appello

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Droghe, lettera al governo per un confronto al Summit Onu Vienna 2019

Arci nazionale aderisce alla lettera-appello promossa dalle associazioni che da anni si battono per la prevenzione, per la depenalizzazione del consumo e per la riduzione del danno. Di seguito il testo presentato durante una conferenza stampa alla Camera dei Deputati

Quali associazioni italiane che lavorano nel campo della politica e degli interventi sulle droghe, chiediamo che il Governo avvii un confronto con la società civile in merito al prossimo Segmento ad Alto Livello della 62^ sessione della Commission on Narcotic Drugs (CND), durante il quale ministri e capi di stato dei paesi membri delle Nazioni Unite discuteranno della politica globale della droga (Vienna, 14 e 15 marzo 2019).

L’impegno delle nostre associazioni (in particolare di Forum Droghe che gode di status consultivo presso l’ECOSOC) sulle politiche internazionali delle droghe è di lunga data, così come il nostro sforzo per dialogare con le rappresentanze del governo italiano in corrispondenza degli appuntamenti più significativi: così è avvenuto per il Segmento ad Alto Livello della CND del 2009 e per l’Assemblea Generale Speciale ONU sulle droghe tenutasi a New York nel 2016 (UNGASS 2016).

La nostra richiesta di confronto è oggi autorevolmente supportata dallo stesso Outcome Document di UNGASS 2016, laddove si “riconosce che la società civile, alla pari della comunità scientifica e accademica, gioca un ruolo importante nella risposta al problema mondiale della droga” e che “le rappresentanze degli organismi della società civile dovrebbero essere messe in grado di svolgere un ruolo partecipativo…a supporto della valutazione delle politiche e dei programmi circa le droghe”.

Chiediamo dunque un’occasione di dialogo pubblico in preparazione di Vienna 2019 e, in vista di questo, avanziamo alcune considerazioni di merito, utili a segnare il terreno di discussione e a precisare il nostro punto di vista. Il Segmento ad Alto Livello della 62°CND è un’occasione importante di valutazione delle politiche internazionali, sia rispetto agli obiettivi stabiliti nella CND 2009, sia rispetto all’implementazione dei più recenti indirizzi decisi a UNGASS 2016.

Nonostante UNGASS 2016 non abbia pienamente rappresentato il full and honest debate sollecitato dall’allora segretario generale Ban Ki Moon al fine di una valutazione seria delle politiche con l’adesione di internazionali correnti e delle possibili alternative, tuttavia lo Outcome Document presenta alcuni elementi di novità, che la CND 2019 dovrebbe confermare e rafforzare. In particolare, le raccomandazioni circa:

– La piena conformità di tutti gli aspetti del contrasto alla droga – dalla riduzione dell’offerta alla riduzione della domanda – “con gli scopi e i principi delle Nazioni Unite, del diritto internazionale e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”. Si tratta di un importante richiamo contro le violazioni dei diritti umani che avvengono in molti paesi in nome del contrasto alla droga – dalle esecuzioni senza giudizio, alle pene non in linea col principio di proporzionalità rispetto alla gravità del reato, ai trattamenti coatti non rispettosi della dignità delle persone.

– Una maggiore coerenza all’interno del sistema ONU (in linea con l’auspicato inquadramento delle politiche della droga nell’ambito della generale mission delle Nazioni Unite, di promozione dello sviluppo e dei diritti umani). Ciò significa una costante collaborazione fra lo United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) e le altre agenzie che insistono su altri aspetti del problema droga, in specie la WHO, UNAIDS, lo UNDP (United Nations Development Programme); così come l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

– Il collegamento (e la compatibilità) fra gli obiettivi di contrasto alla droga e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals – SDG), questi ultimi centrati sulla promozione della pace, della sicurezza, del benessere delle comunità. Questa raccomandazione getta una luce critica su alcuni indirizzi delle politiche internazionali: a UNGASS 1998 l’enfasi sull’obbiettivo di “eliminazione” della droga in dieci anni ha portato a strategie aggressive di sradicamento delle coltivazioni illegali nei paesi produttori, con conseguenze nefaste di inquinamento dei territori e di impoverimento dei contadini. Lo stesso approccio di “guerra alla droga” nei paesi cosiddetti consumatori si è tradotto nella concentrazione della maggior parte delle risorse sulla risposta penale, a scapito delle risposte sociosanitarie: con la conseguenza di una inadeguata tutela della salute dei consumatori e delle comunità, specie nel contenere emergenze gravi come le infezioni da HIV e HCV.

