La lunga agonia del Meridione

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La lunga agonia del Meridione

La questione meridionale è la più grande ferita del nostro Paese. L’ultima edizione del rapporto Svimez, presentato alcuni giorni fa, fotografa e analizza una frattura già nota ma che si fa più drammatica. Il divario con il Nord invece di colmarsi si amplia. Non solo il Mezzogiorno del Paese è in recessione, con un -0,2 del Pil rispetto al +0,3 delle regioni del Centro-Nord, ma sprofonda sempre più nella trappola demografica: poche nascite, giovani che emigrano, popolazione che invecchia. Dal 2000 a oggi due milioni di abitanti se ne sono già andati. Le regioni meridionali sono agli ultimi posti in Europa per tasso di attività e occupazione femminile. Rispetto al 2008 ci sono 295mila occupati in meno, mentre nello stesso periodo nel resto d’Italia sono aumentati di 437mila unità. Al Sud cresce solo l’occupazione di bassa qualità, precaria, atipica e magari in nero. E un lavoratore su quattro è a rischio povertà. A questo ritmo, nel giro di mezzo secolo, il Pil complessivo del meridione calerà del 40%.
Passano gli anni e il Sud Italia rimane la più grande area in ritardo di sviluppo di tutta l’Europa occidentale.
Nessun Governo è riuscito a invertire la tendenza. Nella prima repubblica non hanno funzionato l’intervento pubblico e misure assistenzialistiche, barattate con la tolleranza dell’evasione fiscale al Nord. Nella seconda Repubblica, la crisi ha fatto da alibi per deindustrializzare, senza innovare e tagliare gli investimenti in funzione del sostegno alla cassa integrazione dei lavoratori delle aziende del Nord. Negli ultimi anni, l’unica novità è stata il reddito di cittadinanza che però non ha migliorato i livelli occupazionali e della ricchezza ne ha frenato l’emorragia demografica. E qualcuno si è accorto che a un cittadino del Sud sono destinate molte meno risorse di un suo concittadino che abita al nord.
Ora, con un nuovo round della crisi del siderurgico di Taranto, tornano in primo piano le pesanti debolezze delle nostre politiche industriali. E ancora una volta quell’enorme fabbrica, che mette in conflitto il lavoro con ambiente e salute, assurge a simbolo di una lunga agonia.
Eppure, dalle esperienze della nostra rete associativa, sappiamo che il Mezzogiorno è più vivo che mai. Spetta anche a noi valorizzare questa ricchezza e questa vivacità, continuando a impegnarci per sostenere e promuovere aggregazione e autorganizzazione, partecipazione e democrazia.

Arci Nazionale

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Hong Kong, 23 settimane di lotta

Le immagini di Hong Kong sono drammatiche e spesso di vere e proprie aggressioni, come l’ultima ai danni di un deputato pro Pechino. Le proteste iniziate il 9 giugno contro un emendamento alla legge sulle estradizioni, ufficialmente ritirata il 24 ottobre, si sono trasformate in un’opposizione all’ingerenza sempre più accentuata di Pechino nell’autonomia di Hong Kong. Sono ormai 23 le settimane di proteste e scontri. Dagli scontri sono centinaia i feriti e Pechino ha definito la condotta dei manifestanti di Hong Kong come terrorismo.

Ma cosa ha spinto i manifestanti a scendere in strada e quali sono le loro richieste? Le proteste partono dall’emendamento (poi ritirato) alla legge sull’estradizione e non rappresentano che un tassello di un più profondo attrito tra Hong Kong e Pechino in vista dell’avvicinarsi della data in cui l’autonomia di Hong Kong dalla Cina volgerà al termine. Nel 2047 Hong Kong cesserà infatti di avere standard politici, economici e istituzionali diversi e più autonomi rispetto al resto della Cina. E Pechino ha già dimostrato l’intenzione di erodere, anche se in modo quasi impercettibile, il grado di autonomia di Hong Kong.

E in questo clima si inserisce la politica estera degli Stati Uniti in quanto il paese ha preso una posizione chiaramente a sostegno dei manifestanti. Il vice presidente statunitense Mike Pence ha dichiarato che la reazione di Pechino alle proteste si intreccia con le difficili relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina che, da poco, hanno riaperto un dialogo per la risoluzione della guerra commerciale.

Arci Nazionale

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Il Sultano vuole di più con l’aiuto della Russia. Italia ritira soldati dal sud Turchia.

