Diritti

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No al Medioevo dei diritti. #fermatePillon

1, 10, 100 piazze per fermare il Ddl Pillon

No al Medioevo dei Diritti

L’Arci non ci sta a che il Paese venga trascinato in un Medioevo dei diritti.

E’ ormai chiaro a tutti come questo Governo abbia in mente un grande disegno volto a modificare profondamente la nostra società rifondandola su un patriarcato reazionario, conservatore e violento. Il Ddl Pillon, il DDl 45 riguardante l’ambito penale con il quale va in coppia, Verona insignita del titolo di “città a favore della vita: sono tratti distintivi di un disegno che spaventa.

Ed è proprio per combattere la paura di un ritorno ad un passato oscuro che l’Arci aderisce alla manifestazione del 10 novembre promossa da DIRE, per protestare contro il DDL Pillon sulla Riforma dell’affido condiviso di cui il senatore leghista, Simone Pillon, noto per le sue posizioni oltranziste contro le unioni civili e l’aborto, è primo firmatario.

Il testo, che è a dir poco maschilista, riporta indietro nel tempo l’orologio dei diritti faticosamente conquistati dalle donne e calpesta il diritto di protezione del minore all’interno delle relazioni familiari. Già in estate il ministro dell’Interno, guarda caso dello stesso partito del senatore Pillon, ha fatto saltare la dicitura «genitore 1» e «genitore 2» sulle carte di identità con la volontà chiara di tornare a «padre» e «madre» e rimettendo in un angolo le famiglie arcobaleno.  Dietro la porta c’è la questione dei figli di coppie omosessuali, il diritto all’aborto, il divorzio.

Sul terreno dei diritti acquisiti non arretreremo di un passo:

Dobbiamo fermare il decreto Pillon che invece di tutelare il superiore interesse dei bambini li mette al centro del contrasto tra i genitori, trasformandoli in strumenti che i genitori possono utilizzare l’uno contro l’altro.

Dobbiamo fermare il decreto Pillon perché per noi la bigenitorialità perfetta non può esistere. Bigenitorialità significa sostenere una eguale responsabilità nella crescita dei figli e non trattarli come fossero una merce di scambio, un pacco da dividersi in parti uguali.

Dobbiamo fermare il decreto Pillon perché la disparità di reddito tra uomini e donne, che è un dato di fatto nel nostro paese, diventerà un ostacolo per molte donne che sceglieranno di separarsi. Abbiamo bisogno di politiche di welfare che sostengano le madri, le donne, le famiglie più in difficoltà non di altre penalizzazioni, di altri ostacoli pratici ed economici.

Dobbiamo fermare il Decreto Pillon perché paralizza le vie di fuga alle donne che subiscono violenza, che pure di non vedersi separate dai figli, se in condizioni economiche sfavorevoli, si troveranno costrette a restare accanto a un marito violento.

Dobbiamo fermare il decreto Pillon  e dobbiamo farlo insieme con tutta la società civile, associazioni, sindacati, giuristi, lavorando per informare cittadine e cittadini, sensibilizzando i più giovani, parlando in ogni luogo possibile con mobilitazioni parmanenti e condivise. La lotta che ci aspetta nei prossimi mesi la vinceremo solo se sapremo stare uniti.

Se ne facciano una ragione i vari “Pillon” che sono al Governo: accanto alla famiglia tradizionale, con pari dignità e diritti esistono altri tipi di famiglie per la cui legittimità l’Arci si è battuta e continuerà a farlo. La battaglia inizia dal DDL Pillon.

 

Di seguito l’appello che indice la mobilitazione nazionale

Il disegno di legge proposto dal Senatore Pillon sulla revisione delle norme in materia di separazione, divorzio e affido dei minori ci porta indietro di 50 anni e trasforma le vite degli ex coniugi e dei loro figli/e in un percorso a ostacoli.

A parole vorrebbe conciliare i loro problemi, ma di fatto crea maggiori contrasti, imponendo regole che stravolgerebbero la vita proprio di quei figli che vorrebbe tutelare. L’iniziativa legislativa mira, infatti, a ristabilire il controllo pubblico sui rapporti familiari e nelle relazioni attraverso interventi disciplinari, con una compressione inaccettabile dell’autonomia personale dei/delle singoli/e.

