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Mediterraneo siamo noi

Accoglienza e solidarietà, a Empoli il festival multiculturale “Mediterraneo siamo noi”

Empoli dice no al razzismo e alle barriere e si apre alla multiculturalità, come da sua tradizione. Lo fa con ‘Mediterraneo siamo noi’, la prima edizione di un festival che vede sei giorni di eventi a ingresso gratuito e ventisei associazioni coinvolte dal 9 al 16 maggio.

La kermesse gode del patrocinio del Comune di Empoli, dell’Unione dei Comuni Circondario Empolese Valdelsa e della Regione Toscana e ha l’obiettivo di costruire occasioni di riflessione sui migranti e sul rapporto con la comunità. Che cosa è ‘Mediterraneo siamo noi’? Si tratta di un festival che coniuga danza, sport, teatro, cibo, cultura e molto altro ancora. Tra il Cinema La Perla, il Palazzo delle Esposizioni e il Parco Mariambini saranno sei giorni di eventi con le associazioni della zona e con personalità importanti da tutta la Toscana e da tutta Italia. La solidarietà, l’accoglienza e l’etica saranno alla base del programma. “Vogliamo dare un piccolo contributo con questo grande festival. La nostra intenzione è quella di sensibilizzare il territorio e far sì che i richiedenti asilo non vengano visti solo come ‘migranti’, ma come persone uguali agli altri” hanno fatto sapere gli organizzatori. ‘Mediterraneo siamo noi’ incontra anche il favore del sindaco Brenda Barnini, che ha sposato in pieno l’iniziativa: “In un momento come questo, è un festival coraggioso.

Nella nostra città la multiculturalità è una realtà di cui si parla da molti anni, ancor prima di ante altre grandi città. Il 14% della nostra popolazione è straniera, ma per tutta l’opinione pubblica sembra che esistano solo quei 200 richiedenti asilo. Mi auguro siano presenti non solo quelle persone che sono già sensibili, ma anche quelle scettiche che hanno però la voglia di togliersi il dubbio. Non possiamo continuare a fare finta di niente e dobbiamo rispondere al decadimento culturale. La sfida è lanciata. Se vogliamo superare lo stato di tensione di questo paese, è necessario superare la Legge Bossi-Fini e tutto quello che ha fatto nascere negli ultimi anni”. Un messaggio importante è arrivato anche dall’assessore regionale Vittorio Bugli: “Sono felice che, come altre città toscane, Empoli, con le sue istituzioni, il suo ricco tessuto associativo, cooperativo e imprenditoriale, abbia deciso di confrontarsi con questo tema, dimostrando una volta di più attenzione e apertura alla cultura e alla diversità. Integrazione, accoglienza, opportunità, confronto sono più vicine di quanto possa sembrare”.

Mediterraneo siamo noi, il programma completo

MERCOLEDÌ 9 MAGGIO Ore 21.15 al Cinema La Perla la presentazione del film ‘Un unico destino’, il racconto del terribile naufragio avvenuto nel Mediterraneo l’11 ottobre 2013 in cui persero la vita 268 persone.

GIOVEDÌ 10 MAGGIO Ore 10: Evento finale del progetto ‘Educare alla mondializzazione. Costruire la pace’, realizzato con i giovani studenti di alcune scuole empolesi. Verrà proiettato il corto metraggio, realizzato dai ragazzi del Servizio Civile Arci che racconta l’intero progetto. Interverranno Brenda Barnini, sindaco di Empoli, Raffaele Crocco, direttore dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, Alice Pistolesi, giornalista e redattrice dell'”Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo”
Ore 17: Mediterraneo siamo noi è anche sport che unisce culture, provenienze, età diverse. Al Parco Mariambini di Empoli in programma una partita di Calcio Sociale tra i ragazzi del Centro Giovani Avane e i ragazzi richiedenti asilo
Ore 18: Il migrante è come Babbo Natale. Tutti ne parlano anche se non esiste. Antonello Mangano presenterà il proprio libro ‘Ruspe o biberon’: una sintesi di luoghi comuni sui migranti ai quali si unisce la potenza narrativa delle storie di vita in grado di mostrare un mondo pulsante, del tutto differente dalla rappresentazione corrente
Ore 21: Raccontare i processi migratori. Raffaele Crocco, giornalista direttore dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo e Antonello Mangano, autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni analizzeranno come vengono raccontati i flussi migratori attraverso la propria esperienza di giornalista e scrittore

VENERDÌ 11 MAGGIO Ore 17: Dall’accoglienza all’integrazione allo sviluppo Uno workshop per affrontare il tema dell’accoglienza nel Territorio con gli enti gestori e le istituzioni. Tra i relatori ci sarà Vittorio Bugli, Assessore regionale all’immigrazione, Brenda Barnini, presidente dell’Unione dei Comuni Empolese Valdelsa, un funzionario della Prefettura di Firenze. Coordina il Professor Paolo Morozzo Della Rocca, responsabile servizi agli immigrati della Comunità di Sant’Egidio. Partecipano gli enti gestori dei centri di accoglienza straordinaria e dello Sprar Empolese Valdelsa, gli imprenditori del territorio, le associazioni di categoria e i sindacati.
Ore 21: Spettacolo teatrale ‘In cerca’. Frutto di un laboratorio teatrale attivato circa un anno fa con richiedenti asilo al Giallo Mare Minimal Teatro di Empoli, questo lavoro parte dal testo di Farîd ad-Dîn ‘Attâr, un poeta persiano del 1200. Il testo è un meraviglioso pretesto per parlare dell’oggi e della necessità di capirsi e riconoscersi come appartenenti al genere umano, al di là delle lingue che si parlino e delle religioni che si professino. Lo spettacolo è stato realizzato con la collaborazione gli operatori dei centri di accoglienza di Martignana e Farfalla (Empoli) del Consorzio CO&SO Empoli. La regia è di Vania Pucci della compagnia Giallo Mare Minimal Teatro.