La Russia sempre più al centro dello scacchiere siriano. A prendersi carico dell’abbandono dell’area da parte delle milizie curde sono subito arrivati i russi, subentrati magistralmente agli Stati Uniti e avviati a rimettere un altro pezzo di Siria in mano a Bashar el Assad e rispettare i patti con Ankara.
La condizione imprescindibile chiesta da Erdogan era che i miliziani curdi Ypg abbandonassero la safe zone, ed è in fase di conclusione. Ci troviamo di fronte a un Sultano che può dirsi soddisfatto nella sua propaganda nazionalista e a tutti gli effetti può dire di avere l’appoggio di Putin e Trump.
Ma il Sultano non si accontenta. Così ha lanciato un altro segnale bellicoso: se necessario, la Turchia espanderà la zona sicura nel nord-est della Siria, dove l’esercito di Ankara ha lanciato una vasta offensiva per ripulirla dalle forze curde siriane definite da Ankara ‘terroriste’. Lo ha detto il presidente turco, Recep Tayyib Erdogan, come hanno riportato media ufficiali turchi.
«Daremo una risposta drastica a qualsiasi attacco proveniente dall’esterno della zona sicura (nel nord-est della Siria) e, se necessario, amplieremo la nostra area sicura», ha dichiarato Erdogan parlando al gruppo parlamentare del suo partito come ha riferito l’agenzia di stampa Anadolu.
Intanto l’Italia ha disposto il rientro dei soldati impegnati nel Sud della Turchia nella missione Active Fence. Lo ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio nella sua informativa sulla Siria in Senato, che spiega che «abbiamo denunciato da subito che l’offensiva della Turchia rischia di compromettere gli sforzi compiuti nell’azione anti-Daesh e di pregiudicare i risultati ottenuti dalla coalizione in questi anni nell’eliminare la minaccia del califfato». E il Senato ha approvato la mozione della maggioranza che impegna il governo al cessate il fuoco in Siria «anche dopo la tregua pattuita», «a condannare fermamente nuove iniziative unilaterali della Turchia», oltre a spingere l’Onu per l’invio di una forza multilaterale di interposizione, su mandato Onu in accordo con Russia e Turchia, e a confermare l’«immediata sospensione delle esportazioni di armi».

Arci Nazionale

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Memorandum Italia – Libia, da annullare per il Tavolo Asilo. Di Maio lo conferma

Annullare il memorandum Italia – Libia. Lo chiede a gran voce il Tavolo Asilo, composto da numerose associazioni, Chiese e società civile, nel corso di una conferenza stampa a Roma, nel corso della quale è stata presentata la lettera aperta indirizzata a Governo e Parlamento sulla Libia.
Il 2 novembre prossimo scatterà infatti la proroga automatica, di altri tre anni, del memorandum d’intesa con la Libia, siglato per la prima volta nel 2017 tra il nostro Paese e il capo del governo di Tripoli Fayez Al Sarraj.
Contro questo rinnovo, dunque, l’opposizione è netta e motivata da numerose segnalazioni, inchieste indipendenti e violazioni dei diritti umani (documentati dall’Onu nel 2018), gli «inimmaginabili orrori» nei centri di detenzione libici finanziati dal governo italiano (compravendite di esseri umani, torture, violenze sessuali, stupri e abusi di ogni tipo) «commessi dai funzionari pubblici, dai miliziani che fanno parte di gruppi armati e dai trafficanti», in un contesto di assoluta impunità.
Purtroppo a voce del Ministro degli esteri, Luigi di Maio, rispondendo durante il question time alla Camera sulla prevista scadenza del memorandum, ha detto che l’eventuale revoca «rappresenterebbe un vulnus politico» ma «lavoriamo per migliorarlo». Quindi si rinnoverà nonostante i pareri che da giorni insistentemente chiedono lo stralcio dell’accordo o comunque di una radicale modifica. A chiederlo non solo le associazioni ma anche un folto gruppo di parlamentari tra cui i Dem, Italia Viva e LeU e numerosi pure nei Cinque Stelle. Secondo il Ministro sarebbe un ‘vulnus politico’, visione che lascia attoniti considerato il tipo e la quantità di crimini e torture commessi in quel Paese.
Le possibili modifiche annunciate, ma di cui tutto rimane vago, dovrebbero introdurre le organizzazioni umanitarie all’interno dei centri di detenzione, la possibilità di riattivare programmi di trasferimento e rimpatrio e un maggior coinvolgimento delle Nazioni Unite. Tutte modifiche che rimangono astratte, in quanto dovranno essere approvate dalla Libia. Fatto sta che si rinnova un accordo con un Paese riconosciuto dalle Nazioni Unite, il Consiglio d’Europa e la Commissione europea come un Paese non sicuro per cui le persone che tentano di fuggire non possono essere rimandate.

