Pace

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“Per un’Italia senza muri”, un coordinamento per unire il fronte comune contro razzismo e neofascismo

Sarà un importante momento di impegno comune la partecipazione alla Marcia PerugiAssisi della pace e della fraternità che si svolgerà domenica 7 ottobre 2018

Le numerose crisi che affliggono le nostre società hanno intaccato le fondamenta della democrazia, riportando alla luce un atteggiamento violento e aggressivo nei confronti di uomini e donne che vivono in condizioni di miseria e in pericolo di vita, accusandoli di essere la causa dei nostri problemi.

La serie di episodi di violenza nei confronti di immigrati, con una evidente connotazione razzista e spesso neofascista, impone una seria e immediata azione di contrasto che parta da una doverosa riflessione: il tessuto sociale impoverito divenuto, giorno dopo giorno, campo fertile per fomentatori di odio e di esclusione sociale.

Si stanno frantumando  i legami di solidarietà e, progressivamente, spostando l’attenzione dalle vere cause e dalle responsabilità dei governi nazionali e delle istituzioni internazionali.

La crisi è di sistema, è universale e la risposta non è più contenibile dentro i propri confini o ristretta a soluzioni parziali. Le interdipendenze tra crisi ambientale, modello di sviluppo, migrazioni forzate, guerre, illegalità, corruzione, corsa al riarmo, razzismo, rigurgiti fascisti e crisi delle democrazie, sono oramai ampiamente documentate.

È necessaria un’azione che coinvolga l’intera Europa, oggi incapace di rispondere al fenomeno delle migrazioni in modo corale, senza permettere agli egoismi dei singoli di prevalere. La solidarietà è premessa indispensabile per la lotta alle disuguaglianze e per la difesa dei diritti.

La società civile, il mondo della cultura, dell’associazionismo, dell’informazione, l’insieme delle istituzioni democratiche sono chiamate a impegnarsi nel contrasto a questa deriva costruendo una nuova strategia di mobilitazione, partendo da una piattaforma unitaria capace di fare sintesi tra le tante sensibilità e diversità che esprime la nostra società e di riaffermare il principio sancito 70 anni fa nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Nel percorso che ci vede coinvolti unitariamente, dopo le  mobilitazioni che ci hanno visti impegnati a Catania e Milano, gli episodi di mobilitazione locale che si stanno moltiplicando in queste settimane e le prossime iniziative, compresa una manifestazione unitaria nazionale quando le condizioni lo permetteranno, riteniamo un importante momento di impegno comune la partecipazione alla Marcia PerugiAssisi della pace e della fraternità che si svolgerà domenica 7 ottobre 2018.

In quanto promotori di questa iniziativa siamo impegnati:

  • in un coordinamento tra i soggetti che condividono le preoccupazioni e le finalità fin qui presentate;
  • a promuovere la più ampia partecipazione alla Marcia PerugiAssisi del 7 ottobre;
  • a organizzare il 15 settembre un’assemblea di coordinamento nell’ambito del Meeting Internazionale Antirazzista di Cecina;
  • a creare un osservatorio online contro il razzismo;
  • a condividere e diffondere un Manifesto antirazzista che rappresenti le preoccupazioni e le proposte dell’insieme dei soggetti che aderiranno a questo percorso e che servirà da punto di partenza per le prossime campagne e mobilitazioni.

Anpi, Arci, Articolo 21, Aoi, Beati i Costruttori di pace, Cgil,  Cipsi, Legambiente, Libera, Rete della Pace, Tavola della Pace

GRAZIE DI ESSERE VISSUTO, MADIBA!

