un clima favorevole al terrorismo omicida.

 

L’Europa è di fronte a una prova decisiva. Se vuole salvare sé stessa,  l’incolumità di chi la abita, sia nativo quanto migrante, deve muoversi sullo scenario mondiale con i mezzi della politica; agendo per spegnere gli incendi e i focolai di guerra; evitando di dare credito a regimi che praticano al loro interno le più pesanti misure repressive, fino alla tortura e agli omicidi di stato;  sgombrando il campo da relazioni ambigue con governi ed elite che sostengono gruppi terroristici e lo stesso Daesh; abbandonando l’idea che dai conflitti armati, dai bombardamenti indiscriminati che spesso colpiscono civili inermi e dalle possibili scomposizioni geopolitiche nel medio oriente possano derivare benefici e vantaggi economici.

 

E’ facile predicare politiche di pace quando il pericolo è più lontano. Assai più difficile è farlo di fronte a guerre che si allargano e a un terrorismo che agisce su uno scenario mondiale.

Ma dare forza a politiche di pace, cooperazione e integrazione proprio ora è tanto più necessario, per salvare la nostra libertà, la nostra democrazia.

Roma, 22 marzo 2016

CONTINUA IN EGITTO LA REPRESSIONE CONTRO PERSONE E ORGANIZZAZIONI CHE DIFENDONO I DIRITTI UMANI

Dichiarazione di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

Due persone appartenenti allo staff del Cairo Institute for Human Rights Studies hanno ricevuto nei giorni scorsi un mandato a comparire domani 16 marzo davanti al giudice investigativo in relazione  alla inchiesta 173 del 2011.

 

Il Cairo Institute for Human Rights Studies è una delle più autorevoli organizzazioni indipendenti per i diritti umani  egiziana. Ha uffici al Cairo, Tunisi, Bruxelles e Ginevra. È accreditata presso le Nazioni Unite. Coordina il Forum nazionale delle ONG per i diritti umani egiziane.

 

Ha prodotto recentemente, in relazione al caso Regeni, una ricca documentazione sull’esponenziale aumento delle sparizioni forzate, morti in stato di detenzione, casi di tortura e sulla repressione contro i difensori dei diritti umani in Egitto.

 

L’inchiesta 173 per la quale i componenti dello staff del Cairo Institute sono indagati riguarda uno dei peggiori attacchi portato dalle autorità egiziane alla società civile indipendente attraverso il divieto legale di ricevere fondi dall’estero.

 

La legge egiziana oggi considera ciò come un tradimento dell’interesse nazionale, quando invece la maggior parte dei progetti delle ONG egiziane sono finanziate, come dappertutto nel mondo, da fondi internazionali provenienti da altre ONG o da istituzioni come la UE o le agenzie ONU.

 

Questo ultimo atto di intimidazione si aggiunge a una serie di atti repressivi e intimidatori avvenuti nelle ultime settimane contro le voci indipendenti in Egitto, che fanno pensare a un vero e proprio giro di vite contro i difensori dei diritti umani.

 

A molti dirigenti associativi è stato impedito di viaggiare all’estero e il Centro El Nadeem per la riabilitazione delle vittime di tortura ha ricevuto ordine di chiusura, l’avvocato Negad el-Borei è stato incriminato con accuse connesse al suo coinvolgimento nella scrittura di una proposta di legge contro la tortura nel 2015.

 

L’Arci collabora con il Cairo Institute ed è impegnata a diffondere con regolarità i risultati del suo prezioso lavoro di documentazione e denuncia presso le istituzioni e i media italiani ed europei. Di fronte a questo ennesimo atto di intimidazione, oltre a esprimere tutto il sostegno e la solidarietà agli attivisti del Cairo Institute, chiede che l’Italia si impegni a:

 

a) denunciare il giro di vite contro le organizzazioni di società civile in tutte le sedi di relazione bilaterale con il governo egiziano;

b) denunciare pubblicamente, anche al  Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, le restrizioni, gli atti legislativi, le procedure amministrative contro la società civile.