Diciamo NO alla mediazione obbligatoria

perché la mediazione ha come presupposto la scelta volontaria delle parti e relazioni simmetriche non segnate dalla violenza. Nella proposta Pillon, l’obbligo di mediazione viola apertamente il divieto previsto dall’art. 48 della Convenzione di Istanbul, mette in pericolo le donne che fuggono dal partner violento, oltre a generare uno squilibrio tra chi può permettersi questa spesa e chi non può perché non è previsto il patrocinio per i meno abbienti.

Diciamo NO all’imposizione di tempi paritari e alla doppia domiciliazione/residenza dei minori

che comportano la divisione a metà dei figli/e considerati alla stregua di beni materiali. Il principio della bigenitorialità, così applicato, lede il diritto dei minori alla stabilità, alla continuità, e all’espressione delle loro esigenze e volontà, riportando la genitorialità al concetto della potestà sui figli anziché a quello della responsabilità, già acquisito in sede europea e italiana come principio del rapporto genitori/figli.

Diciamo NO al mantenimento diretto

perché presuppone l’assenza di differenze economiche di genere e di disparità per le donne nell’acceso alle risorse, nella presenza e permanenza sul mercato del lavoro, nei livelli salariali e nello sviluppo della carriera.   Cancellare l’assegno di mantenimento a favore dei figli dà per scontato che ciascun genitore sia nella condizione di dare al figlio pari tenore di vita. Ciò nella maggioranza dei casi non è vero, come i dati Istat confermano. La disparità di capacità economiche dei genitori comporterà una disparità di trattamento dei figli quando saranno con l’uno o l’altro genitore.

Diciamo NO al piano genitoriale

perché incrementa le ragioni di scontro tra i genitori e pretende di fissare norme di vita con conseguenti potenziali complicazioni nella gestione ordinaria della vita dei minori. Non si possono stabilire in via preventiva quali saranno le esigenze dei figli, che devono anche essere differenziate in base alla loro età e crescita. Il minore con il Ddl Pillon diventa oggetto e non soggetto di diritto.

Diciamo NO all’introduzione del concetto di alienazione parentale

proposto dal Ddl che presuppone esservi manipolazione di un genitore in caso di manifesto rifiuto dei figli di vedere l’altro genitore, con la previsione di invertire il domicilio collocando il figlio proprio presso il genitore che rifiuta. E conseguente previsione di sanzioni a carico dell’altro che limitano o sospendono la sua responsabilità genitoriale. Si contrasta così la possibilità per il minore di esprimere il suo rifiuto, avversione o sentimento di disagio verso il genitore che si verifichi essere inadeguato o che lo abbia esposto a situazioni di violenza assistita.

Saremo per questo in piazza in tante città del paese il 10 novembre

per una mobilitazione generale che coinvolga donne e uomini della società civile, del mondo dell’associazionismo e del terzo settore, ordini professionali e sindacati, tutti i cittadini che ritengono urgente in questa complessa fase politica ripristinare la piena agibilità democratica e contrastare la crescente negazione dei diritti e delle libertà a partire dalla libertà delle donne.

#FermatePillon. #FermiamoPillon

Promosso da:

  • D.i.Re Donne in rete contro la violenza
  • Udi Unione donne in Italia
  • Telefono Rosa
  • Maschile Plurale
  • CAM Centro di ascolto uomini maltrattanti
  • CGIL Confederazione generale italiana del lavoro
  • UIL Unione italiana del lavoro
  • Rebel Network
  • NUDM Non una di meno
  • CISMAI Coordinamento italiano servizi maltrattamento all’infanzia
  • ARCI
  • Rete Relive
  • Educare alle Differenze
  • BeFree
  • Federico nel Cuore
  • Movimento per l’Infanzia
  • Le Nove
  • Terre des hommes
  • Associazione Manden

La verità sull’uccisione di Stefano Cucchi

 Il pestaggio di Stefano Cucchi c’è stato!
Soddisfazione per questa svolta che apre finalmente la strada alla verità
Dichiarazione di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

 

Il pestaggio c’è stato. Uno dei carabinieri imputati al processo Cucchi, puntando il dito su due suoi colleghi, lo ha ammesso, mentre Ilaria finalmente ha potuto dire, dopo 9 anni di dure battaglie, che il muro di omertà è crollato. Una svolta che ristabilirà una volta per tutte la verità sui fatti che hanno portato alla morte di Stefano.