Cento anni fa nasceva Nelson Mandela

Esattamente cento anni fa nasceva Nelson Mandela. La sua vita, il suo pensiero, le sue azioni hanno influenzato la storia non solo del suo paese, il Sud Africa, ma di tutto il movimento mondiale contro ogni forma di razzismo. Una figura tra le più importanti del secondo Novecento. Nelson Mandela, Madiba per il suo popolo, fin da giovane si legò ai movimenti di sinistra per condurre una lotta contro il razzismo e la bestiale sottomissione nella quale vivevano i neri oppressi dalla minoranza bianca. Gli costò quasi 27 anni di carcere, dal quale esercitò una guida politica e morale per la sua causa che alla fine risultò vincente. Nel 1993 assieme a de Klerk, il presidente bianco del Sud Africa, ottenne il premio Nobel per la Pace e si adoperò da subito per favorire la riconciliazione nel paese, che non avrebbe potuto svilupparsi senza mettere fine alla lunga scia di violenze, assassinii, odio e volontà di vendetta. Fu in Sud Africa che Ghandi elaborò il metodo di lotta non violento all’inizio del secolo e  Madiba ne fu un degno continuatore. Lo vogliamo ricordare citando una delle sue frasi più celebri “Il perdono libera l’anima, rimuove la paura. E’ per questo che il perdono è un’arma potente”. Grazie di essere vissuto, Madiba!

Roma, Arci Nazionale 18/07/18

Società civile palestinese, israeliana ed europea chiedono la fine dell’assedio a Gaza

Organizzazioni palestinesi, israeliane , internazionali ed europee scrivono, per la prima volta insieme, una lettera aperta per chiedere la fine dell’assedio a Gaza

Lettera aperta a Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e a Johannes Hahn, Commissario europeo per la politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento, ai Ministri degli Esteri dell’Unione Europea

Oggetto: Chiusura illegale di Israele e blocco della Striscia di Gaza ai sensi del diritto internazionale

Stiamo scrivendo riguardo alla situazione allarmante nella Striscia di Gaza, per invitarvi a sollecitare le autorità israeliane a revocare la chiusura e il blocco da oltre un decennio imposto ai 2 milioni di residenti nella Striscia di Gaza.

Le proteste di massa, che hanno avuto luogo nella Striscia di Gaza dal 30 marzo, hanno causato la morte di almeno 135 palestinesi, oltre 14.000 feriti e un sistema sanitario già precario vicino al punto di rottura. Queste proteste hanno portato rinnovata attenzione internazionale sulla situazione insostenibile che prevale nella Striscia di Gaza causando un senso di frustrazione e disperazione diffuse dopo 11 anni di chiusura illegale, tre offensive militari israeliane e oltre mezzo secolo di occupazione militare. Mentre Israele continua a inasprire le restrizioni di Gaza, i recenti eventi hanno messo in chiaro che la situazione sul terreno non migliorerà a meno che la comunità internazionale non affronti urgentemente la causa principale: la chiusura illegale di Israele in violazione del diritto internazionale.

I due milioni di persone che vivono a Gaza non hanno accesso ad acqua potabile, hanno elettricità limitata e sono sottoposti a restrizioni estensive alla libertà di movimentoIsraele nega spesso o ritarda i permessi a coloro che cercano assistenza medica vitale fuori da Gaza, mentre gli ospedali mancano di risorse adeguate e devono affrontare una cronica penuria di forniture mediche. Inoltre, il governo palestinese sta imponendo misure punitive contro i residenti a Gaza, compresi i tagli alle forniture di elettricità per più di 6 mesi, e gli stipendi dei dipendenti pubblici. Temiamo che questa situazione peggiorerà rapidamente in vista dell’attesa riduzione o sospensione dei servizi di emergenza essenziali dell’UNRWA, dato che i due terzi della popolazione complessiva di Gaza sono rifugiati.

L’Unione Europea ha compiuto importanti sforzi per migliorare le condizioni socioeconomiche di Gaza, attraverso il finanziamento sostanziale di progetti umanitari e di sviluppo volti a ricostruire le infrastrutture distrutte di Gaza. L’UE ha anche cercato di facilitare il processo di unità palestinese per anni. Nonostante queste misure, la situazione della popolazione palestinese a Gaza è oggi molto più vicina al baratro di un disastro umanitario di quanto non sia mai stata.