– L’incremento degli sforzi a livello internazionale e nazionale per risolvere il grave problema dell’insufficiente disponibilità di sostanze psicoattive a uso medico (come accade in molti paesi, mentre in altri la disponibilità è addirittura inesistente).

Nonostante questo appello, assistiamo con preoccupazione a spinte ricorrenti per inserire nelle tabelle delle droghe proibite internazionalmente sostanze che in alcuni paesi in via di sviluppo sono utilizzate largamente come analgesici, essendo le uniche disponibili a tale scopo (come la ketamina e il tramadolo). Quanto al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dieci anni fa, alla CND 2009, è evidente che l’obiettivo di “eliminare, o significativamente ridurre, la disponibilità di droga entro dieci anni”, stabilito una prima volta a UNGASS 1998 e reiterato alla CND 2009, non è stato raggiunto.

A distanza di più di venti anni, è giunta l’ora di riconsiderare questo obbiettivo, a valenza più ideologica che pragmatica, per trovare invece obiettivi più ragionevoli e realistici, nonché più misurabili: in modo da permettere una valutazione effettiva delle politiche (sulla base di indicatori di esito e non solo di “processo”, utili solo a considerare gli sforzi fatti e non la validità degli obiettivi proposti).

Un esempio di nuovi obiettivi potrebbe essere, nell’ambito della salute, la riduzione delle morti droga correlate e la riduzione dell’incidenza di HIV e HCV; nell’ambito delle politiche penali, la riduzione dei tassi di incarcerazione.

A questo scopo chiediamo, in sintonia con analoga proposta delle reti internazionali delle associazioni della società civile, che il governo italiano sostenga l’istituzione di una commissione – cui la società civile partecipi – per la revisione e l’adeguamento degli indicatori di valutazione delle politiche globali.

Infine, chiediamo che Vienna 2019 non si traduca in un semplice adempimento burocratico, ignorando o fingendo di ignorare i cambiamenti che stanno avvenendo in diverse parti del mondo: dal consolidamento di quello che viene comunemente chiamato il “modello europeo”, basato sullo spostamento di enfasi e risorse dalla repressione alla salute, con lo sviluppo di nuove strategie sociosanitarie di riduzione del danno; alle innovazioni legislative di riduzione dell’impatto penale e carcerario, in specie con la decriminalizzazione dell’uso personale di droga; all’estendersi di sperimentazioni di regolamentazione legale della cannabis in Uruguay, in diversi stati degli Usa, e di recente in Canada.

Se è vero che UNGASS 2016 ha riconfermato nello Outcome Document la “flessibilità” delle Convenzioni, tale da consentire spazio per modelli nazionali di politiche e per sperimentazioni (come quelle sulla cannabis), ciò non preclude, anzi rafforza l’esigenza di una discussione sui processi di innovazione. Con la convinzione che le istituzioni internazionali avrebbero tutto da guadagnare da un full and honest debate, ancora una volta. Auspichiamo per l’Italia un ruolo importante, in primo luogo confermando la propria collocazione all’interno del “modello europeo”:l’Europa vanta il primato nel campo dell’innovazione, avendo abbandonato la “guerra alla droga” per un “approccio bilanciato”, fra penale e sociale. L’Italia ha una lunga storia di sviluppo della normativa sulla droga, segnata da un pronunciamento popolare a favore della depenalizzazione dell’uso personale, nel 1993. Contro i risultati del referendum, fu legiferato nel 2006, col risultato di un considerevole inasprimento penale tramite l’innalzamento delle sanzioni senza più distinzione fra le diverse droghe.

L’impegno di molte associazioni ha messo in moto un’inversione di tendenza, con un minore impatto punitivo per i reati di droga di minore gravità; culminato nel 2014 con l’intervento della Corte Costituzionale, che ha abrogato gran parte della legge del 2006. In linea con questa tendenza, il parlamento ha sancito la legittimità dell’uso terapeutico della cannabis, decisione oggi autorevolmente supportata dalla risoluzione della OMS del 24 gennaio scorso.

L’Italia può dunque portare una riflessione circa l’impatto di diversi orientamenti penali in tema di droga sui sistemi della giustizia e del carcere; così come sul rapporto fra droghe e salute, sulla base di un consolidato sistema integrato di servizi per le dipendenze, rafforzato dall’introduzione della riduzione del danno nei Livelli Essenziali di Assistenza; e sul rapporto fra droghe e diritti umani, battendosi per l’abolizione della pena di morte per i reati di droga e per l’eliminazione di tutte le pratiche contrarie alla dignità umana.