SABATO 12 MAGGIO Ore 9.15: Come? Il lavoro come sviluppo, integrazione e coesione sociale. Incontro con imprenditori della zona, associazioni di categoria e sindacati per la presentazione di esperienze di avvio al lavoro. Coordina Claudio Freschi, presidente consorzio CO&SO Empoli. Partecipano gli enti gestori dei centri di accoglienza straordinaria e dello Sprar Empolese Valdelsa.
Ore 18.30: Il cibo come ricchezza delle popolazioni povere. Enrico Roccato di Slow Food Empoli interverrà parlando del fondamentale ruolo del cibo (sano) nelle diete del Nord e del Sud del mondo.
Ore 21.15: Tratta delle donne e prostituzione. Alla conferenza interverranno Isoke Aikpitanyi e Monica Massari. Modera l’incontro Maria Nella Lippi, referente tematiche di genere per Oxfam Italia e antropologa.

DOMENICA 13 MAGGIO Ore 18: Partendo dal suo libro ‘Il patto con il diavolo’ il giornalista Fulvio Scaglione sarà il protagonista della conferenza conclusiva (e propositiva) di Mediterraneo siamo noi.
Ore 20: Cena multietnica a cura dell’associazione culturale La Costruenda. Prenotazione obbligatoria al 3385605627 Ore 22: Spettacolo di danza tradizionale africana della compagnia Giguywassa

MERCOLEDÌ 16 MAGGIO Ore 21.15 al Cinema La Perla la proiezione del film di Andrea Segre ‘L’ordine delle cose’. Tutte le sere al Palazzo delle Esposizioni sarà disponibile il servizio di street food organizzato dall’associazione culturale La Costruenda Le mostre visibili al Palazzo delle Esposizioni: A Mediterraneo siamo noi saranno esposti, per la prima volta, i lavori dell’artista eritreo Amanuel Fikadu. I disegni, realizzati con penna su fogli e materiali di fortuna durante i giorni di prigionia in Libia raccontano la sua epopea. L’artista è infatti arrivato a Empoli tramite il corridoio umanitario Un’altra esposizione ci porta nei Balcani. “La Linea invisibile – The Balkan Route” a cura di Danilo Balducci è l’occasione per conoscere e ammirare i frutti di un denso lavoro sulla rotta balcanica dei migranti. Un’altra mostra contiene una piccola parte della totalità dell’opera mastodontica del fotografo Sebastião Salgado. L’esposizione rientra all’interno delle azioni lanciate da migrazioni, la campagna dell’ Arci Empolese Valdelsa per sensibilizzare sul tema dell’immigrazione e dell’accoglienza. L’esposizione fotografica è, infatti, dedicata al tema della migrazione e in tutte le sue forme.

Le associazioni coinvolte: Associazione culturale La Costruenda, Consorzio CO&SO Empoli, Cesvot, Amici di Nik, Amu, Gruppo Empolese Emisfero Sud, Arci Empolese Valdelsa, Associazione Anna, Sprar, Emergency Empoli, Asev, Misericordia Empoli, Anpi Empoli, Centro Giovani Avane, Centro accoglienza Empoli, Gas Ortica, Lilliput Empoli, Slow Food Empoli, Pubbliche Assistenze Riunite, Oxfam Italia, Vincincontri, Movimento Shalom, Associazione 46° Parallelo, Associazione Spinoza, Associazione Padre Roberto Maestrelli onlus, Cielo d’Africa.

(Fonte: Gonews.it)

Intervista a Luigi D’Alife, regista di Binxet – Sotto il Confine

Luigi D’Alife è il regista di Binxet – Sotto il confine, un documentario totalmente autoprodotto che racconta, attraverso testimonianze e spiegazioni schematiche ma approfondite, la situazione del popolo curdo sulla linea del confine che separa la Siria dalla Turchia. La striscia di terra che si trova sotto il confine si chiama appunto Binxet. Le persone incontrate qui sono persone comuni con alle spalle storie di lotta, di dolore, di resistenza e di amore toccante. Al documentario, frutto di cinque viaggi fatti dal regista in territorio curdo, ha prestato gratuitamente la propria voce Elio Germano. Abbiamo avuto modo di incontrare D’Alife domenica 16 luglio alla festa di Settembre Rosso -associazione affiliata Arci- in occasione della proiezione del suo documentario.

Il tuo è il primo documentario che racconta con immagini esclusive la condizione del popolo curdo, che da un lato combatte il Daesh e dall’altro deve subire le persecuzioni da parte del governo di Erdogan. Quali difficoltà hai riscontrato nel realizzare questo documentario?
Sicuramente la difficoltà più grossa è stata raggiungere quei territori in quanto il Rojava e la Siria del nord sono da quattro anni sotto un embargo e un isolamento pesantissimi, soprattutto da parte della Turchia, ma anche da parte del Kurdistan iracheno. Per arrivare in Rojava, nei diversi viaggi che ho fatto, l’unica possibilità è stata quella di passare il confine turco-siriano illegalmente, dato che il confine è chiuso per chiunque voglia attraversarlo. E’ stato questo quindi l’aspetto più complicato a livello pratico perché ha comportato anche per chi vive là un dispendio di grosse energie per aiutarmi, ma più in generale per tutti gli attivisti e i giornalisti internazionali che vogliono arrivare in Rojava. Rispetto invece alla post produzione del documentario, sicuramente il fatto di non avere una casa di produzione e distribuzione, poiché questo è un documentario davvero indipendente, prodotto dal basso, cosa che ha comportato una serie di difficoltà che però sono state superate grazie alla convinzione e alla determinazione.