Arci Nazionale

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Migranti, no agli accordi con la Libia

Il primo numero del quotidiano Il Riformista, di cui sono vicedirettora, ha aperto con questo titolo «Naufraghi: se non c’è più Salvini inutile salvarli». È evidentemente un titolo polemico, contro l’attuale governo che ha lasciato la nave Ocean Viking per 11 giorni in mare: 104 persone a bordo (tra i quali 41 ragazzini, due neonati e due donne incinte) non hanno potuto sbarcare per tutto quel tempo.

Esattamente come accadeva con il precedente ministro dell’Interno. Il giorno in cui siamo usciti con questa provocazione, la situazione si è per fortuna sbloccata e le persone a bordo sono potute scendere. È però arrivato il momento che il governo giallorosso faccia un salto in avanti rispetto alle politiche migratorie, cambiando passo rispetto a un recente passato in cui, lo scontro politico, si è giocato sulla pelle di uomini e donne già stremati.

L’occasione è immediata: si tratta di non firmare gli accordi sulla Libia e di ripensare il rapporto con le Ong. Le organizzazioni non governative, criminalizzate dai precedenti governi, sono una grande risorsa umana, logistica, politica.

Arci Nazionale (Angela Azzaro, vicedirettora de Il Riformista)

https://www.arci.it/migranti-no-agli-accordi-con-la-libia-controcorrente/

Una vergognosa astensione

Tantissimi applausi in Senato hanno accolto l’approvazione con 152 voti a favore della proposta della senatrice a vita Liliana Segre di istituire una commissione straordinaria per il contrasto all’odio, al razzismo e all’antisemitismo. Un’idea nata sull’onda dell’odio digitale che ogni giorno, con una media di 200 messaggi, colpisce questa donna di quasi novant’anni, monumento vivente alla tragica memoria della Shoah, che porta impresso sul braccio e scolpito nell’anima il numero 75190 del lager di Auschwitz.

Parole violente, insulti e invettive di ogni tipo contro una donna che a 8 anni è stata espulsa da scuola perché “ebrea”, scampata per tre volte alle camera a gas, con un padre ucciso nel lager. Quella di ieri è una decisione importante, che offre uno strumento nuovo contro una piaga contemporanea che avvelena il dibattito pubblico.

Una decisione a cui ha fatto da contraltare la vergognosa astensione di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. L’immagine di quelle braccia conserte di senatori rimasti polemicamente seduti, senza battere le mani, ci restituisce l’identità di questo cosiddetto nuovo centrodestra a trazione sovranista e razzista e ci fa riflettere sui pericoli che corre la cultura dei diritti umani nel nostro Paese. Su quest’ultimo punto, i rischi di arretramento sono fortissimi. E i segnali di questa egemonia di matrice xenofoba e discriminatoria si ripropongono continuamente, come ad esempio emerge dalle debolezze e dai tentennamenti delle forze di governo sulla cancellazione degli accordi con la Libia.
La battaglia per tenere viva e diffusa la cultura dei diritti umani è prioritaria. Il nostro impegno contro il linguaggi d’odio e la violenza si motiva ulteriormente e saremo al fianco di Liliana Segre in questa nuova missione. Ci crediamo ed è necessario. Fa impressione una destra, in una sorta di corto circuito democratico, che si astiene sulla diffusione del linguaggio d’odio, un fenomeno che riesce – inoltre – ad augurare la morte a una sopravvissuta di un lager. Un argine a questo fiume di violenza è fondamentale per la tenuta della nostra democrazia.

Arci Nazionale

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Esilio. La passione secondo Lucano

Si intitola Esilio. La passione secondo Lucano il documentario promosso da Free Zone che sta riscuotendo molto interesse in tutta Italia.
Il film di Maurizio Fantoni Minnella nasce non tanto dal progetto di Mimmo Lucano quanto sul momento di rottura con la giustizia italiana che lo accusa e lo condanna a lasciare non solo il proprio lavoro di sindaco ma la propria abitazione, il paese dove è nato, Riace, dove in vent’anni ha contribuito a creare un’esperienza di accoglienza e di solidarietà che non ha eguali in tutta Europa.
Vista l’attenzione che il pubblico sta dimostrando nei confronti del film oltre che nei cinema, si stanno organizzando serate anche in circoli culturali, sedi Anpi ed in alcuni circoli Arci che hanno richiesto di proiettare il film presso le loro sedi.
Per le richieste di proiezione scrivere a FreeZone: minfo@libero.it – tel. 340/3375969.

Arci Nazionale

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Il vuoto machista – Controcorrente

Sempre più vuoto di contenuti, sempre più acceso nella forma e con una costante che non tradisce mai: il machismo.

