Medio Oriente

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Fermare i bombardamenti sulla popolazione civile in Siria!

L’escalation degli attacchi aerei russi e da parte del regime della Siria contro la Ghouta Orientale, enclave ribelle alle porte di Damasco, è stata definita “mostruosa campagna di annichilimento” dall’ Alto Commissario ONU per i diritti umani Zeid Ra‘ad al-Hussein, mentre l’ UNICEF ha introdotto così un comunicato in bianco “Nessuna parola può rendere giustizia ai bambini uccisi, alle loro madri, ai loro padri e ai loro cari”. Non ci sono rifugi sicuri per gli oltre 380.000 civili superstiti nella Ghouta.

Dalla notte tra il 18 ed il 19 febbraio fino ad oggi il cielo non è mai stato sgombro dai caccia o dagli elicotteri delle aviazioni della Russia e della Siria. Il bilancio delle vittime accertate dopo le prime 96 ore era già di 263 civili, oltre a quelli che non è stato possibile recuperare da sotto le macerie o di cui non è stato possibile accertare il decesso. Non c’è ancora chiarezza sulle vittime dovute invece ai lanci di razzi da parte di miliziani vicini all’opposizione contro le aree civili di Damasco, ma la tv di stato siriana parla di 3 vittime e 22 feriti questa settimana. Parallelamente proseguono i bombardamenti e l’invasione illegale della Turchia nel cantone a maggioranza curda di Afrin, con circa 100 vittime civili (di cui 34 bambini e 17 donne) e oltre 55000 sfollati dall’inizio dell’offensiva, che nessuno sembra voler sanzionare.

L’escalation della violenza deve essere fermata, la diplomazia internazionale non può essere immobilizzata dalle minacce di veto della Russia a Risoluzioni ONU e dalla voce forte della Turchia. L’Italia e l’Unione Europea devono fare pressione su tutti i soggetti in campo a partire da Russia, USA, Iran e Turchia perché operino per l’immediata cessazione del conflitto.

Le numerose lettere ed appelli che emergono dalla Ghouta Orientale e dalle organizzazioni umanitarie che lavorano in Siria sono tutti accomunati dalla richiesta di un immediato cessate il fuoco e la fine dell’assedio pluriennale a cui è sottoposta la popolazione civile, ridotta dai 2 milioni e mezzo pre-2011 agli attuali 380.000. In seconda istanza, la richiesta è quella che quantomeno si dia seguito agli accordi presi nella conferenza di Astana nel luglio 2017 – garantiti proprio da Russia, Turchia ed Iran – che prevedevano l’istituzione delle “de-escalation zones” con l’apertura di canali per l’ingresso sotto la supervisione ONU di aiuti nelle aree sotto assedio e la fuoriuscita dei casi clinici gravi che necessitano di cure mediche non disponibili in quelle aree, accordi rimasti finora lettera morta. In tutti i messaggi provenienti dai civili della Ghouta o dalla fiorente rete di organizzazioni di società civile presenti nell’area si rifiuta qualsiasi deportazione forzata mascherata da “evacuazione”, scenario già visto ad Aleppo e in altre 7 località nonostante la supervisione ONU. Visti i precedenti, tra le richieste c’è anche quella di garanzie internazionali, dato che alcune persone evacuate per ragioni sanitarie sono state arrestate dal regime di Damasco e molti degli “evacuati” da Aleppo o dalle altre città menzionate si sono trovati in campi profughi sperduti e senza alcuna assistenza, in condizioni umanitarie estreme.

La Rete della Pace si associa a queste richieste e sollecita il governo italiano a premere per il cessate il fuoco sulla Ghouta orientale e su Afrin. Chiediamo a chi ama la pace, nel nostro paese, di mobilitarsi, inviare un messaggio di solidarietà alla popolazione civile vittima dei bombardamenti (Su Facebook @ActForGhouta) e sostenere chi presta aiuti umanitari ad Afrin (Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia ONLUS).

Roma, 23 febbraio 2018

QUI L’ARTICOLO DI FRANCO UDA, responsabile nazionale Arci Pace, Diritti umani e Solidarietà internazionale

Approfondimenti sulla situazione umanitaria ad Afrin: QUI

Rapporto odierno di Human Rights Watch, su dati della Mezzaluna Rossa Curda:
Syria: Civilian Deaths in Turkish Attacks May Be Unlawful QUI

Per un approfondimento sulla situazione a Ghouta, clicca QUI

Comunicati recenti delle ONG internazionali:

Medici Senza Frontiere: QUI

Save the Children: QUI

Amnesty International: QUI

Human Rights Watch: QUI

Grave e sconsiderata la scelta di Trump di spostare la sede dell’Ambasciata Usa a Gerusalemme

E’ grave e sconsiderata la decisione del Presidente Donald Trump di trasferire la sede diplomatica degli Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.