Arci Nazionale

https://www.arci.it/11456-2/

“Per un’Italia senza muri”, un coordinamento per unire il fronte comune contro razzismo e neofascismo

Sarà un importante momento di impegno comune la partecipazione alla Marcia PerugiAssisi della pace e della fraternità che si svolgerà domenica 7 ottobre 2018

Le numerose crisi che affliggono le nostre società hanno intaccato le fondamenta della democrazia, riportando alla luce un atteggiamento violento e aggressivo nei confronti di uomini e donne che vivono in condizioni di miseria e in pericolo di vita, accusandoli di essere la causa dei nostri problemi.

La serie di episodi di violenza nei confronti di immigrati, con una evidente connotazione razzista e spesso neofascista, impone una seria e immediata azione di contrasto che parta da una doverosa riflessione: il tessuto sociale impoverito divenuto, giorno dopo giorno, campo fertile per fomentatori di odio e di esclusione sociale.

Si stanno frantumando  i legami di solidarietà e, progressivamente, spostando l’attenzione dalle vere cause e dalle responsabilità dei governi nazionali e delle istituzioni internazionali.

La crisi è di sistema, è universale e la risposta non è più contenibile dentro i propri confini o ristretta a soluzioni parziali. Le interdipendenze tra crisi ambientale, modello di sviluppo, migrazioni forzate, guerre, illegalità, corruzione, corsa al riarmo, razzismo, rigurgiti fascisti e crisi delle democrazie, sono oramai ampiamente documentate.

È necessaria un’azione che coinvolga l’intera Europa, oggi incapace di rispondere al fenomeno delle migrazioni in modo corale, senza permettere agli egoismi dei singoli di prevalere. La solidarietà è premessa indispensabile per la lotta alle disuguaglianze e per la difesa dei diritti.

La società civile, il mondo della cultura, dell’associazionismo, dell’informazione, l’insieme delle istituzioni democratiche sono chiamate a impegnarsi nel contrasto a questa deriva costruendo una nuova strategia di mobilitazione, partendo da una piattaforma unitaria capace di fare sintesi tra le tante sensibilità e diversità che esprime la nostra società e di riaffermare il principio sancito 70 anni fa nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Nel percorso che ci vede coinvolti unitariamente, dopo le  mobilitazioni che ci hanno visti impegnati a Catania e Milano, gli episodi di mobilitazione locale che si stanno moltiplicando in queste settimane e le prossime iniziative, compresa una manifestazione unitaria nazionale quando le condizioni lo permetteranno, riteniamo un importante momento di impegno comune la partecipazione alla Marcia PerugiAssisi della pace e della fraternità che si svolgerà domenica 7 ottobre 2018.

In quanto promotori di questa iniziativa siamo impegnati:

  • in un coordinamento tra i soggetti che condividono le preoccupazioni e le finalità fin qui presentate;
  • a promuovere la più ampia partecipazione alla Marcia PerugiAssisi del 7 ottobre;
  • a organizzare il 15 settembre un’assemblea di coordinamento nell’ambito del Meeting Internazionale Antirazzista di Cecina;
  • a creare un osservatorio online contro il razzismo;
  • a condividere e diffondere un Manifesto antirazzista che rappresenti le preoccupazioni e le proposte dell’insieme dei soggetti che aderiranno a questo percorso e che servirà da punto di partenza per le prossime campagne e mobilitazioni.

Anpi, Arci, Articolo 21, Aoi, Beati i Costruttori di pace, Cgil,  Cipsi, Legambiente, Libera, Rete della Pace, Tavola della Pace

Società civile palestinese, israeliana ed europea chiedono la fine dell’assedio a Gaza

Organizzazioni palestinesi, israeliane , internazionali ed europee scrivono, per la prima volta insieme, una lettera aperta per chiedere la fine dell’assedio a Gaza

Lettera aperta a Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e a Johannes Hahn, Commissario europeo per la politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento, ai Ministri degli Esteri dell’Unione Europea

Oggetto: Chiusura illegale di Israele e blocco della Striscia di Gaza ai sensi del diritto internazionale

Stiamo scrivendo riguardo alla situazione allarmante nella Striscia di Gaza, per invitarvi a sollecitare le autorità israeliane a revocare la chiusura e il blocco da oltre un decennio imposto ai 2 milioni di residenti nella Striscia di Gaza.