Il confronto a sinistra in Italia, benché abbia parecchi motivi per non esserlo, rimane una delle enclave più severe del maschilismo. E gli ultimi match tra Pd e Italia Viva ne hanno dato penosi esempi.

Se il ministro Bellanova guida la delegazione del suo partito ai vertici di maggioranza è «il mastino di Renzi». Se Maria Elena Boschi attacca il Pd «forse ha bisogno di visibilità». Parlare nel merito (controbattendo anche duramente) pare più difficile quando gli interlocutori sono donne. Più facile, per screditarle, insinuare il dubbio su presunte debolezze o sudditanze oppure appioppare, quando sono feroci, alle lotte politiche di figure femminili un carattere dichiaratamente testosteronico.

Quando in politica crescono donne di potere la tendenza è ridurle a immaginette bidimensionali, che vivono di luce riflessa. Così vere leader non se ne vedranno mai. Anzi, non si vedranno a sinistra, perché a destra una c’è già.
Si chiama Giorgia Meloni.

Arci Nazionale

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Presentato l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo

In libreria dal 19 ottobre la nona edizione dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, promossa dall’associazione 46mo Parallelo, che si pone l’obiettivo di essere uno strumento di informazione per una cittadinanza attiva che orienti il pensiero e l’azione nella direzione della pace.
Nell’edizione di quest’anno un focus speciale sull’organizzazione degli interventi umanitari in aree di guerra e sulla crisi della Repubblica centrafricana, grazie al sostegno di Intersos.
«La collaborazione con Intersos», spiega Raffaele Crocco, direttore dell’Atlante «non fa che rendere sistematico e strutturato un flusso informativo di cui, da un lato, l’organizzazione aveva già un ingente patrimonio e un enorme potenziale da offrire: i suoi operatori sono là, sul terreno, nelle situazioni di tensione, di crisi umanitaria, di guerra aperta. Sono testimoni diretti e ‘voce’ potenziale di ciò che sta accadendo. Non solo: ma il loro punto di vista ideale sugli accadimenti è proprio quello dell’Atlante, ossia lo sguardo sui conflitti e sulle emergenze del pianeta con un’attenzione prioritaria verso chi questi conflitti e queste emergenze subisce, alle vittime, agli sfollati, ai civili che vedono la loro vita stravolta da eventi che non hanno voluto né deciso; inoltre, è comune la volontà di raccontarli con l’ottica di chi si batte perché questi conflitti e queste emergenze non vi siano più. L’Atlante scrive delle guerre perché un giorno l’Atlante non sia più necessario. Anche raccontare l’insensatezza e le atrocità dei conflitti può e deve aiutare a costruire una cultura di pace».

Arci Nazionale

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La lezione di Rodari

Nacque il 23 ottobre del 1920, uno dei maggiori rappresentanti della parola italiana: Gianni Rodari. Ha accompagnato e ancora accompagna l’infanzia di molti, dando a ciascuno la possibilità di esplorare e comprendere con estro e leggerezza il mondo del quotidiano. L’anno prossimo sarà il centenario dalla sua nascita.

Ma perché ricordare Gianni Rodari? Perché è il migliore manifesto culturale della nostra Italia, perché ha dedicato la sua vita a rendere i bambini più consapevoli e felici tramite fiabe fantastiche e racconti straordinari, perché ci ricordava che ridere è importante. Che la curiosità per la conoscenza rende liberi e felici. Al contrario della presunzione e l’arroganza.

Nel Libro dei perché del 1980, alla domanda perché studiare, rispondeva: «Per conoscere il mondo e per farlo diventare più bello e più buono. Attenta, però: non si studia soltanto sui libri. Mi ricordo di un Topo che viveva in biblioteca e amava tanto l’istruzione che si mangiava due libri al giorno. Una volta trovò in un libro l’immagine del Gatto e subito dopo la divorò. Mentre digeriva tranquillamente, convinto di aver distrutto il suo nemico, il Gatto in carne e ossa gli saltò addosso e ne fece due bocconi. Tra un boccone e l’altro, però, si fermò per dire – Topolino mio, bisognava studiare anche dal vero». Ecco chi era Gianni Rodari, uno che voleva trasportare nel reale i bambini (e gli adulti). In quello stesso mondo di cui odiava le ingiustizie sociali, credeva che la cultura dovesse contribuire a migliorarlo. Una convinzione che abbiamo anche noi, perché la cultura, l’approfondimento sono condizioni che creano emancipazione e crescita. Per tanti motivi dobbiamo ringraziare Gianni Rodari e in questo lungo anno che ci accompagnerà ai suoi 100 anni cogliamo l’occasione per leggerlo e – insieme a lui – ridere e riflettere.

Arci Nazionale

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