Un processo di pace che dura 50 anni – in cui tutte le dichiarazioni debbono essere misurate alla virgola – che già non godeva di buona salute, è ora gravemente compromesso da una dichiarazione che, ancora una volta, denota la straordinaria faciloneria e irresponsabilità con la quale l’attuale Amministrazione Americana si muove in politica estera.

Lo status internazionale di cui gode Gerusalemme, voluto dalle Nazioni Unite, tiene conto della sua peculiarità di città multireligiosa – essendo riconosciuta come Città Santa dai cristiani, dai musulmani, dagli ebrei – non può permettere a nessuno Stato di rivendicarla da solo come propria capitale, tantomeno da uno stato confessionale.

Il peggior incubo di tutti gli stati arabi si è realizzato, è una decisione che ridà fiato ai falchi e al fronte più conservatore della destra israeliana, può riaccendere una miccia di cui è difficile immaginare le conseguenze: lo stato di preallerta in tutte le ambasciate e i “tre giorni di collera” dichiarati dall’Anp sono solo l’inizio di una molto probabile escalation.

Chiediamo all’Unione Europea di adoperarsi con l’Amministrazione Usa – con tutti i mezzi negoziali a sua disposizione – perchè la boutade americana rimanga tale, perchè non dimentichi la risoluzione votata dal proprio Parlamento nel dicembre 2014 che ha riconosciuto lo Stato di Palestina e Gerusalemme come capitale sia dello stesso, sia dello Stato di Israele.

Chiediamo al nostro Paese di svolgere – in continuità con la propria storia diplomatica in Medio Oriente e in particolare nella questione Israelo Palestinese – il ruolo di facilitatore nella ripresa del dialogo tra i due Paesi e l’annullamento della prima tappa del 101° Giro d’Italia di ciclismo, inopinatamente collocata proprio nella città di Gerusalemme: lo sport può contribuire molto nella negoziazione di pace ma può fare anche molti danni in senso opposto. Auspichiamo quindi un immediato ripensamento da parte degli organizzazione del Giro d’Italia e del Coni.

Roma, 15/12/2017 Arci Nazionale

Giovani palestinesi in visita al Museo di Leonardo da Vinci

Riportiamo l’articolo che ha pubblicato il Tirreno sulla delegazione di giovani palestinesi provenienti dal campo rifugiati di Deisheh, qui in Italia per alcune iniziative organizzate dall’Arci, che ieri 07 luglio è stata in visita a Vinci accompagnata dall’Assessore Claudia Heimes e dai volontari del Servizio Civile del Comitato Arci Empolese Valedelsa.

Iniziativa dell’arci
Giovani palestinesi in visita al Museodi Leonardo da Vinci

Una delegazione di giovani palestinesi in visita al Museo leonardiano di Vinci. Si tratta di un gruppo di ragazze provenienti dal campo profughi di Deisheh (che si trova vicino alla città di Betlemme), che fanno parte del centro giovanile Shoruq. La delegazione si trova in Italia per una serie di iniziative organizzate dall’Arci, che ha finanziato un progetto culturale con il centro che opera nel campo profughi. Le ragazze sono state accompagnate dagli operatori in servizio civile del comitato Arci Empolese Valdelsa. Ad accogliere il gruppo nella città del Genio c’era l’assessore alla cultura di Vinci, Claudia Heimes, che ha fatto da guida all’interno del Museo e nella visita al borgo. Un momento importante per le sei ragazze, tutte adolescenti accompagnate da uno dei responsabili del centro Shoruq, che nonavevano mai avuto la possibilità di uscire dal campo profughi. In serata la delegazione ha partecipato ad un’iniziativa sulla Palestina organizzata dall’associazione Settembre Rosso, nell’ambito dell’omonima festa che si è aperta ieri al parco di Serravalle. Le ragazze, dopo aver portato le loro testimonianze sulla situazione del campo profughi dove vivono, si sono esibite in uno spettacolo hip hop che rientra nelle attività del progetto finanziato dall’Arci.
(m.p.)