Le proteste di massa, che hanno avuto luogo nella Striscia di Gaza dal 30 marzo, hanno causato la morte di almeno 135 palestinesi, oltre 14.000 feriti e un sistema sanitario già precario vicino al punto di rottura. Queste proteste hanno portato rinnovata attenzione internazionale sulla situazione insostenibile che prevale nella Striscia di Gaza causando un senso di frustrazione e disperazione diffuse dopo 11 anni di chiusura illegale, tre offensive militari israeliane e oltre mezzo secolo di occupazione militare. Mentre Israele continua a inasprire le restrizioni di Gaza, i recenti eventi hanno messo in chiaro che la situazione sul terreno non migliorerà a meno che la comunità internazionale non affronti urgentemente la causa principale: la chiusura illegale di Israele in violazione del diritto internazionale.

I due milioni di persone che vivono a Gaza non hanno accesso ad acqua potabile, hanno elettricità limitata e sono sottoposti a restrizioni estensive alla libertà di movimentoIsraele nega spesso o ritarda i permessi a coloro che cercano assistenza medica vitale fuori da Gaza, mentre gli ospedali mancano di risorse adeguate e devono affrontare una cronica penuria di forniture mediche. Inoltre, il governo palestinese sta imponendo misure punitive contro i residenti a Gaza, compresi i tagli alle forniture di elettricità per più di 6 mesi, e gli stipendi dei dipendenti pubblici. Temiamo che questa situazione peggiorerà rapidamente in vista dell’attesa riduzione o sospensione dei servizi di emergenza essenziali dell’UNRWA, dato che i due terzi della popolazione complessiva di Gaza sono rifugiati.

L’Unione Europea ha compiuto importanti sforzi per migliorare le condizioni socioeconomiche di Gaza, attraverso il finanziamento sostanziale di progetti umanitari e di sviluppo volti a ricostruire le infrastrutture distrutte di Gaza. L’UE ha anche cercato di facilitare il processo di unità palestinese per anni. Nonostante queste misure, la situazione della popolazione palestinese a Gaza è oggi molto più vicina al baratro di un disastro umanitario di quanto non sia mai stata.

L’assistenza finanziaria da sola non invertirà questa tendenza accelerata e non rispetterà i diritti fondamentali dei palestinesi a Gaza. Dato che l’interesse per un maggiore aiuto umanitario cresce a livello internazionale, temiamo che non possa esserci uno sviluppo efficace e aiuti umanitari finché Israele continuerà la sua chiusura illegale. Il meccanismo di ricostruzione di Gaza è in gran parte fallito poiché il suo funzionamento era radicato nelle politiche illegali di chiusura e blocco imposte dalle autorità israeliane. Ci si può aspettare che soluzioni simili generino lo stesso risultato. Il blocco di oltre un decennio e l’isolamento della Striscia di Gaza devono essere risolti affinché la situazione umanitaria sia adeguatamente affrontata.

Come rappresentanti di organizzazioni internazionali, europee, israeliane e palestinesi per i diritti umani e lo sviluppo, esortiamo i leader europei a riconoscere chiaramente la responsabilità primaria di Israele per la chiusura illegale e il blocco della Striscia di Gaza, che è la causa principale della mancanza di sviluppo e a una forma di punizione collettiva vietata dal diritto internazionale. È tempo che l’Unione europea prenda misure sostenibili per assicurare “una fine immediata e incondizionata al blocco e alla chiusura della Striscia di Gaza e “una piena apertura dei punti di attraversamento”, in linea con le sue politiche di vecchia data, con gli obiettivi umanitari e con gli obblighi relativi ai diritti umani.

Restiamo in attesa di un vostro cortese riscontro su questa lettera.

I firmatari della lettera:

Adalah – the Legal Center for Arab Minority Rights in Israel

Al Haq

Al Marsad, Arab Human Rights Centre in Golan Heights

Al Mezan Centre for Human Rights

Amnesty International

Associazione Ricreativa e Culturale Italiana (ARCI)

Broederlijk Delen

Cairo Institute for Human Rights Studies (CIHRS)

CIDSE

CNCD-11.11.11

EuroMed Rights

Gisha – Legal Center for Freedom of Movement

International Federation for Human Rights (FIDH)

Jerusalem Legal Aid and Human Rights Center (JLAC)

La Plateforme des ONG françaises pour la Palestine

Lawyers for Palestinian Human Rights (LPHR)

Médecins du Monde

Medical Aid for Palestinians (MAP)

Medico International

Palestinian Center for Human Rights (PCHR)

Physicians for Human Rights–Israel (PHR-I)

Trocaire

 

34.361 MORTI DI FRONTIERA NEGLI ULTIMI 25 ANNI

La presidente nazionale dell’Arci scrive ai protagonisti del Consiglio d’Europa che inizia oggi a Bruxelles

Comincia oggi a Bruxelles un importante Consiglio europeo, dove al centro della discussione ci saranno le politiche che la Ue e i singoli stati membri adotteranno verso i migranti. Già molti commentatori, e alcuni capi di governo, lo annunciano come un vertice in cui non si arriverà a decisioni condivise sulle questioni più delicate, a cominciare dalla revisione del Regolamento Dublino.