 

Cos’è che ti ha spinto a interessarti alla situazione del popolo curdo e a compiere cinque viaggi tra il 2015 e il 2016 in Turchia-Siria-Iraq?
Inizialmente sono andato in Kurdistan senza avere l’idea di girare un documentario. L’idea era quella di portare solidarietà rispetto a quello che stava accadendo a Kobane. Ho iniziato a interessarmi al Kurdistan principalmente intorno all’inizio dell’assedio di Kobane, nel Settembre 2014. Il primo viaggio l’ho effettuato a marzo del 2015 e poi ne sono seguiti altri. In seguito la necessità, la voglia di fare questo documentario è nata soprattutto nell’autunno del 2015, un po’ per provare a restituire quella che è stata l’esperienza che avevo vissuto sulla mia pelle e che volevo provare a rendere a un pubblico che fosse il più ampio ed eterogeneo possibile e poi per provare a colmare una grossa lacuna, una mancanza di informazione, di narrazione da parte dei media mainstream, rispetto a quello che succede in quei territori e rispetto alle responsabilità che ha anche l’Europa, soprattutto nei suoi rapporti con la Turchia di Erdogan.

E’ cambiato qualcosa nella tua visione della questione curda e più in generale del mondo durante i tuoi viaggi?
Sì, io penso che fare un viaggio in quei territori voglia dire innanzitutto mettersi in discussione totalmente sia come individualità sia come soggettività politica. Ad esempio, per quanto riguarda la mia esperienza politica, il partito non era mai stata un’ipotesi, viaggiando in quei territori, in particolare nel Kurdistan turco, seguendo le elezioni del 2015, ho rivalutato l’importanza del partito, in particolare seguendo l’esperienza dell’HDP, partito di massa che ha ottenuto sei milioni di voti. Più in generale ho scoperto sempre di più quale fosse la rivoluzione che si stava portando avanti in Rojava e quanto fosse forte il cambio di paradigma con il Confederalismo Democratico. E’ stata un’esperienza sconvolgente che ti mette in discussione e mette in gioco le tue posizioni, le tue abitudini; è qualcosa che ti cambia nel profondo e che poi ti dà la voglia di tornare in Italia e provare a raccontare e restituire quello che hai potuto vedere. Questa è anche un’esigenza di chi sta là, perché l’unica cosa che tutti ci chiedevano era che una volta tornati in Italia, in Europa, raccontassimo quello che succede laggiù, perché evidentemente questo isolamento e questo embargo sono anche un isolamento e un embargo mediatici.

E’ stato difficile ottenere le testimonianze delle persone che hai incontrato? E per te è stato difficile ascoltarle?
Non c’è stata tanta difficoltà nel fare le interviste, anzi c’è stata un’estrema disponibilità da parte delle persone a raccontarsi e anche a raccontare esperienze profondamente dolorose e personali davanti a una videocamera (che non è facile). Oltretutto ho trovato una grandissima preparazione tra la gente. Ad esempio, quando ho iniziato a girare il documentario nel marzo del 2016 e il 18 marzo veniva firmato l’accordo fra UE e Turchia, quasi tutte le persone che ho intervistato, e non solo appartenenti alle istituzioni o attivisti politici, conoscevano i termini di quell’accordo e avevano ben presente quello che avrebbe comportato. Sicuramente le interviste sono forti e vanno a toccare le corde più profonde. Ad esempio nel documentario ho voluto approfondire la storia di Beshir, un bambino di dieci anni che durante l’assedio di Kobane nell’ottobre del 2014 nel bel mezzo di una protesta al confine tra Qamishlo e Nusaybin è stato ucciso da un cecchino turco: nel documentario c’è l’intervista al papà e alla zia che hanno raccontato tutto ed è stato molto straziante. Altrettanto toccante è anche la storia dei vicini di casa di un ragazzo di 26 anni che insieme ad altri aveva provato ad attraversare il confine illegalmente per andare in Turchia a lavorare. I ragazzi sono stati fermati, arrestati, torturati e uccisi, anche in questo caso il racconto è molto crudo. Ho provato a tramutare questa emotività e questa disponibilità nel raccontare episodi così drammatici anche per ripagare una sorta di debito verso tutte queste persone che ho incontrato, verso chi ha contribuito a realizzare il documentario e verso tutti quelli che ci hanno aiutato a passare i confini in più occasioni. Credo, spero, che possa essere un lavoro utile.

Le donne curde sono forse entrate, negli ultimi anni, nell’immaginario comune come esempio di emancipazione, maturità politica, fierezza e coraggio. Tu che hai parlato anche con le donne hai riscontrato alcune di queste caratteristiche?
La figura della donna posta al centro della Rivoluzione del Rojava sicuramente sconvolge tutti quegli equilibri e quei modelli di stampo patriarcale che si sono sedimentati in centinaia di anni. In particolare la figura della donna combattente ha dato una spinta in più alle donne, che hanno avuto così il coraggio e la forza di emanciparsi, prendere parola e diventare davvero le protagoniste in diversi aspetti della vita sociale e nella costruzione stessa di questa rivoluzione. Questo fenomeno, questo cambiamento così forte pone anche noi occidentali nella condizione di mettere in discussione noi stessi, i nostri atteggiamenti e modi di pensare.

Hai incontrato anche uno dei fondatori del PKK in un luogo segreto sulle montagne al confine tra Iraq e Iran. Ci puoi raccontare qualcosa di questa esperienza?
È stato un grande onore e onere incontrare Riza Altun, uno dei fondatori del PKK e responsabile degli Affari Esteri. L’ho incontrato sulle montagne di Qandil, zona liberata e base del PKK dalla sua fondazione nel 1978. È stato un incontro molto particolare perché sono arrivato a Qandil il 25 aprile, una data molto simbolica. Nel documentario ci sono solo alcuni frammenti dell’intervista ma si è trattato di una chiacchierata durata più di tre ore in cui emerge in maniera lampante quello che è l’accordo stretto tra Unione Europea e Turchia rispetto alla gestione dei flussi migratori, un vero e proprio ricatto a cui all’Europa però fa comodo sottostare. Ricatto che di fatto dà mano libera a Erdogan per i suoi progetti politici autoritari, sia in politica interna che in politica estera. Inoltre il PKK è fondamentale rispetto a quello che oggi vediamo realizzarsi in Rojava: perché è vero che la rivoluzione del Rojava con la dichiarazione dell’autonomia dei cantoni è datata 2012, ma basta pensare che Ocalan, leader del PKK, passava – anche lui illegalmente –  il confine tra Suruc e Kobane già il 2 luglio del 1979. Quindi stiamo parlando di un lavoro che va avanti da quasi quarant’anni, per lo più clandestino, sotterraneo, che ha gettato le basi affinché si realizzasse questa rivoluzione oggi così forte. La sfida che io credo sia stata vinta è che non parleremo più di una rivoluzione solo dei curdi, ma di una rivoluzione assolutamente transetnica, transreligiosa. Sono le popolazioni di quel territorio, che io chiamerei semplicemente Mesopotamia, che grazie alla spinta del Confederalismo Democratico stanno portando avanti una lotta comune che vede al suo interno tutte quelle differenze etniche, culturali e religiose presenti nell’area. E questa è sicuramente una grandissima ricchezza.