 

CONTINUA IN EGITTO LA REPRESSIONE CONTRO PERSONE E ORGANIZZAZIONI CHE DIFENDONO I DIRITTI UMANI

Dichiarazione di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

Due persone appartenenti allo staff del Cairo Institute for Human Rights Studies hanno ricevuto nei giorni scorsi un mandato a comparire domani 16 marzo davanti al giudice investigativo in relazione  alla inchiesta 173 del 2011.

 

Il Cairo Institute for Human Rights Studies è una delle più autorevoli organizzazioni indipendenti per i diritti umani  egiziana. Ha uffici al Cairo, Tunisi, Bruxelles e Ginevra. È accreditata presso le Nazioni Unite. Coordina il Forum nazionale delle ONG per i diritti umani egiziane.

 

Ha prodotto recentemente, in relazione al caso Regeni, una ricca documentazione sull’esponenziale aumento delle sparizioni forzate, morti in stato di detenzione, casi di tortura e sulla repressione contro i difensori dei diritti umani in Egitto.

 

L’inchiesta 173 per la quale i componenti dello staff del Cairo Institute sono indagati riguarda uno dei peggiori attacchi portato dalle autorità egiziane alla società civile indipendente attraverso il divieto legale di ricevere fondi dall’estero.

 

La legge egiziana oggi considera ciò come un tradimento dell’interesse nazionale, quando invece la maggior parte dei progetti delle ONG egiziane sono finanziate, come dappertutto nel mondo, da fondi internazionali provenienti da altre ONG o da istituzioni come la UE o le agenzie ONU.

 

Questo ultimo atto di intimidazione si aggiunge a una serie di atti repressivi e intimidatori avvenuti nelle ultime settimane contro le voci indipendenti in Egitto, che fanno pensare a un vero e proprio giro di vite contro i difensori dei diritti umani.

 

A molti dirigenti associativi è stato impedito di viaggiare all’estero e il Centro El Nadeem per la riabilitazione delle vittime di tortura ha ricevuto ordine di chiusura, l’avvocato Negad el-Borei è stato incriminato con accuse connesse al suo coinvolgimento nella scrittura di una proposta di legge contro la tortura nel 2015.

 

L’Arci collabora con il Cairo Institute ed è impegnata a diffondere con regolarità i risultati del suo prezioso lavoro di documentazione e denuncia presso le istituzioni e i media italiani ed europei. Di fronte a questo ennesimo atto di intimidazione, oltre a esprimere tutto il sostegno e la solidarietà agli attivisti del Cairo Institute, chiede che l’Italia si impegni a:

 

a) denunciare il giro di vite contro le organizzazioni di società civile in tutte le sedi di relazione bilaterale con il governo egiziano;

b) denunciare pubblicamente, anche al  Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, le restrizioni, gli atti legislativi, le procedure amministrative contro la società civile.

 

Chiediamo al  nostro Governo di  considerare la protezione della società civile e la salvaguardia della legalità un elemento essenziale e prioritario per garantire la stabilizzazione dell’Egitto, e dunque la sicurezza della intera regione.

 