Quel muro è crollato e siamo convinti che continuerà a crollare, mattone su mattone, perché è costruito sulla menzogna e non ci sono fondamenta più fragili delle menzogne.

Tutta l’Arci abbraccia Ilaria Cucchi che con il suo coraggio e la sua determinazione non ha mai ceduto nella sua ricerca della verità perché fosse fatta giustizia. E noi le staremo ancora accanto, ogni giorno, fino a che anche l’ultimo piccolissimo tassello sulla morte di Stefano sarà rivelato.

Roma, 11 ottobre 2018
Arci nazionale

La tragedia di Rebibbia: lettera aperta di associazioni e volontari

La tragedia di Rebibbia: non si aggiungano danni alla tragedia provocata da una mamma detenuta

Lettera aperta di volontari, cappellani, operatori del sociale, del mondo del lavoro, della cultura, dello sport, della salute

La tragedia che si è consumata a Rebibbia ci ha lasciati senza fiato. Un dolore e un orrore che ha travolto tutti: i due bambini innanzitutto, quella madre che forse ancora non è consapevole di quello che ha fatto, tutti gli operatori dell’Istituto, le oltre trecento donne lì detenute, le loro famiglie e anche noi volontari, cappellani, operatori del sociale, del mondo del lavoro, della cultura, dello sport, della salute che ogni giorno entriamo in carcere per dare il nostro contributo affinché la pena risponda sempre più alle finalità dettate dalla Costituzione.

Abbiamo accolto tutto questo dolore in un silenzio rispettoso, vicini alle donne detenute, al loro smarrimento e dolore. Abbiamo cercato di comprendere i tanti tasselli di una vicenda che ha avuto un epilogo così drammatico.

Conosciamo la complessità del carcere, dei suoi problemi, della sua gestione. Ma conosciamo anche bene l’impegno da sempre profuso dalla Direzione dell’Istituto femminile di Rebibbia per fare del carcere un luogo di reinserimento, di riflessione, di presa di coscienza, di riappacificazioni delle detenute con sé stesse e con le persone che hanno sofferto per le loro colpe, di crescita culturale e molto altro ancora. Sappiamo dell’attenzione con cui le donne sono seguite e ne condividiamo le scelte operative, dell’apertura dell’Istituto al territorio e alle sue Istituzioni, come la scuola materna del quartiere che accoglie ogni giorno nelle sue classi i bambini della Sezione nido.

Ed è per questo che sentiamo il dovere di rompere il silenzio.

Pensare di dare una risposta risolutiva a questo dramma scaricando sulla Direzione e sulla Vice-comandante la responsabilità di quanto è successo è un grave errore. Le responsabilità sono tante e nessuno – nemmeno noi – può pensare di tirarsene fuori, trovando un colpevole che paghi per tutti.

Il dramma dei bambini in carcere è noto a tutti. La legge del 2011 ha tracciato una linea che prevede una collocazione alternativa al carcere per mamme e bambini, ma la sua applicazione fatica a trovare pienezza. Il disagio sociale sempre più presente all’interno degli Istituti di pena non è certo una novità e troppo spesso il peso di tale problema è affidato al personale di Polizia penitenziaria. Gli Enti locali faticano a dare risposte a chi esce dal carcere e cerca di ricominciare una vita diversa. I cittadini molto spesso si oppongono alla nascita di strutture di accoglienza, come le case famiglia per le donne detenute con figli.

Colpire i vertici della Casa circondariale femminile di Rebibbia significa, per noi, aggiungere danni alla tragedia provocata da una mamma detenuta.