Non pensi invece che queste differenze, soprattutto politiche, potrebbero minare il progetto di unità e libertà del popolo curdo? Ad esempio i curdi iracheni hanno una visione e una condizione politica estremamente diverse rispetto al modello del Rojava e alla situazione dei curdi turchi o dei curdi siriani.
Io ritengo che la differenza sia sempre una ricchezza. Noi stessi siamo soliti parlare di “popolo curdo” ma questo vuol dire tutto e niente, è una macro-categoria estremamente vaga e riduttiva rispetto a tutte le differenze e le complessità che ci sono all’interno. Naturalmente i curdi non sono tutti uguali e non hanno tutti la stessa visione politica e sociale. Al di là di questo io credo però che il PKK in questi quarant’anni di lotta abbia comunque profondamente unito i curdi in una rivendicazione, che prima era una rivendicazione di indipendenza e di uno Stato Curdo con una propria bandiera e propri confini, e che invece adesso va oltre questo. Il PKK con la rivoluzione in Rojava rivendica infatti una terra senza confini che raccoglie tutte le persone che vivono in quel territorio, che siano curde, arabe, assire, yazide, armene, cristiane e via dicendo. E non dimentichiamo che oggi in Rojava, e in altri territori del Kurdistan, combattono donne e uomini provenienti da tutti i quattro angoli del Kurdistan e non solo. Siamo quindi davanti a  un fenomeno che si è profondamente radicato nella società curda. Detto questo è chiaro che le differenze ci sono, soprattutto di visione politica e di progetto politico: ad esempio oggi nel Kurdistan iracheno si va verso un referendum per l’indipendenza dall’Iraq che è qualcosa che invece il PKK con la rivoluzione in Rojava ha superato.

Il Confederalismo Democratico, come hai detto tu, rappresenta un esempio concreto di convivenza pacifica, democrazia diretta, mutualismo libertario, parità di genere ed ecologia sociale che è unico nel Medio Oriente. Pensi che questo esperimento potrà continuare a funzionare e a radicarsi anche in altre parti del Medio Oriente o è destinato a rimanere un’oasi in mezzo al deserto, dati anche i vari interessi geopolitici ed economici che si giocano in quelle aree? E secondo te sarebbe un modello realizzabile anche in Europa?
Assolutamente sì. È vero che il Medio Oriente è un’area molto critica da quando le potenze occidentali ci hanno messo mano e che il territorio del Kurdistan è stato frammentato con il Trattato di Losanna del 1923, ma io ritengo che questo modello politico sia e debba essere assolutamente esportabile, tanto in Medio Oriente che in Europa. Anzi, io credo che sia proprio necessario sperimentare in occidente una forma politico-sociale di questo tipo, proprio perché, come dicevano le compagne e i compagni curdi durante i viaggi, è qui che c’è il mostro capitalista; è qui che il sistema va ribaltato. Il Rojava rappresenta un sistema opposto a quello neoliberista e che si pone proprio nell’ottica di un suo superamento: è un sistema non centralizzato, senza un potere statale; è una realtà municipalizzata basata sulla democrazia diretta, con un autogoverno dal basso. Si tratta di un modello, oltreché esportabile, assolutamente necessario.

Dal documentario emergono aspetti agghiaccianti della persecuzione del popolo curdo da parte del Governo di Ankara dietro il silenzio complice della Comunità Internazionale, nonostante la lotta che questo popolo porta avanti contro Daesh: esproprio delle terre, muri lungo il confine Siria-Turchia per impedire il passaggio dei profughi, uccisioni, incarcerazioni, uso di armi chimiche sulle città curde. Dati l’autoritarismo di Erdogan e gli interessi economici, politici e strategici della Comunità Internazionale, pensi che le rivendicazioni dei curdi turchi e siriani potranno mai venire prese seriamente in considerazione?
Negli ultimi anni, in particolare con lo scoppio della guerra civile in Siria, proprio per quello che è stato fatto sul campo, soprattutto a livello militare, YPG e YPJ hanno avuto un riconoscimento da parte della coalizione e degli Stati Uniti da un lato e della Russia dall’altro, ma si tratta di un riconoscimento puramente militare, evidentemente tattico e strumentale da entrambe le parti, mentre un riconoscimento non c’è stato né per la Rivoluzione in Rojava né per la condizione del popolo curdo. Quindi sì, è una situazione molto complicata e volubile, con equilibri, da quelli regionali a quelli internazionali, molto delicati. Io penso però che rispetto a quelle che sono le difficoltà di una rivoluzione che fin dall’inizio è stata, ed è, sotto attacco – dai jihadisti di Al Nusra, dal Daesh, dalla Turchia, dal regime di Assad – quello che dovremmo fare noi è chiederci quale sia il nostro ruolo. Il nostro ruolo è quello di costruire solidarietà e controinformazione, di sostenere una rivoluzione che la guerra e gli interessi imperialisti su quell’area pongono in condizione di estrema vulnerabilità e soprattutto di fare pressione sui nostri governi e sull’Europa, affinché prendano una posizione chiara rispetto, in particolare, al regime autoritario di Erdogan.