Ancora una volta a prevalere saranno, molto probabilmente, gli interessi politici ed elettorali nazionali, legati al consenso che le scelte da fare possono incontrare o meno ell’opinione pubblica del proprio Paese. Ancora una volta, i protagonisti del dibattito non saranno dunque i migranti e i loro diritti, a cominciare da quello alla vita, ma le convenienze dei singoli governi. Con una lettera firmata dalla Presidente nazionale Francesca Chiavacci, l’Arci richiama tutti i protagonisti del vertice alle loro responsabilità, inviando, con la lettera, il lunghissimo elenco dei morti di frontiera negli ultimi 25 anni. Ben 34.361 persone, donne, uomini, bambini, hanno perso la vita nel tentativo di entrare nella ‘Fortezza Europa’.

La maggior parte sono rimasti senza nome e senza sepoltura, inghiottiti da quel Mediterraneo un tempo ponte tra popoli diversi e oggi cimitero a cielo aperto. “Fermare questa strage è possibile, scrive Chiavacci, prevedendo canali di ingresso legali e sicuri, sia per ricerca lavoro sia per richiesta di protezione. Se l’Europa rinuncerà ai suoi principi fondanti la democrazia e i diritti di tutte e tutti saranno a rischio”. In allegato il testo della lettera e a questo link l’elenco dei migranti morti http://unitedagainstrefugeedeaths.eu/about-the-campaign/about-the-united-list-of-deaths/

LIBERARE SUBITO CRISTINA CATTAFESTA

Arci chiede alle autorità turche di liberare subito Cristina Cattafesta e al governo italiano il massimo impegno perché ciò accada al più presto

Dichiarazione di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

Cristina Cattafesta si batte da tutta la vita per i diritti delle persone, delle donne in particolare. Era in Turchia per seguire le elezioni, per verificare che nelle zone curde – da sempre oggetto di repressione da parte del governo di Ankara – non ci fossero brogli e violenze.

È stata fermata, accusata di complicità con “i terroristi” del Pkk (proprio lei che da tutta la vita si batte contro la guerra e contro la violenza) e ora è stata rinchiusa in un “centro di smistamento”, l’equivalente dei nostri Cie, in attesa di essere espulsa. Secondo le leggi turche potrebbe essere trattenuta in quel centro anche sei mesi. Cristina è donna dell’Arci (iscritta al Circolo Arci Traverso di Milano), e l’Arci chiede alle autorità turche l’immediato rilascio della nostra concittadina. Chiede inoltre al governo italiano che si impegni con la massima determinazione e con ogni possibile strumento perché ciò avvenga al più presto.

Noi ci impegneremo con ogni mezzo perché Cristina non rimanga sola.

 

Firma per l’ICE “Welcoming Europe”

Il 20 giugno, Giornata mondiale del rifugiato, cade quest’anno in un momento difficilissimo per quanti difendono i diritti e offrono aiuto umanitario

La decisione del ministro Salvini di negare l’approdo in Italia all’Aquarius e al suo carico umano e l’attacco violento e quotidiano alle ONG, sulla scia di quanto fa da tempo il primo ministro ungherese Orban, non solo mettono a rischio migranti, soccorritori, operatori ma mettono in discussione i diritti stessi di tutti i cittadini.

A tutto questo non possiamo restare indifferenti. Perché crediamo in un’Europa che accoglie e tutela i diritti umani!

Questo l’obiettivo dell’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) “Welcoming Europe. Per un’Europa che accoglie”, uno strumento di iniziativa popolare con cui i cittadini europei chiedono alla Commissione europea di agire per fermare il reato di solidarietà, creare passaggi sicuri per i rifugiati, proteggere le vittime di abusi e violazioni e garantire accesso alla giustizia.

Si può firmare l’iniziativa anche on-line, in pochi minuti, qui sul sitoinserendo alcuni dati personali e gli estremi della carta d’identità o del passaporto.

Puoi sostenere l’iniziativa invitando i tuoi contatti a firmare allo stesso link.

Segui e diffondi la campagna su:

Facebookhttps://www.facebook.com/welcomingeuropeIT/

Twitterhttps://twitter.com/WelcomingEU_IT

Sul sito trovi tutte le informazioni utili. Per contatti, scrivi a: info@welcomingeurope.it.