Roma, 15 marzo 2016

LETTERA APERTA AL PRIMO MINISTRO MATTEO RENZI SULLA PALESTINA

Gentile Primo Ministro Renzi,
a seguito della sua prima visita ufficiale in Israele e Palestina raccogliamo con interesse la priorità data dal nostro Governo a quest’area, segnata anche dalla visita di poche settimane fa del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Gentiloni. Tuttavia, dopo quanto emerso nei discorsi pubblici pronunciati durante la sua visita, vogliamo condividere con lei alcune riflessioni.
Nel corso della sua visita lei ha ricordato che l’Italia è “leader per gli investimenti nella cooperazione in Palestina” e si è posto come obiettivo quello di “realizzare progetti di sviluppo per questa terra”.
In linea con l’impegno economico a favore della Palestina da parte della Cooperazione Italiana, che vede tale paese incluso nella lista dei 20 paesi prioritari per il triennio 2014-2016, e perché si possa parlare di un reale sviluppo a Gaza e in Cisgiordania, chiediamo che il nostro Governo esprima posizioni chiare e coerenti a favore del rispetto dei diritti umani e della legalità internazionale e che dopo la sua visita l’Italia se ne faccia portavoce con ancora più forza presso tutte le sedi rilevanti.
Se, come da lei espresso, la sicurezza di Israele rappresenta anche la nostra sicurezza, allora le misure per promuoverla devono essere orientate a prevenire un’ulteriore escalation del conflitto.
Ci rivolgiamo pertanto a lei affinché il Governo Italiano:
1. Esiga il rispetto da parte di Israele del diritto internazionale e del diritto umanitario nel Territorio Palestinese Occupato, a partire dalla fine del blocco su Gaza, che costituisce una punizione collettiva in aperta violazione della IV Convenzione di Ginevra.
2. Svolga un ruolo attivo affinché i Paesi donatori mantengano le promesse di aiuto a favore dei Palestinesi di Gaza e chiedano ad Israele di garantire un accesso senza restrizioni per i materiali necessari alla ricostruzione.
3. Faccia pressioni affinché Israele ponga fine alle demolizioni e agli sgomberi in Area C e a Gerusalemme Est, annullando tutti gli ordini di demolizione esistenti e garantendo il diritto dei Palestinesi a vivere e risiedere a Gerusalemme
4. Chieda, assieme agli altri Paesi donatori, al Governo Israeliano di fornire spiegazioni ufficiali nei casi di distruzioni, demolizioni o confische di infrastrutture e aiuti umanitari, istituendo un meccanismo di reporting collettivo, trasparente e pubblico per monitorare i danni provocati e presentare immediate e formali richieste di risarcimento per i danni subiti dai progetti finanziati dai loro cittadini.
5. Esiga il congelamento degli insediamenti e l’annullamento della pianificazione di nuove unità abitative negli insediamenti
6. Intraprenda iniziative affinché l’Unione Europea renda esecutive le disposizioni dell’Accordo di Associazione UE-Israele e le Linee Guida dell’Unione Europea sull’attuazione del Diritto Internazionale Umanitario, e condizioni la collaborazione con Israele alla piena osservanza dello stesso e dei diritti umani, come previsto dall’art.2 dell’Accordo di Associazione.
7. Rinnovi il proprio impegno affinché le Linee Guida dell’Unione Europa vengano attuate da parte degli Stati Membri a partire dall’etichettatura dei prodotti provenienti dalle colonie israeliane.
Un ruolo italiano (ed internazionale) attivo rispetto ai punti che abbiamo elencato è una condizione sine qua non perché gli aiuti umanitari diventino attività ponte per instaurare condizioni di vita accettabili per la popolazione civile e perché la Cooperazione allo Sviluppo diventi effettivamente tale.
Le associazioni firmatarie:
Terre des Hommes Italia, Oxfam Italia, ARCS, ARCI, COSPE, CRIC, Nexus, Educaid, GVC, Overseas, Vento di Terra, Peacegames, VIS, CISS – See more at: http://www.arci.it/blog/mondo/appelli/lettera-aperta-al-primo-ministro-matteo-renzi/#sthash.ndOXfVKb.dpuf   Fonte: ARCI Nazionale

Venti di guerra: la prima parola tocca alla diplomazia

Ripristinare subito Mare Nostrum e aprire canali d’ingresso umanitari ai confini della Libia


In queste ore sull’Europa e sul Mediterraneo soffiano pericolosi venti di guerra.
La situazione drammatica che si è venuta a determinare in Libia rischia di coinvolgere tutta l’area del Mediterraneo, peraltro già teatro di molti e terribili conflitti.

Siamo convinti che non potrà essere un nuovo intervento militare a riportare la pace in Libia e la stabilità nel Mediterraneo.
Le recenti esperienze, in primo luogo proprio quella in Libia nel 2011, hanno dimostrato che la guerra aumenta l’instabilità e allontana le soluzioni, oltre che provocare morti e ingiustizie. 
Tuttavia fermare la violenza e l’orrore fondamentalista è compito non rinviabile della comunità internazionale che ha gli strumenti per farlo, se c’è la volontà politica di utilizzarli.

L’Europa e l’occidente tutto non possono sconfiggere il terrorismo e le mire espansionistiche dell’IS con un nuovo conflitto e con una soluzione repressiva.
Avrebbe senso una missione di ‘peacekeeping’ sotto l’egida delle Nazioni Unite, fondata su un accordo da raggiungere e su cui vigilare.
Una missione che parta dal dialogo e dalla ricomposizione della società civile, che coinvolga tutte le comunità locali libiche e che abbia tra gli obiettivi anche quello di mettere in discussione le royalties del petrolio, che deve diventare una fonte di ricchezza per tutte le comunità e non la condanna di quel paese. Si apre, insomma, anche per l’Italia, la possibilità di ridare fiato seriamente a un lavoro, seppur difficilissimo, di diplomazia internazionale.