Tu hai parlato di informazione e controinformazione. Forse, rispetto ad esempio alla situazione del popolo palestinese che è più conosciuta agli occhi del mondo, quella del popolo curdo fa fatica a trovare spazio nell’informazione e nella narrazione mainstream. Tuttavia, grazie alla lotta contro il Daesh, i guerriglieri curdi e soprattutto le guerrigliere curde sono stati resi famosi da media e giornali ed esaltati come eroi da tutto il mondo, così che la questione curda è venuta finalmente un po’ più a galla. Inoltre i curdi sono diventati i protagonisti del fumetto di Zerocalcare “Kobane Calling” e adesso il tuo documentario sta dando risonanza alla rivoluzione del Rojava e alla situazione dei curdi al confine tra Siria e Turchia. Credi che una maggiore visibilità, attraverso forme e strumenti di comunicazione diversi possa spingere i governi internazionali a riprendere seriamente in mano la questione curda?
Io penso che ci siano almeno due piani diversi da prendere in considerazione. Avete citato l’esempio di Kobane Calling. Quel lavoro è stato qualcosa di incredibile e fondamentale perché è riuscito a entrare nella cultura popolare e ad arrivare a un’enormità di persone molto diverse tra di loro. Purtroppo invece, e qui mi sposto sull’altro livello di cui parlavo, l’informazione mediatica mainstream quando va bene è assolutamente carente e quando va male è totalmente strumentale e parziale. Anziché fornire informazioni rispetto al reale contesto e a quello che vi accade, per lo più il giornalismo mainstream sembra esser diventato quasi una questione di fazioni o di tifoseria. Faccio un esempio: quando ci sono stati, qualche mese fa, bombardamenti con gas chimici e decine e decine di vittime, tra cui moltissimi bambini, nella zona a nord di Aleppo, nessuno, a livello mainstream, si è preso la briga di verificare fonti e informazioni e capire se le notizie che additavano Assad come responsabile di quella strage terribile fossero più o meno vere. Questo è solo un esempio tra tanti rispetto a quello che è il modo di condurre l’informazione. Ad ogni modo anche un documentario come “Binxet-Sotto il confine”, che ha avuto un riscontro assolutamente positivo da parte del pubblico mostra quanto la gente voglia capire qualcosa di quello che sta accadendo.

Cambiando argomento..non possiamo non chiederti di Elio Germano, che ha prestato – gratuitamente – la sua voce al tuo documentario. Come è nata questa collaborazione?
Con Elio prima di questo lavoro non ci conoscevamo; l’anno scorso al festival Alta Felicità in Val Susa ho preso i suoi contatti e gli ho mandato una mail per spiegargli quello che era il progetto di Binxet e lui ha dato subito la sua immediata disponibilità a prestare la propria voce in forma totalmente gratuita, è bene ribadirlo. Ho voluto contattare Elio, sia perché lo reputo l’attore migliore che abbiamo in Italia attualmente, sia perché lo ritengo una persona assolutamente sensibile, in particolare alla questione dei confini e delle frontiere, e infine anche perché evidentemente il suo nome avrebbe dato, come sta dando, maggior risalto e visibilità a questo lavoro. É stata una collaborazione nata in maniera un po’ strana ma che soprattutto deriva dalla volontà di entrambi di provare a raccontare quel contesto. Vedendo il premontato del documentario Elio ha capito quanto fosse importante che uscisse e ha voluto dare il suo contributo. E in questa fase di totale appiattimento culturale in Italia, questi sono gesti molto significativi.

E adesso quali saranno i tuoi prossimi progetti?
Il prossimo progetto è vacanza! Battute a parte, adesso ho bisogno un attimo di staccare la spina e ricaricare la batteria perché è stato un lavoro che ha preso almeno due anni della mia vita; a tratti è stato anche faticoso e frustrante ma sicuramente molto appagante, il riscontro delle persone è positivo e questo davvero è quello che conta di più. Ora sto iniziando a ragionare sui prossimi lavori ma per adesso sono solo suggestioni. Naturalmente ci sarà modo di condividere i prossimi progetti e magari, a differenza di questo documentario, provare a costruirli collettivamente, ad esempio con un crowdfunding.

Hai mai avuto paura durante i tuoi viaggi?
Paura no. Anche se c’è stato un momento in cui me la sono vista davvero brutta. É  successo  a Dyarbakir, il 5 giugno 2015 – di lì a poco ci sarebbero state le elezioni –  durante un comizio dell’HDP, al quale ci saranno state almeno 200.000 persone, qualcosa di gigantesco. A un certo punto sono esplose due bombe. Io stavo a 30 metri da dove sono esplose e là chiaramente la paura c’è stata. Non solo la paura ma soprattutto senso di impotenza, perché quando senti il botto purtroppo è già troppo tardi. Al di là di questo episodio, quel coraggio che ho trovato sul fronte o per filmare bombardamenti sul confine contro Nusaybin l’ho preso da chi vive là, dai compagni e le compagne che ho incontrato, da uomini, donne, bambini che ogni giorno vivono e lottano là. Questo lavoro è soprattutto per loro.

E hai intenzione di fare altri viaggi in quelle zone?
Sicuramente! Innanzitutto perché ho un sacco di amici e amiche in quei territori. Vorrei tornare in Turchia, in Bakur, nonostante questo per me, come per molti altri, significherebbe rischiare di venire arrestato, o espulso e rimandato in Italia, ma questa probabilità non mi fa assolutamente spaventare ma anzi ci sarà modo di tornare lì come ci sarà sicuramente modo di tornare in Rojava. E magari tornarci in un Kurdistan finalmente liberato, in particolare dall’oppressione della Turchia di Erdogan.

 

 

 

 

Ero Straniero – L’umanità che fa bene!

L’Arci Empolese Valdelsa aderisce alla campagna “Ero straniero – L’umanità che fa bene” promossa dai Radicali Italiani insieme a tante associazioni e  sigle diverse, tra cui l’Arci nazionale, promotrici della legge di iniziativa popolare per superare  la legge Bossi – Fini e cambiare le politiche sull’immigrazione puntando su inclusione e lavoro.