A buon diritto
Arci
A Roma Insieme
Associazione Articolo 21 – Liberi di
AS.VO.PE. – Palermo
Associazione Antigone
Associazione Controluce – Pisa
Associazione Fuoririga – Casal del Marmo
Associazione Liberamente – Cosenza
Associazione Sarda per l’attuazione della riforma psichiatrica
Associazione Semi di Libertà onlus
Associazione Spondé onlus
Associazione Volontari In Carcere/Caritas di Roma
Atletico diritti
Cibo Agricolo Libero
Comunità di Sant’Egidio
Comunità Papa Giovanni XXIII
Conferenza nazionale Volontariato Giustizia
Conferenza per la Salute mentale nel mondo “Franco Basaglia”
Cooperativa Con-Tatto
Cooperativa Sociale Concordia onlus
Coordinamento Regionale “Tino Beiletti” – Piemonte e Valle d’Aosta
Coordinamento SEAC – Calabria
Coordinamento SEAC – Veneto
Festival dei matti
Fondazione Franco e Franca Basaglia
Fondazione Zancan
Forum nazionale per la salute in carcere
Forum salute mentale nazionale
Gruppo Idee laboratorio ricuciamo
GRUSOL Gruppo solidarietà
I Cappellani degli Istituti di Rebibbia
La Fraternità – Verona
Magistratura democratica
Men at work onlus
Nessuno tocchi Caino
Oltre le sbarre
Osservatorio Stopopg per la salute mentale
Panta Coop arl onlus
Ristretti orizzonti
SEAC
Sesta città di rifugio
Sesta opera San Fedele – Milano
Sesta Opera San Fedele – Rieti
Società Cooperativa e-Team
Società di San Vincenzo De Paoli
Ucsi – Unione cattolica stampa italiana
Unasam
Vo.Re.Co.

Il 7 ottobre la PerugiAssisi

Una marcia di tutti e per tutti

E’ una Marcia della Pace che durerà più di un giorno, la Perugia-Assisi di quest’anno, perchè una parte del Paese è già in marcia. Sono oramai tante, infatti, le manifestazioni che, mettendo insieme organizzazioni della società civile e singoli cittadini, vogliono evidenziare un dissenso o semplicemente lU’esistenza di un’Italia che non ci sta. Una opposizione popolare spontanea,  che agisce come surroga a una opposizione istituzionale che stenta a sintonizzarsi con quella parte del Paese che aspira a rappresentare e farsi carico di un’azione politica strutturata e finalizzata.

L’imbarbarimento dello spazio pubblico, il continuo ricorso evocativo a paure e odio verso il diverso, la sistematica contrapposizione tra gli ultimi e i penultimi nella piramide sociale, non sono solo un’arma di distrazione di massa rispetto alle promesse elettorali, ma hanno effetti reali gravissimi nello svilimento delle istituzioni, nella credibilità internazionale del nostro Paese, nelle vite e nei corpi di chi fugge da guerre, totalitarismi e miseria per cercare un futuro possibile.

Intanto l’Italia prosegue a esportare bombe verso l’Arabia Saudita, che le fa piovere criminosamente sulla testa di bambini e civili imbelli; in Siria il regime di Bashar al-Assad prepara la propria restaurazionee la spallata finale ai ‘ribelli’, con una carneficina a Idlib ignorata dalla comunità internazionale; la Libia implode sotto lo stesso peso di una finta credibilità costruita ad arte da istituzioni internazionali ansiose solo di rimettere in moto gli affari – che puzzano di petrolio da comprare e di sangue dei migranti africani nei lager delle nuove frontiere esternalizzate – con un Paese ormai stretto nella morsa delle milizie del generale Haftar che, alla conquista di Tripoli, creerà un’asse con l’Egitto di al-Sisi su cui varrebbe la pena che tutta l’area mediterranea si allarmasse; la Turchia di Erdogan si sbriciola economicamente tra la follia di una politica estera da superpotenza che non si può permettere e le conseguenze dei dazi americani voluti dal suo ex amico Trump, consegnando a mezza Europa lo spettro dello scioglimento anticipato di quel contratto che ha di fatto arginato la rotta balcanica di immigrazione.