Contiamo su di te!

MAI PIU’ FASCISMI: IL 2 GIUGNO A BOLOGNA L’EVENTO DI CHIUSURA DELLA CAMPAGNA

MAI PIU’ FASCISMI: IL 2 GIUGNO A BOLOGNA L’EVENTO DI CHIUSURA DELLA CAMPAGNA

Mercoledì 30 maggio alle ore 11.30, nella Sala Stampa “Luca Savonuzzi” di Palazzo d’Accursio (Piazza Maggiore, 6) a Bologna, si terrà la conferenza stampa di presentazione della manifestazione nazionale del 2 giugno (Palazzo Re Enzo – Bologna – ore 16) promossa dal Coordinamento “Mai più fascismi”  (ACLI – ANED – ANPI – ANPPIA – ARCI – ARS – ARTICOLO 21 – CGIL – CISL – COMITATI DOSSETTI – COORDINAMENTO DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE – FIAP – FIVL – ISTITUTO ALCIDE CERVI – L’ALTRA EUROPA CON TSIPRAS – LIBERA – LIBERI E UGUALI – LIBERTA’ E GIUSTIZIA – PCI – PD – PRC – UIL – UISP). Nel corso della conferenza verrà comunicato l’esito della raccolta firme per l’appello “Mai più fascismi”, lanciata nel gennaio scorso, con cui si chiede alle autorità competenti lo scioglimento delle organizzazioni che si richiamano al fascismo e al razzismo.

 

INTERVERRANNO:

 

Virginio Merola – Sindaco di Bologna

Francesca Chiavacci – Presidente nazionale ARCI

Don Luigi Ciotti – Presidente di Libera, Associazioni, nomi e numeri CONTRO LE MAFIE

Andrea Cuccello – Segretario confederale della CISL

Carla Nespolo – Presidente nazionale ANPI

 

Prenderanno la parola nella manifestazione del 2 giugno, coordinati dal giornalista de la Repubblica, Paolo Berizzi:

 

Renato Balduzzi – Costituzionalista

Carmelo Barbagallo – Segretario generale della UIL

Francesca Chiavacci – Presidente nazionale ARCI

Carla Nespolo – Presidente nazionale ANPI

 

Conclusione musicale del cantautore Mirco Menna

Arci Nazionale

Annullare la tappa del Giro d’Italia a Gerusalemme

ODG approvato dal Consiglio nazionale Arci del 17/12/2017

Il CN ARCI,

esprime una forte preoccupazione per le crescenti tensioni e scontri che si registrano in questi giorni in tutta la Palestina a seguito delle irresponsabili dichiarazioni di Donald Trump sullo spostamento dell’ambasciata degli Usa a Gerusalemme.

L’implicito riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele costituisce una inaccettabile forzatura rispetto al riconoscimento internazionale di status che la Città ha assunto a seguito della decisione delle Nazioni Unite del 1983.

E’ una decisione che – di fatto – il processo di pace, già in sé molto complicato, ridando fiato agli estremismi presenti nella regione.

Il nostro Paese – in continuità con la propria storia diplomatica in Medio Oriente e in particolare nella questione palestino-israeliana – bene ha fatto a prendere le distanze dalla boutade del Presidente degli Stati Uniti, insieme con altri quattro Paesi dell’Ue, durante la riuinione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Tuttavia – e in modo maggiore per l’evoluzione della situazione a seguito della decisione dell’Amministrazione americana – appare sconsiderata la decisione di collocare proprio nella Città di Gerusalemme la prima tappa del 101° Giro d’Italia di ciclismo il 4 maggio 2018.

Lo sport è in grado di contribuire positivamente – e spesso lo ha fatto – alla negoziazione di pace e al superamento dei conflitti ma, in questo caso, agirebbe in senso opposto.

L’Arci chiede al Governo e al Ministero dello Sport di utilizzare tutti i mezzi a propria disposizione perchè il Coni e gli organizzatori del Giro d’Italia abbiano un ripensamento e venga immediatamente annullata la tappa.

 

F.to

Franco Uda

Gianluca Mengozzi

Simona Sinopoli

Luca Basso

Stefania Bozzi

Marino Canzoneri

e altri…

ARCI NAZIONALE

Nell’Europa dell’Est c’è una nuova generazione che resiste e reagisce

L’Est: lo conosciamo poco e non interessa granché. Quando si pensa all’Europa, la mente ancora corre a pochi paesi occidentali. L’Europa dell’Est continua ad essere quasi un mistero, come se un Muro di Berlino invisibile continuasse a separarci.