La legge di iniziativa popolare dal titolo “Nuove norme per la promozione del regolare permesso di soggiorno e dell’inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari” è infatti promossa da Radicali Italiani insieme a Fondazione Casa della carità “Angelo Abriani”, ACLI, ARCI, ASGI, Centro Astalli, CNCA, A Buon Diritto, CILD, con il sostegno di numerose organizzazioni impegnate sul fronte dell’immigrazione, tra cui Caritas Italiana, Fondazione Migrantes Comunità di Sant’Egidio e tante associazioni locali.

Domenica 23 luglio, presso la festa dell’Anpi “Io resisto” al Parco di Serravalle, in occasione dell’iniziativa organizzata da Anpi, Arci e Cgil dal titolo  “La Costituzione è in salvo, ora va attuata!”, abbiamo lanciato la campagna a livello territoriale, raccogliendo numerose firme tra i presenti. L’impegno di Arci Empolese Valdelsa per la campagna di raccolta firme sulla proposta di legge continuerà con banchini e presidi sparsi sul territorio.

Nelle prossime settimane verrà aggiornato il calendario delle attività e delle occasioni dove sarà possibile sottoscrivere la legge d’iniziativa popolare. Inoltre sarà possibile firmare i moduli  presso l’URP del Comune di Empoli, in orario di apertura dell’ufficio.

Il 20 giugno la Giornata Mondiale del Rifugiato

Mai come quest’anno è importante l’impegno di tutti per garantire il rispetto del diritto d’asilo

Il 20 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Rifugiato, l’appuntamento voluto dall’Assemblea generale dell’Onu, il cui obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione di milioni di rifugiati e richiedenti asilo. Nello stesso giorno del 1951 l’Assemblea approvò la Convenzione di Ginevra.

Negli ultimi anni il diritto d’asilo è diventato oggetto di campagne diffamatorie e strumentali, col fine di legittimare la non applicazione della legislazione internazionale e di quanto stabilito dalla nostra costituzione. Governi dell’UE (fra questi i cosiddetti Paesi di Visegrad: Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) hanno affermato  il loro diritto a bloccare i flussi di richiedenti asilo, negando così un principio cardine della Convenzione di Ginevra, cioè il diritto di ogni persona a chiedere Protezione Internazionale.
Allo stesso tempo l’UE ha firmato un accordo con la Turchia di Erdogan per bloccare il flusso di richiedenti asilo dal medio oriente, proprio mentre i siriani, che rappresentano il principale gruppo di rifugiati al mondo, scappavano dalle bombe della coalizione internazionale e da quelle di daesh.

Una pagina vergognosa della storia nostro continente, che ha deciso di scaricare sui Paesi limitrofi l’onere dell’accoglienza e dell’eventuale respingimento, in cambio di soldi e sostegno politico.
E infatti l’Unione Europea, con l’Italia in prima linea, tenta di utilizzare lo stesso modello usato con la Turchia anche con altri Paesi, dove i diritti umani vengono regolarmente calpestati come in Libia. A un Paese dilaniato da una guerra civile che dura dal 2011 e con una territorio diviso per bande, viene chiesto di impedire le partenze e di bloccare le frontiere sud, mentre sono centinaia le testimonianze dei migranti trattenuti in quel paese sulle violenze e i ricatti che subiscono.
Le risorse per l’accoglienza dei profughi destinate all’UNHCR sono sempre di meno a fronte di quasi 70 milioni di persone nel mondo che fuggono in cerca di protezione: il numero più alto dall’approvazione della Convenzione di Ginevra.
Il diritto d’asilo è dunque sotto attacco in nome della compatibilità economica e politica, in Europa come nel resto del mondo. In Italia è di recente approvazione il decreto Orlando-Minniti che non solo esclude la possibilità di appello per chi si vede rifiutata la richiesta, ma  addirittura la parte dibattimentale nel primo grado. Si crea quindi un diritto “etnico”, senza le garanzie previste per gli altri cittadini.
Bene ha fatto  l’UNHCR a ribadire che è importante in  questo 20 giugno, più che in passato,  stare dalla parte dei rifugiati #WithRefugees.
Intanto prosegue in tutta Italia, con l’impegno anche dell’Arci, la raccolta di firme per il superamento della legge Bossi-Fini attraverso la Campagna Ero straniero. L’umanità che fa bene.
I diritti umani devono valere per tutti, e la battaglia perché vengano rispettati deve essere condotta con forza dalle associazioni che tutelano i diritti di migranti e rifugiati.

Nel Mediterraneo si continua a morire, mai così tante vittime come nel 2016

L’unica vera emergenza che riguarda i migranti è il numero dei morti nel tentativo di raggiungere l’Europa. Ieri un’altra strage al largo della Libia: i sopravvissuti trasportati a Lampedusa parlano di almeno 239 morti.

Numeri che dimostrano come muri e barriere non servono a fermare i flussi delle persone che scappano da guerre e violenze. La conseguenza è che i trafficanti cercano nuove rotte, e questo rende i viaggi sempre più costosi e pericolosi.

 L’Unione Europea, sempre più sorda al grido di aiuto che arriva da chi fugge da guerre che l’Occidente spesso alimenta, stringe accordi con paesi dove i diritti umani sono regolarmente calpestati perché impediscano ai profughi di oltrepassare  i loro confini, come con la  Turchia, e fa passare per aiuti allo sviluppo i miliardi che intende versare a paesi africani perché impediscano le migrazioni.

 Questa strage va invece fermata, con gli unici strumenti degni di una comunità civile: si aprano canali umanitari per consentire ai profughi di raggiungere l’Europa in sicurezza e nella legalità; si applichi la direttiva 55/2001 che consente un piano di ripartizione europea dell’accoglienza, un titolo di soggiorno europeo e ingressi programmati e sicuri. Si ribadisca che gli aiuti allo sviluppo vanno condizionati non al controllo dei flussi migratori, ma al rispetto dei diritti umani.