E pensiamo sia ancora possibile restituire forza e legittimità al ruolo delle Nazioni Unite. 
In questo quadro complesso abbiamo di fronte un’emergenza umanitaria che rischia di coinvolgere in poche ore centinaia di migliaia di persone che si sommeranno ad altre centinaia di migliaia di civili in fuga da Siria, Afganstan, Iraq, Eritrea…

Bisogna ricordarsi e ricordare alla comunità internazionale che chi soffre di più, le principali vittime di questa crisi, sono coloro che subiscono il giogo delle violenze e delle persecuzioni.
Famiglie, uomini e donne, costrette a fuggire, di cui l’Europa deve farsi carico e non rispondere con le bombe e i respingimenti, come pretenderebbe qualche predicatore d’odio come Salvini.   
Pensiamo che sia indispensabile e urgente riattivare l’operazione Mare Nostrum e allo stesso tempo aprire, ricorrendo all’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati (UNHCR), canali umanitari dai Paesi confinanti la Libia.

Mare Nostrum, a differenza dell’operazione Triton, era dotata di strumenti e personale per soccorrere i profughi, evitando ricatti armati da parte dei trafficanti, come quello che si è verificato nei giorni scorsi.  
Due interventi, Mare Nostrum e canali d’ingresso umanitari, che possono e debbono essere promossi e sostenuti dall’Unione Europea e dalla comunità internazionale tutta, prevedendo un sostegno ai principali paesi confinanti con la Libia, in primo luogo Egitto e Tunisia, che saranno senz’altro coinvolti nella gestione dei flussi di profughi e che corrono il rischio di un’estensione dell’intervento dell’IS nel loro territorio.

Arci nazionale

Il Servizio civile che unisce Empoli e Gerusalemme

di Arcs Culture Solidali

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I volontari del Servizio Civile Arci Empolese Valdelsa

Anche quest’anno, come ogni anno, molti ragazzi hanno scelto di mettere a disposizione un anno della propria vita per il Servizio Civile.

Un anno di cittadinanza attiva e partecipazione, durante il quale si applica in ogni azione il concetto che “il mondo non cambia con la tua opinione, ma con il tuo esempio”; si cerca, si conosce, si prova a capire, si scambiano le conoscenze affinché il bagaglio da portarci via dopo questa esperienza sia più colmo e più pesante possibile.

Ed è con questo spirito che nasce l’intervista dei ragazzi del Servizio Civile Arci Empolese Valdelsa ad Alessandra Magda e Manuela Ecate, impegnate anch’esse in un progetto di Servizio Civile ma a migliaia di chilometri di distanza, in un territorio difficile, soprattutto in questo momento storico: la Palestina.

E’ così che il Servizio Civile diventa opportunità di crescita, lo diventa quando, grazie ad una videochiamata, si entra in contatto con l’altra parte del mondo e quando, pur essendo divisi da migliaia di chilometri, si vive la consapevolezza di essere tutti parte della stessa esperienza.

Si annulla la timidezza tipica di chi non si conosce e deve scrutarsi dallo schermo di un pc e si trasforma in apprensione per le colleghe che si trovano in quel territorio così difficile: “ragazze, come state? Com’è la situazione?”

Perché sembra di conoscersi da una vita quando si condividono gli stessi percorsi in nome degli stessi ideali.

Alessandra e Manuela si trovano a Gerusalemme. Ci raccontano che la situazione in quella zona è relativamente tranquilla.

Siamo interessati alla questione del muro ed è la prima cosa che chiediamo loro. Siamo la generazione che ha visto il muro di Berlino solo sui libri di storia e lo ha visitato come un monumento, come il residuo di un tempo che non c’è più, lì ad indicarci quello che è stato ma vuoto come una bomba esplosa, senza più valore.

Tra la Palestina e Israele invece c’è un muro vero, una bomba che esplode ogni giorno, ogni qualvolta si debbano attraversare check-point, subendo i più disparati controlli del caso, dalle perquisizioni fisiche a quelle mentali: ti chiedono dove tu stia andando, con chi, e perché, rubandoti un pezzo della tua vita, ogni volta. Delegittimando tutto ciò che sei, costringendo chiunque ad avere una giustificazione dei propri spostamenti, in un esilio forzato che stride con l’articolo 9 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato”.