Eppure è evidente che lì si gioca una partita determinante, per il segno che l’Europa avrà nei prossimi anni. In Ucraina si combatte la prima guerra europea del terzo millennio. Contro le resistenze del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) si è schiantata l’accoglienza dei profughi.

L’11 novembre l’Europa democratica ha avuto un brivido, di fronte alla marcia dei sessantamila a Varsavia. «Polonia pura, Polonia bianca», un enorme raduno di neo-fascisti e neo-nazisti, con delegazioni da tutta Europa. Il ministro dell’interno si è detto «fiero della partecipazione di tanti polacchi». Un mese prima, l’8 ottobre, un milione di fedeli sostenuti dal governo avevano partecipato al ‘rosario alla frontiera’, una catena umana ai confini contro l’islamizzazione dell’Europa – in un’atmosfera medioevale, con le immagini sacre e le statue portate a spalla fra i boschi e sulle spiagge. Il 5 ottobre, il giorno dopo la grande manifestazione delle donne  polacche per il diritto all’aborto, la polizia ha fatto irruzione nelle sedi dei due movimenti femministi più attivi a Varsavia e in altre tre città. Sono stati sequestrati documenti, computer e archivi digitali.

Amnesty International ha aperto un dossier Polonia, e documenta violazioni dei diritti dell’opposizione sociale democratica: limiti al diritto di manifestazione, repressione, intimidazioni, sorveglianza, perquisizioni perfino in casa.

In queste ore, sta circolando un appello dello Sciopero delle Donne Polacche, la coalizione che ha vinto nel 2016 la lotta contro il divieto totale di aborto. Il comunicato denuncia le violenze subite da attiviste e militanti durante le contro-manifestazioni dell’11 novembre, e chiede solidarietà internazionale. Il 18 e 19 novembre a Varsavia si terrà il Forum per il Futuro della Cultura, contro un governo che trasforma la cultura polacca in uno specchio del patriottismo ultra-nazionalista e dei valori cristiani tradizionali. L’anno scorso ha riunito tremila persone. Il Teatro Powszecny che lo promuove è stato oggetto di un attacco estremista nello scorso maggio. Anche in questo caso, si fa appello alla solidarietà internazionale.

C’è un’altra Polonia, come esiste un’altra Ungheria, un’altra Romania, altri Balcani. La storia dell’Europa dell’Est non è solo totalitarismo, illiberalismo, occupazioni militari del passato e invasione neo-liberista del presente. È anche una storia democratica, progressista, multiculturale e multireligiosa. C’è una nuova generazione che la sta riprendendo in mano e innovandola, per resistere e reagire. Stanno difendendo il loro futuro, e anche quello di tutti noi europei.

L’Arci farà il possibile per sostenerli. Combattiamo contro gli stessi mostri, ovunque nella nostra Europa. È interesse di tutti e tutte fare altrettanto.

 

ArciReport, 16 novembre 2017

http://www.arci.it/index.php/download_file/view/13589/10815/

Articolo di Francesca Chiavacci, presidente Arci Nazionale.

30 settembre: mobilitazione della CGIL contro la violenza sulle donne

Con l’appello, dal titolo ‘Avete tolto senso alle parole’, la Cgil lancia una mobilitazione nazionale il 30 settembre per chiedere agli uomini, alla politica, ai media, alla magistratura, alle forze dell’ordine e al mondo della scuola un cambio di rotta nei comportamenti, nel linguaggio, nella cultura e nell’assunzione di responsabilità di questo dramma.

Perché la violenza maschile sulle donne non è un problema delle donne, che non vogliono far vincere la paura e rinchiudersi dentro casa. L’appello, che ha come prima firmataria la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso, è stato sottoscritto anche dalla presidente dell’Arci Francesca Chiavacci.

Avete tolto senso alle parole.

Volete togliere senso ai numeri che parlano di un dramma. Non sapete quanto pesa denunciare e quale scelta sia. Ogni denuncia porta con sè la nuova violenza di cronache morbose, pornografiche, che trasformano le vittime in colpevoli.
Non sapete dare un senso al silenzio che le donne scelgono, o a cui sono costrette e lo occultate nelle statistiche che segnano una lieve diminuzione delle denunce, seppellendo nei numeri il peso permanente della violenza, degli stupri, dei femminicidi.
Avete tolto senso alle parole quando trasformate la violenza contro le donne in un conflitto etnico, razziale, religioso.