L’Europa affronti finalmente senza il cinismo che l’ha caratterizzata finora, con politiche lungimiranti, un fenomeno, come quello delle migrazioni forzate, che non si fermerà finchè ingiustizie, povertà e guerre continueranno a devastare questo nostro pianeta.

Roma, 3 novembre 2016

#MIGRAZIONI IN CAMPO: REGOLAMENTO E ISCRIZIONI PER IL TORNEO DI CALCETTO DELL’ARCI EMPOLESE VALDELSA

#MigrAzioni in campo

Aperte le iscrizioni per il torneo di calcetto a 5 in programma per Domenica 26 Giugno

==> PER SCARICARE IL REGOLAMENTO QUI <==

==> PER SCARICARE IL MODULO DI ISCRIZIONE QUI <==

Sono aperte le iscrizioni di #migrAzioni in campo, il torneo di calcio a 5 promosso da Arci Empolese Valdelsa in collaborazione con Uisp Empoli e la Cooperativa La Pietra D’Angolo che si svolgerà domenica 26 giugno presso il campo di calcio a 5 della Casa del Popolo di Ponte a Elsa.

Per poter partecipare è necessario essere Soci Arci e compilare l’apposito modulo di iscrizione visionabile e scaricabile insieme al regolamento della manifestazione sul nostro sito: arciempolesevaldelsa.it.

Il modulo di iscrizione dovrà essere consegnato, compilato in tutte le sue parti, presso la sede di Arci Empolese Valdelsa in via d’Avane 72/b – Empoli (FI) oppure può essere mandata la sua scansione all’indirizzo email: redazione.arciev@gmail.com

Termine ultimo di iscrizione è venerdì 24 luglio ore 17.

La manifestazione, che si svolgerà nell’arco di tutto il pomeriggio, è una delle azioni previste all’interno della campagna #MigrAzioni lanciata lo scorso novembre con lo scopo di sensibilizzare la cittadinanza verso i temi dell’immigrazione e dell’accoglienza.

L’intenzione del torneo è quella di portare a giocare sia i cittadini italiani che stranieri, quindi con squadre anche miste, con particolare attenzione verso i  nuovi rifugiati ospitati nella zona, offrendo loro uno spazio di socialità e divertimento. Lo sport, quindi come veicolo di integrazione attraverso cui creare dei legami con i cittadini del nostro territorio.

Per ulteriori chiarimenti e informazioni chiamare lo 057180516 oppure scrivere a redazione.arciev@gmail.com

Ufficio Stampa Arci Empolese Valdelsa

Telefono: 057180516

Redazione.arciev@gmail.com

20 GIUGNO 2016 GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO

Quest’anno il 20 giugno, Giornata Mondiale del Rifugiato, ha una valenza particolare: quel che accade alle nostre frontiere, interne ed esterne, e le politiche messe in atto dai governi dell’UE va fermato.

Dobbiamo arginare il dilagare del consenso verso l’Europa dei muri e chiedere e promuovere l’Europa dell’accoglienza e dei diritti.

Per questo motivo abbiamo deciso di continuare a usare lo slogan ‘Welcome Refugees’ : vogliamo essere parte di una campagna comune al resto dell’Europa solidale e promotrice di diritti.

Welcome Refugees caratterizza, a partire dalla crisi dei migliaia di profughi del 2015, quell’Europa che si riconosce nell’Unione fondata sui valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e del rispetto dei diritti umani.

 

E’ la campagna che tiene insieme lo spirito di solidarietà di milioni di cittadini europei, dalle curve degli stadi alla piattaforma per l’accoglienza in famiglia in Germania; dalla staffetta di automobilisti austriaci che sono andati a prendere migliaia di profughi in Ungheria alle manifestazioni di accoglienza al loro arrivo; dalle campagne di sensibilizzazione e promozione di una cultura dell’accoglienza in Italia all’iniziativa promossa dall’Arci per un’Europa che dica no ai muri e sì all’accoglienza.

 

Abbiamo pensato che le tante iniziative che quotidianamente si organizzano e che si intensificheranno per la Giornata del rifugiato del prossimo 20 giugno e per le attività estive possano essere rafforzate da oggetti a marchio Arci con lo slogan, immediato e comprensibile, Welcome Refugees.

LA LISTA UE DEI “PAESI SICURI”: UNA NEGAZIONE DEL DIRITTO DI ASILO

euromed.jpgBrussels /Paris, 26 May 2016

Il 30 maggio 2016, la Commissione Libertà Civili, Giustizia e Affari Interni (LIBE) del Parlamento Europeo discuterà gli emendamenti presentati in merito alla proposta del settembre 2015 per un regolamento della Commissione Europea finalizzato a definire una lista UE dei “paesi di origine sicuri”. Questa definizione implica che in questi paesi è rispettata la legalità e non dovrebbe esistere nessun rischio di persecuzione per i richiedenti asilo.

La Associazione Europea per i Diritti Umani, Euromed Rights e la Federazione Internazionale per i Diritti Umani avvertono sui rischi derivanti dall’uso del concetto di “sicurezza” nell’esaminare le richieste di asilo. Nessun paese può essere considerato “sicuro”. Adottando una simile lista, la Unione Europea e i suoi stati membri istituzionalizzeranno a livello europeo una pratica attraverso la quale i paesi membri possono rifiutare di ottemperare pienamente alle proprie responsabilità verso i richiedenti asilo, in violazione ai loro obblighi internazionali.

Finora, 12 dei 28 stati membri hanno una lista nazionale di “paesi sicuri”, ma le liste sono tutt’altro che omogenee. La proposta della Commissione mira a porre rimedio a queste disparità. I sette paesi che la proposta considera “sicuri” sono: Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Kosovo, Montenegro, Serbia e Turchia.

La Commissione intende usare lo stesso approccio per garantire che una lista comune di “paesi terzi sicuri” sia adottata per consentire che i richiedenti asilo siano rimandati indietro nei paesi per i quali sono transitati prima del loro arrivo nella Unione Europea, e dove essi dovrebbero “legalmente” depositare le loro richieste di asilo.