Può capitare che un check-point divida il villaggio dei contadini dalle proprie terre e in quel caso serve un permesso di lavoro per poter entrare, che non è semplice da ottenere ed è revocabile.

Le ragazze ci spiegano che, se prima della costruzione del muro si impiegavano circa 15 minuti per attraversare determinate zone, adesso per compiere il medesimo tragitto ci vogliono almeno 3 ore.

Lo dice con la voce rotta dall’emozione, Alessandra, quello che rappresenta questo muro:

è come vedere fisicamente un orizzonte di possibilità che è bloccato, un confine potenziale delle cose da fare, da vedere, da immaginare, da progettare, che sono bloccate da questo limite”.

Speriamo che presto non sia più così.

Abbattiamo i muri!

Empoli-Gerusalemme. Il Servizio Civile che unisce

Un passo di Pace

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da Rete Italiana per il Disarmo

Basta guerre! Mai più vittime! Fermiamo la strage di Gaza.

Per Pace, Libertà, Giustizia in Palestina e Israele, in Siria, Iraq, Libia, Afghanistan e Ucraina…

 

Troviamoci tutti a Firenze il 21 Settembre 

ascoltando popoli e società civili e costruendo un percorso di PACE e GIUSTIZIA

 Ci siamo mossi subito, reagendo alle prime azioni militari in Palestina ormai trasformate in una guerra cruenta, per chiedere che la ragione non cedesse ancora una volta il passo all’illogicità della violenza. In poche ore abbiamo stimolato azioni e mobilitazioni in tutta Italia, sentendo la voglia di persone, gruppi ed associazioni di riprendere un percorso troppe volte interrotto.

Abbiamo sostenuto l’intervento umanitario nell’emergenza, grazie al lavoro prezioso e fondamentale delle nostre realtà di cooperazione. Abbiamo avanzato richieste chiare per suggerire al nostro Governo di percorrere una strada di scelte coraggiose contro la guerra e per rimuoverne le cause, ricevendo un primo moto di ascolto.

Ora… dobbiamo pensare ad un nuovo passo per la Pace. Insieme, restando umani e uniti.

Esiste una coscienza collettiva diffusa nel nostro Paese a difesa dei diritti e della giustizia. Le tante fiaccolate, presidi, cortei, realizzati continuamente in tutte le regioni italiane hanno formato congiuntamente un evento di portata nazionale. Le realtà e le associazioni che hanno voluto rispondere all’appello di Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci! e Tavolo Interventi Civili di Pace hanno portato all’attenzione dei propri territori una parola chiara e una proposta seria.

Ma non possiamo fermarci qui! Con forza esprimiamo la necessità di denunciare le cause profonde e strutturali dei conflitti, di sanzionare concretamente i crimini di guerra, di premiare l’obiezione di coscienza alla guerra, di costruire insieme ponti di Pace, difendere i diritti, affermare la dignità di donne e uomini, lottare per il disarmo, con una politica ed una società di giustizia. Consapevoli che ciò che sta accadendo in questi giorni in Palestina non è slegato da ciò che sta avvenendo ed è avvenuto in questi anni in Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, Nigeria, Somalia, Ucraina

 

Vogliamo contribuire a far cambiare passo alle politiche estere dei governi, a mettere in gioco nuovi strumenti per la trasformazione e soluzione dei conflitti e delle ingiustizie: l’approccio violento e militare, la prevaricazione di gruppi di potere e di interesse si è con tutta evidenza dimostrata una sciagura. Le mobilitazioni di questi giorni ci spingono a riannodare i fili di energie comuni  per un percorso di Pace e Giustizia forte e concreto.

 Rilanciamo le richieste dell’appello Mai più vittime! Per Pace, Libertà, Giustizia” in Palestina e Israele e negli altri luoghi di conflitto. In continuità con le manifestazioni dello scorso 16 luglio e nel solco della strada tracciata con Arena di Pace e Disarmo 2014.

Le nostre Reti chiedono a chi si è mosso con un lavoro congiunto che ha rinvigorito il movimento per la Pace, per il Disarmo, per la Nonviolenza, per la Giustizia di continuare la propria azione e di ritrovarsi a Firenze il 21 settembre, per una giornata di riflessione, di conoscenza, di mobilitazione e di sostegno del percorso che stiamo costruendo.