A casa nostra la Puglia più solidale piange i suoi lavoratori morti di caporalato, la Catania più accogliente affolla il molo per liberare i ‘sequestrati’ della Diciotti, la Milano democratica scende in piazza contro l’abominio istituzionale di un Ministro che incontra un Premier straniero per fondare un’alleanza della destra più xenofoba e antieuropeista, la Sassari antifascista si ritrova nel sagrato di una parrocchia, militarmente occupato 24 ore prima da un’indegna parata funebre di stampo fascista.

Vignetta donata da Mario Biani alla marcia della pace 2018.

Per questo dobbiamo ripartire proprio dalle città, dai luoghi di prossimità dove si affrontano le vertenze quotidiane e peculiari delle comunità, per poter poi ricollocare in un quadro più ampio i segni politici distintivi della mobilitazione. Per questo la promozione dei Comitati cittadini verso la PerugiAssisi ha il grande pregio di riportare l’agire delle organizzazioni della società civile come l’Arci nell’alveo della partecipazione dal basso, tema a noi molto caro e sul quale abbiamo speso riflessioni che oggi sarebbe necessario aggiornare e rilanciare, anche per ricreare quelle condizioni di iniziativa unitaria e a rete che costituirebbero l’infrastruttura sociale più utile anche per le occasioni future.

Il percorso di questo ultimo mese che ci separa dal 7 ottobre – giorno della Marcia – sarà segnato da tappe significative: si parte dall’Assemblea nazionale dei Comitati cittadini, ospitata al Meeting Internazionale Antirazzista di Cecina il 15 settembre. Sarà l’occasione per strutturare meglio e dare a ogni Comitato la consapevolezza di far parte di una rete più grande, innervata dalla presenza territoriale delle grandi organizzazioni nazionali; inoltre si attuerà nella pratica quel concetto di “omnicrazia” coniato da Aldo Capitini e degno di essere approfondito come frontiera delle democrazie d’oggi.

Nei giorni 5 e 6 ottobre si terrà poi a Perugia un forum di discussione organizzato dalla Rete della Pace e  dalle le associazioni che ne fanno parte. Lo scopo è mettere in campo contenuti e visione di una Marcia che non avrà alcun elemento di ritualità, ma che invece si propone di essere la prima grande manifestazione nazionale che erediterà le vertenze accumulate in questi mesi estivi e le farà simbolicamente esplodere in una grande manifestazione popolare.

Questo quadro d’intenti viene rafforzato dal manifesto “per un percorso unitario contro il razzismo e la cultura della violenza, per la costruzione di politiche di pace, diritti umani, nonviolenza, giustizia sociale e accoglienza”, sottoscritto dall’Arci insieme ad altre 10 organizzazioni e reti nazionali, che concentra attenzione politica e organizzativa dei firmatari nella PerugiAssisi  e nel percorso sinora previsto, anticipando ulteriori mobilitazioni a partire da quella del 7 ottobre.

Questa concentrazione di contenuti e di politica non deve sembrare eccessiva né irrituale per la PerugiAssisi, è il concetto stesso di Pace in discussione se Pace non significa solo né l’assenza di guerre e conflitti né un contenitore astratto in cui porre pochi e consimili concetti. La Pace diventa quindi il nome che diamo al nostro progetto politico, che vede investiti ambiti troppo spesso distinti e che invece si tengono insieme in un rapporto circolare, olistico: dai conflitti alle migrazioni, dal disarmo alla giustizia sociale, dai diritti umani alla difesa dei beni comuni, dalla giustizia climatica ai diritti civili.

Ci sarà un grande sforzo da fare per elaborare in maniera più puntuale e diffondere un nuovo approccio nell’affrontare le politiche più globali, un pensiero forte sul quale fondare nuovi movimenti per nuove generazioni. L’Arci è parte importante già da ora di questo nuovo fronte, che sa guardare al globale e occuparsi delle sue più minute comunità, che coglie la circolarità e l’interdipendenza della realtà senza cedere rispetto al necessario approfondimento e specialità di cui è costituito ciascun pezzetto.