Con la giustificazione di razionalizzare e armonizzare il sistema europeo, la UE darebbe legittimità istituzionale a un abuso sul diritto di asilo allo scopo di controllare la migrazione. L’uso del concetto di “sicurezza” ha serie conseguenze sui diritti dei richiedenti asilo: esami sommari delle richieste di asilo, appelli non sospensivi, probabile rigetto della domanda, dichiarazione di inammissibilità della domanda nel caso di “paesi terzi sicuri”, e respingimento nel paese di origine. Nonostante la criticità del problema, nello stesso momento in cui tante persone cercano di avere accesso alla protezione internazionale nella UE, le nostre organizzazioni deplorano che la società civile non sia stata coinvolta a nessun livello in questa discussione.

La AEDH, EuroMed Rights e la FIDH si sono sempre opposte all’uso del concetto di “paese di origine sicuro” nell’applicazione della legislazione sull’asilo. Nessun paese può presumersi sicuro per tutti i suoi cittadini, non importa che le liste siano fatte dalla Commissione Europea o dagli Stati Membri. Le nostre organizzazioni lo hanno dimostrato attraverso relazioni regionali e paese, anche per tutti paesi che nei prossimi giorni la UE vorrebbe dichiarare sicuri.

Ci opponiamo a questa nozione che, noi crediamo, è contraria al principio di non discriminazione sulla nazionalità che è iscritto nel diritto internazionale. E facciamo appello al Parlamento Europeo e al Consiglio a rigettare l’adozione di questo regolamento.

APPLICAZIONE DELL’ACCORDO UE- TURCHIA

IL VERGOGNOSO BARATTO DI ESSERI UMANI CON UN PAESE NE’ SICURO NE’ DEMOCRATICO HA AVUTO INIZIO.

 

Dichiarazione di Filippo Miraglia, vicepresidente nazionale Arci

Il baratto degli esseri umani, formalizzato dall’Accordo UE – Turchia sui migranti, ha avuto formalmente inizio.

La Turchia è di fatto considerata un paese terzo sicuro. Le prime duecento persone trasferite dalle isole greche di Lesvos e Chios sono perlopiù del Pakistan e del Bangladesh: nazionalità per le quali il ministro dell’Interno turco Ala si è affrettato a dire che è previsto il rimpatrio forzato nei paesi di provenienza.

Diritto d’asilo? Cos’è?  L’Europa ha affidato a un paese che da anni si macchia del crimine di persecuzione e violenza nei confronti del popolo curdo, alla Turchia che mette in galera chiunque osi denunciare le malefatte del governo, alla Turchia dei campi di accoglienza concepiti come campi di deportazione – pensiamo ad esempio a quello di Askale -, alla Turchia che non ha adottato la convenzione di Ginevra del 1951, a un paese con queste caratteristiche, l’UE ha affidato il destino di migliaia di migranti in fuga da persecuzioni per motivi religiosi, sociali, politici e ambientali.

Alla discriminazione originaria dell’Agenda europea sull’immigrazione secondo la quale possono essere ricollocate esclusivamente persone con una nazionalità che registra un tasso medio di riconoscimento dello status di rifugiato pari al 75% – siriani, eritrei ed iracheni – si aggiunge una discriminazione sul comportamento adottato dal siriano in fuga. Se per salvarti la vita l’hai messa a rischio su un gommone verso le coste greche, violando però le leggi di ingresso, allora sei un siriano di serie B il cui destino sarà il rientro in Turchia. Se invece  sei un siriano attualmente presente in Turchia senza aver ancora tentato di raggiungere l’UE, allora sei un siriano di seria A che verrà accolto  – grazie a un siriano di serie B – in un paese dell’UE.  Da non credere se non fosse scritto nero su bianco.

Una vergogna internazionale. Un simile accordo sarebbe illegittimo e politicamente inaccettabile anche se stipulato con un paese sicuro e democratico, figuriamoci con un paese che non è né sicuro né democratico!

 

Roma, 4 aprile 2016.

IL 3 OTTOBRE SARÀ LA GIORNATA NAZIONALE DELLA MEMORIA DELLE VITTIME DELL’IMMIGRAZIONE FINALMENTE APPROVATA LA LEGGE

Finalmente una buona notizia: oggi il Senato ha approvato in via definitiva la legge che istituisce la Giornata nazionale delle vittime dell’immigrazione. Un risarcimento simbolico per le famiglie di quelle 368 persone che il 3 ottobre del 2013 persero la vita nel mare di fronte a Lampedusa,  una delle più grandi stragi di migranti degli ultimi anni.

Nel frattempo le morti sono continuate, nel tentativo di attraversare le frontiere di un Europa sempre più fortezza, che di fronte a un esodo storico si barrica dietro muri e recinzioni.

Un esodo che non potrà che crescere, visto il diffondersi delle guerre e delle violenze in tanti paesi africani e in medio oriente, con l’intervento attivo, purtroppo,  di paesi europei.

Così migliaia di persone premono alle frontiere europee, accampate, in condizioni disumane, in attesa di poter entrare nel territorio dell’UE per chiedere protezione. Non possono andare avanti né tornare indietro: quasi sempre nei paesi d’origine non hanno più nulla. La ricerca di un luogo in cui sia possibili vivere in sicurezza è più forte della paura, fa sopportare il fango in cui si è immersi, il freddo, le cariche della polizia.

Come tre anni fa, quando chiedemmo, con il Comitato 3 Ottobre, l’istituzione della giornata della Memoria, continuiamo a avanzare le stesse richieste all’Europa e all’Italia, perché nulla è stato fatto.  Anzi, le tante vittime dell’immigrazione non sembrano aver nemmeno scalfito l’atteggiamento di chiusura dei governi dell’UE.

Si riattivi subito un’operazione di ricerca e salvataggio, si aprano canali di ingresso umanitari, si predisponga un’accoglienza dignitosa.

Solo così potremo considerare l’approvazione di questa legge un impegno reale per risolvere problemi drammatici che restano tutti aperti. L’inizio di una fase diversa, in cui il senso di umanità prevalga su piccoli, cinici interessi.