 

Chiediamo al  nostro Governo di  considerare la protezione della società civile e la salvaguardia della legalità un elemento essenziale e prioritario per garantire la stabilizzazione dell’Egitto, e dunque la sicurezza della intera regione.

 

Roma, 15 marzo 2016

IL 3 OTTOBRE SARÀ LA GIORNATA NAZIONALE DELLA MEMORIA DELLE VITTIME DELL’IMMIGRAZIONE FINALMENTE APPROVATA LA LEGGE

Finalmente una buona notizia: oggi il Senato ha approvato in via definitiva la legge che istituisce la Giornata nazionale delle vittime dell’immigrazione. Un risarcimento simbolico per le famiglie di quelle 368 persone che il 3 ottobre del 2013 persero la vita nel mare di fronte a Lampedusa,  una delle più grandi stragi di migranti degli ultimi anni.

Nel frattempo le morti sono continuate, nel tentativo di attraversare le frontiere di un Europa sempre più fortezza, che di fronte a un esodo storico si barrica dietro muri e recinzioni.

Un esodo che non potrà che crescere, visto il diffondersi delle guerre e delle violenze in tanti paesi africani e in medio oriente, con l’intervento attivo, purtroppo,  di paesi europei.

Così migliaia di persone premono alle frontiere europee, accampate, in condizioni disumane, in attesa di poter entrare nel territorio dell’UE per chiedere protezione. Non possono andare avanti né tornare indietro: quasi sempre nei paesi d’origine non hanno più nulla. La ricerca di un luogo in cui sia possibili vivere in sicurezza è più forte della paura, fa sopportare il fango in cui si è immersi, il freddo, le cariche della polizia.

Come tre anni fa, quando chiedemmo, con il Comitato 3 Ottobre, l’istituzione della giornata della Memoria, continuiamo a avanzare le stesse richieste all’Europa e all’Italia, perché nulla è stato fatto.  Anzi, le tante vittime dell’immigrazione non sembrano aver nemmeno scalfito l’atteggiamento di chiusura dei governi dell’UE.

Si riattivi subito un’operazione di ricerca e salvataggio, si aprano canali di ingresso umanitari, si predisponga un’accoglienza dignitosa.

Solo così potremo considerare l’approvazione di questa legge un impegno reale per risolvere problemi drammatici che restano tutti aperti. L’inizio di una fase diversa, in cui il senso di umanità prevalga su piccoli, cinici interessi.

ARCI E SIAE INSIEME PER SOSTENERE LA CULTURA E I GIOVANI CREATIVI

L’Arci, la più grande associazione di promozione culturale italiana, e SIAE, la Società Italiana degli Autori ed Editori, hanno siglato un protocollo che li vede uniti nell’obiettivo di migliorare l’accesso alla cultura e il sostegno ai giovani creativi.

Viene così rinnovato e rafforzato l’accordo che esiste da anni tra Arci e SIAE e viene riconosciuto all’associazione il valore sociale del suo impegno per la promozione della cultura diffusa, grazie al suo insediamento territoriale, un impegno teso in particolare a valorizzare le produzioni dei giovani autori. Oltre al consolidato intervento sulla musica, importante stimolo alla socialità, Arci e SIAE hanno anche puntato con questo protocollo sullo sviluppo di altri strumenti e settori: web radio di comunità, formazione musicale, promozione della lettura, promozione della cultura cinematografica.

Presente in tutta Italia cOn 4.800 basi associative, che nel 2015 hanno organizzato oltre 15.000 eventi, con più di 2 milioni di partecipanti (dati SIAE), l’Arci è a tutti gli effetti una delle reti più attive e significative sull’intero territorio nazionale.

SIAE è un ente pubblico economico a base associativa per la gestione del diritto d’autore. Con una rete di uffici dislocati su tutto il territorio nazionale, rilascia ogni anno più di 1,2 milioni di licenze per l’utilizzo delle opere che tutela. L’impegno della Società Italiana degli Autori ed Editori nei confronti della creatività non si limita alla protezione del diritto d’autore. Da anni SIAE sostiene infatti la cultura nel nostro Paese con contributi economici per decine di iniziative artistiche, che si sommano a numerose attività sociali e di solidarietà. SIAE punta inoltre sui giovani autori, sostenendo progetti che abbiano come destinatari gli under 31. Per loro e per le start up editoriali è stato anche realizzato a partire dal 2015 l’azzeramento della quota associativa e sono state elaborate tariffe agevolate dedicate agli emergenti e alla costruzione della loro carriera artistica.