Ripartiamo da qui quindi, dalla ParugiAssisi del 7 ottobre.

 

“Per un’Italia senza muri”, un coordinamento per unire il fronte comune contro razzismo e neofascismo

Sarà un importante momento di impegno comune la partecipazione alla Marcia PerugiAssisi della pace e della fraternità che si svolgerà domenica 7 ottobre 2018

Le numerose crisi che affliggono le nostre società hanno intaccato le fondamenta della democrazia, riportando alla luce un atteggiamento violento e aggressivo nei confronti di uomini e donne che vivono in condizioni di miseria e in pericolo di vita, accusandoli di essere la causa dei nostri problemi.

La serie di episodi di violenza nei confronti di immigrati, con una evidente connotazione razzista e spesso neofascista, impone una seria e immediata azione di contrasto che parta da una doverosa riflessione: il tessuto sociale impoverito divenuto, giorno dopo giorno, campo fertile per fomentatori di odio e di esclusione sociale.

Si stanno frantumando  i legami di solidarietà e, progressivamente, spostando l’attenzione dalle vere cause e dalle responsabilità dei governi nazionali e delle istituzioni internazionali.

La crisi è di sistema, è universale e la risposta non è più contenibile dentro i propri confini o ristretta a soluzioni parziali. Le interdipendenze tra crisi ambientale, modello di sviluppo, migrazioni forzate, guerre, illegalità, corruzione, corsa al riarmo, razzismo, rigurgiti fascisti e crisi delle democrazie, sono oramai ampiamente documentate.

È necessaria un’azione che coinvolga l’intera Europa, oggi incapace di rispondere al fenomeno delle migrazioni in modo corale, senza permettere agli egoismi dei singoli di prevalere. La solidarietà è premessa indispensabile per la lotta alle disuguaglianze e per la difesa dei diritti.

La società civile, il mondo della cultura, dell’associazionismo, dell’informazione, l’insieme delle istituzioni democratiche sono chiamate a impegnarsi nel contrasto a questa deriva costruendo una nuova strategia di mobilitazione, partendo da una piattaforma unitaria capace di fare sintesi tra le tante sensibilità e diversità che esprime la nostra società e di riaffermare il principio sancito 70 anni fa nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Nel percorso che ci vede coinvolti unitariamente, dopo le  mobilitazioni che ci hanno visti impegnati a Catania e Milano, gli episodi di mobilitazione locale che si stanno moltiplicando in queste settimane e le prossime iniziative, compresa una manifestazione unitaria nazionale quando le condizioni lo permetteranno, riteniamo un importante momento di impegno comune la partecipazione alla Marcia PerugiAssisi della pace e della fraternità che si svolgerà domenica 7 ottobre 2018.

In quanto promotori di questa iniziativa siamo impegnati:

  • in un coordinamento tra i soggetti che condividono le preoccupazioni e le finalità fin qui presentate;
  • a promuovere la più ampia partecipazione alla Marcia PerugiAssisi del 7 ottobre;
  • a organizzare il 15 settembre un’assemblea di coordinamento nell’ambito del Meeting Internazionale Antirazzista di Cecina;
  • a creare un osservatorio online contro il razzismo;
  • a condividere e diffondere un Manifesto antirazzista che rappresenti le preoccupazioni e le proposte dell’insieme dei soggetti che aderiranno a questo percorso e che servirà da punto di partenza per le prossime campagne e mobilitazioni.

Anpi, Arci, Articolo 21, Aoi, Beati i Costruttori di pace, Cgil,  Cipsi, Legambiente, Libera, Rete della Pace, Tavola della Pace

DICIOTTI, IL COMPORTAMENTO DEL GOVERNO E’ IRRESPONSABILE, SUPERFICIALE E DISUMANO

Anpi, Arci, Articolo 21, Cgil, Legambiente e Libera in presidio a Catania

 

Con la vicenda della Diciotti, si è superato ogni limite! Il comportamento  del Governo non solo è deplorevole ma irresponsabile. Non si può accettare che delle istituzioni continuino ad avere un atteggiamento superficiale e disumano nei confronti dei più deboli.