Non vogliamo organizzare solo una manifestazione ma collegarci con i luoghi dei conflitti e della politica, per costruire un punto di incontro e di ascolto tra  le nostre esperienze e chi nei luoghi di conflitto crede nella Pace, nella convivenza, nella nonviolenza e nella giustizia. Rimanere umani ed uniti per costruire insieme un Passo di Pace che ponga anche le istituzioni (nazionali ed europee) di fronte alla consapevolezza che un impegno serio e nuovo contro la guerra e la violenza è possibile, urgente e necessario.

Iniziate segnare in agenda questa data(tenendo conto che si potrà partecipare alla giornata di mobilitazione anche dai territori) segnalate vostro interesse partecipare.

 Rete Italiana per il DisarmoRete della Pace

 

SUL TEMA PARTICOLARE DEL CONFLITTO A GAZA IN QUEL GIORNO RILANCEREMO I PUNTI DEL PRIMO APPELLO CONGIUNTO DELLE QUATTRO RETI PROMOTRICI di Mai più vittime! Per Pace, Libertà, Giustizia”

Ogni morte ci diminuisce, ogni uomo, donna, bambino ucciso pesa sulle nostre coscienze. Vogliamo vedere i bambini vivere e crescere in pace non maciullati da schegge di piombo.

CHIEDIAMO:

 > che cessino immediatamente il fuoco, le rappresaglie e le vendette di ogni parte

> che la politica e la comunità internazionale assumano un ruolo attivo e di mediazione per la fine delloccupazione militare israeliana e la colonizzazione del territorio palestinese, per il rispetto dei diritti umani, della sicurezza e del diritto internazionale in tutto il territorio che accoglie i popoli israeliano e palestinese

> che il Governo italiano si attivi immediatamente affinché il nostro Paese e i Paesi membri dell’Unione Europea interrompano la fornitura di armi, di munizioni, di sistemi militari, come pure ogni accordo di cooperazione militare con Israele; 

> che il nostro Governo, oggi alla Presidenza dell’Unione Europea, assuma questi impegni con determinazione e coraggio.

Aiuti e solidarietà alla popolazione di Gaza

di Arci Nazionale

  1. UNRWA Italia

Il Comitato italiano per l’UNRWA (UNRWA Italia) è parte integrante della struttura dell’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees) che dal 1949, su mandato dell’Assemblea Generale, fornisce assistenza e protezione ai rifugiati palestinesi in attesa di una giusta soluzione alla loro condizione.

UNRWA sta rispondendo alle necessità umanitarie della popolazione colpita dalla tragedia, indipendentemente dall’esistenza dello status di rifugiato o meno, attraverso l’accoglienza degli sfollati nelle proprie scuole attraverso la distribuzione di aiuti alimentari e umanitari. Ad oggi sono 67 le scuole che già ospitano 100.000 persone. Ma questo è un numero che sale di minuto in minuto.

UNRWA Italia ha avviato una raccolta fondi per garantire alla sua struttura a Gaza cibo per sfamare le persone, acqua potabile, saponi e materiali sanitari per garantire l’igiene e scongiurare la diffusione di malattie infettive, carburante per far funzionare gli impianti elettrici e idrici e tutti i mezzi di soccorso e di distribuzione degli aiuti, medicinali per curare i feriti e assistere i malati.

www.unrwaitalia.org

 

  1. Medicine Gaza

La Striscia di Gaza è isolata dal mondo. Le frontiere con Egitto e Israele sono chiuse, ospedali, ambulanze e centri di pronto soccorso sono costantemente sotto la minaccia dei bombardamenti. Nonostante questo, il personale sanitario continua a prestare soccorso incessantemente.

Il sistema sanitario di Gaza è al collasso.
Negli ospedali e nelle farmacie manca circa la metà dei farmaci inclusi nella lista dei farmaci essenziali stilata dalla Organizzazione Mondiale della Salute; mancano 470 tipi di materiali sterili e monouso, tra cui aghi, siringhe, cotone, disinfettanti, guanti e molto altro. Scarseggiano le sacche di sangue necessarie a soccorrere le centinaia e centinaia di feriti.