Roma, 15 marzo 2016

 

Ufficio Stampa SIAE | press@siae.it – tel. 06 5990.2860-3211 | Twitter @SIAE_Official | Facebook SIAE

Ufficio Stampa Arci | ufficiostampa@arci.it  – tel. 06 4160.9267 | Twitter @ArciNazionale | Facebook Arci Nazionale

SULL’INTERVENTO IN LIBIA IL GOVERNO FRENA, MA FINO A QUANDO?

di Franco Uda, coordinatore nazionale Arci Pace, solidarietà e cooperazione internazionale

«I am not that I play», sembra ben adattarsi anche all’attualità politica questa celebre battuta che William Shakespeare metteva in bocca a Viola nella commedia La dodicesima notte, evidenziando la divaricazione tra la realtà in sé e la parte che ciascuno interpreta nella propria vita. Siamo infatti nel bel mezzo di una partita a scacchi tra il Governo e l’opinione pubblica del nostro Paese, fatta di abili mosse di tattica mediatica, di stop-and-go repentini, in cui i diversi protagonisti del Governo alternano dichiarazioni e ruoli che sembrano, di volta in volta, voler parlare a porzioni differenti della società. L’oggetto è la Missione libica, che comporta il ruolo dell’Italia nello scacchiere mediterraneo e la spartizione delle ingenti risorse petrolifere di quella parte del nord Africa.

Il Premier, prudente come non mai, insiste nel suo gettare acqua su un fuoco acceso dalla Ministra della difesa in versione sturm und drang, quando accennò alla possibilità di inviare truppe di terra italiane in Libia.

Anche il Ministro degli esteri interpreta un ruolo rassicurante, sia verso il Parlamento che nei confronti dell’opinione pubblica, nel discorso pronunciato recentemente alla Camera.

Apprezzabile, anche se di fatto non smentisce l’improvvida uscita della sua collega alla Difesa, così come non chiarisce il mandato agli 007 contenuto in un decreto secretato e ‘dimentica’ di citare contestualmente, insieme al 52, l’art. 11 della Carta Costituzionale.

Vorremmo essere maggiormente tranquilli e rassicurati dopo l’intervento del Ministro alla Camera, vorremmo poter pensare che i venti di guerra hanno ceduto il passo a una calma di pace, vorremmo poter pensare che il ruolo che il nostro Paese vuole giocare nel Mediterraneo sia più vicino a quello di un pontiere diplomatico piuttosto che di capofila di nuove e incerte avventure coloniali.

Quello che sembra chiaro è che, nella situazione data, non vi sarà alcun intervento internazionale; quello che preoccupa è come potrà cambiare questa posizione in presenza di uno scenario differente. Come reagirebbe, infatti, la comunità internazionale (e l’Italia) a una richiesta d’intervento del Governo unitario libico? Siamo davvero convinti che i governi di Tobruk – eterodiretto dagli egiziani – e di Tripoli siano realmente rappresentativi di quella miriade di comunità, tribù e aggregati urbani della Libia? L’ipotesi di tripartire il territorio del Paese è in qualche modo connesso a una spartizione tra multinazionali di bandiera (Total, Bp, Eni) delle sue risorse petrolifere?

Nel mentre la società civile ha messo insieme oltre 50 organizzazioni che, in una sorta di mobilitazione preventiva, chiedono al Governo non solo di non prendere in considerazione – in nessun caso – l’avventura bellica, ma anche di fare quanto è possibile, insieme a l’Europa tutta, per dar modo ai tanti che fuggono dai conflitti di avere l’accoglienza prevista dal Diritto internazionale, non i muri e i fili spinati, non il mercimonio dei diritti umani.

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