L’ostinazione a non far attraccare una nave della Guardia Costiera, prima, per poi non far sbarcare le persone sulla Diciotti è una palese violazione del codice penale oltre che della Carta costituzionale.

Riteniamo l’inchiesta aperta dalla procura di Agrigento, che ipotizza anche il reato di sequestro di persona, un messaggio chiaro: la politica sarà pure legittimata a prendere decisioni e assumere provvedimenti, ma non può contravvenire a quanto previsto nella nostra Costituzione.

Per fortuna osserviamo  una differenza di comportamento fra la Guardia costiera e il governo. Chi per vocazione è portato a salvare vite umane, nello spirito del proprio mandato, può e deve dare lezioni a chi ha perso la bussola su ciò che sia giusto e lecito.

In queste ore siamo in presidio a Catania e continueremo a mobilitarci per difendere la democrazia, la libertà e i diritti umani.

Anpi, Arci, Articolo 21, Cgil, Legambiente e Libera

NAVE DICIOTTI, SALVARE VITE NON E’ REATO

NAVE DICIOTTI, SALVARE VITE NON E’ REATO

Sono 177 le persone prigioniere da ormai sei giorni sulla nave Diciotti, che dopo essere rimasta ormeggiata davanti al porto di Pozzallo, si è spostata a Catania senza la possibilità di far sbarcare i migranti a bordo, per ordine del Ministero degli Interni.

Rivolgiamo una domanda al ministro Matteo Salvini: quanto ancora dovrà durare questo gioco di forza, che incide sulla pelle di esseri umani provenienti dalla Libia, vittime di tratta e traffico di esseri umani, già provati da abusi e torture subite nel loro paese?

Queste persone hanno bisogno urgente di ricevere assistenza e diritto a chiedere asilo. Siamo dinanzi a un vero e proprio sequestro di persona e alla violazione dell’articolo 13 della Costituzione italiana che recita: la libertà personale è inviolabile.

Noi non ci stiamo! Salvare vite non è reato!

Arci Nazionale, Roma 22/08/18

Diciamo basta a ogni forma di sfruttamento, di sottosalario, di caporalato

L’Arci nazionale, insieme ad Arci Puglia e Arci Foggia, aderisce alla manifestazione dell’8 agosto a Foggia

Nel pomeriggio di ieri, la terra di Capitanata è stata teatro di un tragico incidente stradale in cui hanno perso la vita 12lavoratori agricoli.

La verità di quanto accaduto sulla Sp 105 non si esaurisce nella dinamica dell’incidente, ma ha radici ben più profonde – e ormai tristemente note – fatte di marginalità sociale estrema, di ignobile sfruttamento dello stato di bisogno di ragazzi soli e senza diritti, costretti alla sopravvivenza tra le baracche dei ghetti, in un contesto sociale che sempre più li rende preda unicamente di sentimenti di rabbia e di insofferenza.

I ragazzi stavano tornando a “casa” dopo una lunga giornata chini sotto il sole per la raccolta del pomodoro, che  deve annoverare tra i suoi costi altre 12 vite umane, che si sommano alle 4 di pochi giorni fa decedute al bivio tra Ascoli e Castelluccio, la cui fine è testimoniata in maniera quasi sarcastica dalle tracce lasciate da quei quintali di pomodori riversi dopo lo scontro e che hanno tinto di rosso la strada.

Non è, infatti, un incidente stradale come tanti pure tristemente se ne contano. Quanto accaduto accomuna tutti i lavoratori in agricoltura della Capitanata, il tema dello sfruttamento, della legalità, del sottosalario contrattuale, con diverse modalità gravi o meno gravi a secondo la debolezza dei lavoratori italiani o stranieri è una realtà sempre più presente nei nostri territori.

Per questo è il momento di dire basta ad ogni forma di sfruttamento, di sottosalario, è il momento di abbandonare le orribili pratiche di caporalato che ormai rendono i lavoratori tutti succubi di una normalità non più accettabile.

