A 30 anni dalla morte di Enrico Berlinguer

A 30 anni dalla morte di Enrico Berlinguer

Un ricordo di Luciana Castellina

Quasi 10 anni fa l’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico produsse un documentario piuttosto scioccante: venivano interrogati, passando il microfono da uno all’altro, gli studenti della facoltà di scienze politiche dell’Università Federico II di Napoli, chiedendo cosa pensavano di Enrico Berlinguer (un pezzo di quel film è stato ripreso dalla recente pellicola di Walter Veltroni).
Le risposte furono allarmanti: nessuno sapeva chi fosse, salvo uno che, soddisfatto per la sua superiore cultura, rispose: «ma certo, il ministro dell’Istruzione!» L’aveva scambiato con suo cugino Luigi.

Non so cosa accadrebbe ora, a 30 anni dalla sua morte, se la stessa domanda fosse rivolta agli iscritti all’Arci nati dopo quel doloroso giorno, l’11 giugno 1984, quando, durante un comizio a Padova per le imminenti elezioni europee, Enrico Berlinguer si accasciò colpito da un malore da cui non riuscì più a riprendersi. E però sono ottimista: uno non si iscrive ad una associazione come l’Arci senza sapere niente della nostra storia recente, nella quale così forte è stato il segno impresso dai comunisti. Fra le molte cose buone che la nostra associazione ha fatto, assieme alle associazioni sorelle – l’Anpi innanzitutto – c’è l’aver tenuto a salvaguardare la memoria, non per conservatorismo ma, al contrario, perché senza conoscere e riflettere, magari anche criticamente sul passato, non si è in grado di capire il presente e, soprattutto, di immaginare il futuro.

E poi Enrico Berlinguer è stato un personaggio consonante con l’Arci, non solo alle sue origini (fu fondata proprio per iniziativa della Fgci che allora lui dirigeva), ma anche – e anzi direi soprattutto – con quella nuova, quella che usiamo chiamare «l’Arci di Tom». Penso ai temi che, anche controcorrente, gli furono cari negli ultimi anni della sua vita, quando cominciarono ad addensarsi sul mondo, e in particolare sull’Italia, i sintomi di una crisi epocale che metteva in discussione il modello di vita – di produzione, di consumo, di democrazia – su cui si era affermato il trionfante capitalismo  del secolo trascorso. Fu la sua intuizione della centralità che andava acquistando la critica del movimento ecologico per lo spreco di risorse che alimentava bisogni indotti che privilegiano il superfluo e sacrificano il necessario (i tanti inutili consumi individuali che si accompagnano alla povertà di quelli collettivi), gli indispensabili servizi di cura, sanitari, culturali, quelli la cui assenza rende le nostre città invivibili e possono rendere infelice la vita di una famiglia.

Da molti fu, per questo suo discorso, irriso: avevano scambiato il richiamo modernissimo alla necessità di un altro modello di sviluppo, per una nostalgia pastorale. Così come ‘bacchettone’ fu definito per la sua denuncia della corruzione che ormai investiva la vita politica, laddove Enrico stava anticipando l’ancora attualissimo problema della crisi del nostro sistema democratico. Fu attaccato anche perché insistette sul controverso tema della diversità dei comunisti da chi voleva affermare che i comunisti sono normali, come tutti gli altri. Certo che lo sono stati e lo sono quelli che tuttora si definiscono tali – nessuno ha mai mangiato bambini! – ma era giusto, io credo, sottolineare che quel termine stava a significare un di più di impegno, di soggettività, di protagonismo, perché  corrispondeva all’assunzione di responsabilità di ciascuno verso la collettività, il rifiuto di chiudersi nel proprio piccolo mondo individuale. Interpretato oggi in modi diversi – da comunisti e non comunisti, cattolici e laici o mussulmani, donne e uomini – non è forse questo principio che abbiamo introiettato e che fa dell’Arci un’organizzazione per l’appunto ‘diversa’? Non per falsa superbia, né per separazione da tutti gli altri, ma perché chi vi aderisce non si iscrive solo per sentire un concerto o per andare a ballare ma perché si assume un qualche impegno verso i suoi simili. Magari anche solo per rendere possibile a tutti di ballare e fare musica.

E ancora: nel momento in cui l’Europa veniva coperta da migliaia di missili, ad est come ad ovest, contro cui si mobilitò il grande movimento pacifista degli anni ’80, di cui in Italia l’Arci fu uno dei principali animatori, Berlinguer  lo incontrò, ne capì la portata innovatrice. È anche da questo rapporto che certamente egli trovò lo stimolo per indicare, a una socialdemocrazia Europea entro cui viveva all’epoca una sinistra molto significativa, l’ipotesi, per il nostro continente, di liberarsi dai blocchi militari e di avviare una ‘terza via’ che assumesse il buono dell’uno e dell’altro sistema che l’avevano spaccato: la libertà ma anche il tentativo di realizzare l’uguaglianza.

Non mi piacciono le commemorazioni beatificanti, oltretutto perchè finiscono per appiattire la personalità di chi si sta celebrando.

Berlinguer non è stato solo buono ed onesto, è stato anche un leader politico spigoloso e perciò controverso. Se mi permettete un accenno personale, devo aggiungere che io lo so bene perché fu quando lui era segretario del Pci che il gruppo del manifesto, di cui facevo parte, fu radiato per contrasti politici: la sottovalutazione del ’68, il ritardo nella rottura con un ormai irriformabile regime sovietico. Anche se poi ci invitò a rientrare riconoscendo che anche le rotture aiutano a capirsi meglio. E però è stato l’ultimo leader politico adorato da milioni.

Pur essendo il contrario del populista, riluttante come era rispetto ad  ogni demagogia e ad ogni trucco da spettacolo. (Ricordo una donna che una volta, ascoltandolo a un comizio, mi disse: «parla così male che deve essere per forza sincero!»).

Al suo funerale accorse, piangendo, una folla immensa. Da tutta Italia.

I ‘vecchi’ dell’Arci credo ci fossero tutti.

 

Luciana Castellina

image_pdfimage_print

Lascia un commento

Name*

Email* (never published)

Website