Avete tolto senso alle parole quando difendete il vostro essere uomini, senza pensare all’ulteriore violenza che infliggete: donne nuovamente vittime, oggetto dei vostri conflitti di supremazia.
Quando riecheggia il fatidico “dove eravate?”, vorremmo noi chiedervi “dove siete?” Siamo uscite dal silenzio, abbiamo detto “se non ora quando” ed ancora “nonunadimeno”, abbiamo denunciato i diritti negati con la piattaforma CEDAW. Abbiamo colorato piazze, città, la rete, le nostre vite perché vogliamo vivere ed essere libere.

Reagiamo con la forza della nostra libertà all’insopportabile oppressione del giudizio su come ci vestiamo o ci divertiamo.
Ci vogliamo riprendere il giorno e la notte, perché non c’è un “mostro” o “un malato” in agguato, ma solo chi vuole il possesso del nostro corpo, della nostra mente, della nostra libertà. Non ci sono mostri o malati,ma solo il rifiuto di interrogarsi, il chiamarsi fuori che alla fine motiva e perpetua la violenza.

Le parole sono armi, sono pesanti lasciano tracce profonde ed indelebili, determinano l’humus in cui si coltiva la “legittimità” della violenza, la giustificazione dell’inversione da vittima a colpevole.
Ci siamo e continueremo ad esserci per riaffermare che la violenza contro le donne è una sconfitta per tutti e ci saremo ancora perché vogliamo atti e risposte:
– La convenzione di Istanbul è citata, ma non applicata, farlo!
– La depenalizzazione dello stalking, va cancellata – ora!-
– La cultura del rispetto si costruisce a partire dalla scuola, dal senso delle parole, si chiama educazione!
– Agli operatori della comunicazione tutti, chiediamo che ci si interroghi e si decida sul senso dell’informazione, sul peso delle parole ed esigiamo la condanna di chi si bea della cronaca morbosa.
– Ancora una volta risorse e mezzi per i centri antiviolenza, case sicure, e norme certe per l’inserimento al lavoro.
– Vogliamo che venga diffuso e potenziato il servizio di pubblica utilità telefonico contro la violenza sessuale e di genere, adesso!
– Alla magistratura e alle forze dell’ordine, che venga prima la parola della donna in pericolo, della donna abusata, che non si sottovaluti, che non si rinvii, che si dia certezza e rapidità nelle risposte e nella protezione”.

L’appello ha già raccolto molte firme, tra cui quelle di:

Susanna Camusso, CGIL
Elisabetta Addis, economista
Roberta Agostini, parlamentare
Antonella Bellutti, olimpionica ciclismo
Sandra Bonzi, scrittrice
Gabriella Carnieri Moscatelli, Telefono Rosa
Luciana Castellina, politica e giornalista
Francesca Chiavacci, Arci
Franca Cipriani, Consigliera Nazionale di Parità
Daria Colombo, delegata PO Comune Milano
Lella Costa, attrice
Geppi Cucciari, attrice
Maria Rosa Cutrufelli scrittrice
Diana De Marchi, Commissione PO Milano
Loredana De Petris, parlamentare
Alessandra Faiella, attrice
Angela Finocchiaro, attrice
Francesca Fornario giornalista
Maddalena Gasparini, neurologa
Maria Grazia Giannichedda, Fondazione Basaglia
Marisa Guarneri, Cadmi (Centro donne maltrattate Milano)
Cecilia Guerra, parlamentare
Anna Guri, Scuola di Teatro Paolo Grassi
Francesca Koch, Casa Internazionale delle Donne
Simona Lanzoni, Pangea
Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice
Maura Misiti ricercatrice Cnr
Rossella Muroni, Legambiente
Bianca Nappi, attrice
Giusi Nicolini, dirigente politica
Ottavia Piccolo, attrice
Bianca Pomeranzi esperta Cedaw
Rebel Network
Cristina Obber, giornalista e scrittrice
Norma Rangeri, giornalista
Rosa Rinaldi, dirigente politica
Chiara Saraceno sociologa
Linda Laura Sabbadini, statistica
Assunta Sarlo giornalista
Stefania Spanò, “Anarkikka” vignettista
Monica Stambrini, regista
Paola Tavella, giornalista e scrittrice
Vittoria Tola, Udi
Livia Turco, Fondazione Nilde Iotti
Chiara Valentini, giornalista e scrittrice
Elisabetta Vergani, attrice
Alessandra Kustermann, ginecologa

 

Chiediamo a tutti, pesate le parole. Sappiate che non si può cancellare la nostra libertà.

Arci Nazionale