Per dire no a tutto questo, la Flai Cgil insieme a Fai Cisl, Uila Uil territoriale e le associazioni di Capitanata che operano a vario titolo sul tema dei diritti in agricoltura, hanno organizzato una manifestazione provinciale mercoledì 8 agosto con concentramento dalle ore 18.00 piazzale della Stazione; il corteo si muoverà alle ore 18.30 sino a Piazza
Cesare Battisti (Teatro Giordano), seguiranno degli interventi a chiusura della manifestazione.

L’Arci nazionale, insieme ad Arci Puglia e Arci Foggia, ha aderito alla manifestazione.

La legge Mancino va applicata e rafforzata, certo non abrogata

Dichiarazione di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

Il Ministro Fontana, dopo le infelici dichiarazioni sul tema dei diritti delle famiglie gay, oggi aggiunge la proposta di abrogazione della legge Mancino, definendola una normativa “anti-italiana”.

Prima di tutto vogliamo ricordare al Ministro che per assumere il suo incarico ha giurato, come gli altri esponenti del Governo,  sulla Costituzione, che dall’antifascismo nasce e trae ispirazione. Il ruolo che ricopre – e di ciò dovrebbe essere consapevole – fa assumere alle sue dichiarazioni un peso diverso che se pronunciate da un normale cittadino. Ma di ciò non sembra rendersi conto, arrivando ad alludere  persino a un globalismo dal sapore complottista.

La sua proposta fra l’altro cade in un momento in cui le parole d’odio del ministro Salvini hanno scatenato le peggiori pulsioni razziste come dimostra la sequenza di aggressioni ai danni delle persone straniere. E’ evidente poi come le formazioni che si richiamano apertamente al fascismo e al nazismo hanno rialzato la testa, moltiplicando le iniziative provocatorie e violente. Tutto ciò richiederebbe un’applicazione puntigliosa della legge Mancino e un suon rafforzamento, certo non la sua abrogazione.

Le parole di Fontana infliggono l’ennesimo colpo allo stato di diritto e dimostrano che a Palazzo Chigi siedono ministri razzisti, che vogliono fare carta straccia della Costituzione e della nostra democrazia faticosamente conquistata.

Non lo permetteremo, e per quel che possiamo cercheremo in tutti i modi che ci sono propri di fermare questa intollerabile deriva.

 

Roma, 3 agosto 2018

Italia protagonista del primo respingimento in mare

Violate le leggi internazionali sull’asilo e sull’obbligo di sbarco in un porto sicuro

Il primo respingimento in mare, grazie al governo giallo-verde. Non era mai accaduto.

Il rimorchiatore Asso 28, battente bandiera italiana, ha salvato 108 migranti a bordo di un gommone e li ha riportati in Libia, da dove stavano fuggendo. Un fatto senza precedenti in violazione della legislazione internazionale che non consente i respingimenti di massa,  garantisce il diritto d’asilo e non riconosce la Libia come un porto sicuro, gli unici in cui, secondo la convenzione di Ginevra, devono essere sbarcati i migranti soccorsi.

Già il governo italiano è stato condannato nel 2009 (caso Hirsi) per la violazione del principio di non respingimento (non refoulement) previsto dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra. Ma coerente con la linea dura verso i migranti che tanti consensi gli ha portato, il Ministro dell’Interno espone l’Italia a una nuova, certa condanna con le relative pesanti conseguenze, anche economiche.

Che le persone riportate a Tripoli saranno certamente sottoposte a trattamenti disumani e degradanti, come hanno più volte ribadito le Nazioni Unite e tutte le organizzazioni indipendenti che hanno raccolto testimonianze nei lager della Libia, al governo non interessa. E che per questi motivi la Libia non possa essere considerato porto sicuro l’ha affermato anche la Commissione Europea.

Riportare le persone nelle mani degli aguzzini che li hanno torturati, violentati e ricattati è vergognoso.  Un comportamento disumano di cui questo governo e il suo Ministro dell’Interno, che agisce in violazione dei principi costituzionali su cui ha giurato,  prima o poi dovranno rispondere.

Roma, 31 luglio 2018