Le ONG italiane  presenti in Palestina , tra cui ARCS, hanno sottoscritto un accordo che le impegna a raccogliere fondi per garantire medicinali e materiale di prima emergenza sanitaria, facendo confluire le donazioni sul conto corrente di Terre des Homes, organizzazione internazionale presente a Gaza, che sta operando in coordinamento con l’Emergency Room del Ministero della Salute Palestinese, la Croce Rossa Internazionale e Mezzaluna Rossa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Palestinian Medical Relief Society –PMRS. Le industrie farmaceutiche con cui sono stati fatti contratti di servizio sono: Birzeit Pharmaceutical Co., Al-Salam Drug Store Co. e Nobel Medical Supplies. www.terredeshommes.it

 

  1. REC Gaza

I bambini di Gaza sono tra le principali vittime di questa violenza, la sofferenza che stanno vivendo ce la raccontano gli operatori del Remedial Education Center (Rec), un’organizzazione che da molto tempo collabora con ARCI e realizza progetti con ARCS nell’ambito socio-educativo attraverso la gestione di strutture e attività rivolte ai bambini, e ce lo dice Defence for Children International Palestina, con cui da sempre collaboriamo in attività sul rispetto e la tutela dei diritti dei minori in quell’area.

Il REC di Gaza ci chiede di avere il nostro supporto per finanziare gruppi di sostegno psicosociale che possano operare nelle strutture sanitarie assistendo in questi terribili momenti i bambini e le loro famiglie. È importante che fin da subito i minori possano iniziare percorsi che li aiutino ad elaborare l’angoscia, i lutti, lo strazio dei cari, e gli altri molti traumi che stanno subendo, così da affrontare il proprio futuro e la gestione di questi terribili ricordi. Allo stesso modo, il Remedial Education Center, nonostante tutto quello che sta accadendo, ci chiede fin da ora, nel momento in cui tutti i riflettori sono accesi su Gaza, di lanciare un messaggio di speranza per i bambini e le bambine di quella terra, facendo sentire loro che non sono soli: dobbiamo pensare dunque anche ad un impegno post emergenza perché con i fondi raccolti si possano ricostruire le loro scuole e i loro asili distrutti dalle bombe, e dare loro di nuovo sogni e speranze. E stando loro accanto, esigendo che la giustizia e la pace trionfino una volta per tutte.

 

 

 

Vi invitiamo a sostenere queste raccolte attraverso il versamento delle donazioni sul conto corrente intestato a:

 

 

Arci Cultura e Sviluppo, Via dei Monti di Pietralata 16, 00157 Roma.

Banca popolare etica, Via Parigi 17, – 00185 Roma C/C n. 00000508080

IBAN: IT96N0501803200000000508080

 

con le seguenti causali:

Causale 1. UNRWA Italia

Causale 2. Medicine Gaza

Causale 3. REC Gaza

 

 

Ancora Raid a Gaza: la Pace e la giustizia non si costruiscono con le armi

di Arci Nazionale

É sempre più evidente che le armi produrranno come unico risultato l’allontanamento della pace, della giustizia e della sicurezza.

Il numero dei civili uccisi a Gaza continua a crescere, ogni giorno contiamo il numero di bambini e bambine che perdono la vita . E i cittadini di Israele sono sempre più insicuri.

Ancor una volta a soffrire é la popolazione civile di Gaza e di Israele, stretta tra due estremismi che non sembrano più conoscere un linguaggio diverso dalla violenza.
Lascia attoniti la timidezza della comunità internazionale. Troppo deboli e troppo timidi parole e tentativi di riportare il dialogo di far tacere le armi.
Siamo preoccupati. Siamo preoccupati per le ragioni di giustizia del popolo palestinese, siamo preoccupati per il destino del principio ‘due popoli, due stati’. E siamo preoccupati dal pericolo che questo nuovo scontro dia fiato in Europa e nel mondo a teorie e movimenti antisemiti.
Quanto accaduto a Roma ieri, deve far riflettere. Ogni atteggiamento estremista non porterà a sicurezza e giustizia per nessuno. Alimenterà soltanto nuovo estremismo e nuovi odii.
La pace e la giustizia non si costruiscono con le armi e con gli scambi di accuse.
Chiediamo che la comunità internazionale, e ancora prima l’Europa e l’Italia si facciano promotori di azioni di mediazione e di interposizione internazionale.
Il popolo israeliano ha diritto a vivere in sicurezza.
Il popolo palestinese ha diritto a vivere nella sua terra.

Roma, 29 luglio 2014

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