L’assistenza finanziaria da sola non invertirà questa tendenza accelerata e non rispetterà i diritti fondamentali dei palestinesi a Gaza. Dato che l’interesse per un maggiore aiuto umanitario cresce a livello internazionale, temiamo che non possa esserci uno sviluppo efficace e aiuti umanitari finché Israele continuerà la sua chiusura illegale. Il meccanismo di ricostruzione di Gaza è in gran parte fallito poiché il suo funzionamento era radicato nelle politiche illegali di chiusura e blocco imposte dalle autorità israeliane. Ci si può aspettare che soluzioni simili generino lo stesso risultato. Il blocco di oltre un decennio e l’isolamento della Striscia di Gaza devono essere risolti affinché la situazione umanitaria sia adeguatamente affrontata.

Come rappresentanti di organizzazioni internazionali, europee, israeliane e palestinesi per i diritti umani e lo sviluppo, esortiamo i leader europei a riconoscere chiaramente la responsabilità primaria di Israele per la chiusura illegale e il blocco della Striscia di Gaza, che è la causa principale della mancanza di sviluppo e a una forma di punizione collettiva vietata dal diritto internazionale. È tempo che l’Unione europea prenda misure sostenibili per assicurare “una fine immediata e incondizionata al blocco e alla chiusura della Striscia di Gaza e “una piena apertura dei punti di attraversamento”, in linea con le sue politiche di vecchia data, con gli obiettivi umanitari e con gli obblighi relativi ai diritti umani.

Restiamo in attesa di un vostro cortese riscontro su questa lettera.

I firmatari della lettera:

Adalah – the Legal Center for Arab Minority Rights in Israel

Al Haq

Al Marsad, Arab Human Rights Centre in Golan Heights

Al Mezan Centre for Human Rights

Amnesty International

Associazione Ricreativa e Culturale Italiana (ARCI)

Broederlijk Delen

Cairo Institute for Human Rights Studies (CIHRS)

CIDSE

CNCD-11.11.11

EuroMed Rights

Gisha – Legal Center for Freedom of Movement

International Federation for Human Rights (FIDH)

Jerusalem Legal Aid and Human Rights Center (JLAC)

La Plateforme des ONG françaises pour la Palestine

Lawyers for Palestinian Human Rights (LPHR)

Médecins du Monde

Medical Aid for Palestinians (MAP)

Medico International

Palestinian Center for Human Rights (PCHR)

Physicians for Human Rights–Israel (PHR-I)

Trocaire

 

23 ANNI FA IL GENOCIDIO DI SREBRENICA

Per non dimenticare

Non dimenticare il genocidio di Srebrenica dopo 23 anni è importante per trasmettere la memoria di quanto accaduto, perchè simili atrocità non debbano più ripetersi.

Il massacro si consumò in più di dieci giorni di fucilazioni quasi ininterrotte, ad opera dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia senza che la forza di interposizione Onu intervenisse.

Causò la morte di oltre 8.000 musulmani bosgnacchi: il più grave genocidio del dopoguerra.

Oggi che le politiche migratorie di molti governi mettono in pericolo non solo la vita di migliaia di persone ma gli stessi valori di accoglienza e solidarietà fra i popoli sui quali venne ricostruita l’Europa uscita dalle macerie, materiali e morali, del secondo conflitto mondiale, ricordare Srebrenica è un dovere umano e politico.

Arci Nazionale,

Roma, 17 febbraio, manifestazione nazionale

Roma, 17 febbraio, manifestazione nazionale

Fermare le bombe turche su Afrin-Rojava – Libertà per Öcalan e le/i prigionieri politici – Pace e Giustizia per il Kurdistan

Il popolo curdo sta attraversando una situazione drammatica, perseguitato in Turchia dal regime di Erdogan, che distrugge i villaggi nel Kurdistan irakeno, che muove la guerra e bombarda il Cantone di Afrin complici Russia, Usa, UE, che resiste in Iran insieme a tutti i popoli.

Dopo il presunto golpe, Erdogan ha riempito le galere di oppositori tra cui migliaia di curdi, compresi sindaci e deputati HDP anche i due co-presidenti Demirtas e Yüksedag, mentre tutto il mondo trepida per la sorte del leader Öcalan. Ora l’escalation turco con l’aggressione militare al Cantone di Afrin per annettersi quel territorio, nell’intenzione esplicita di distruggere l’esperienza della rivoluzione in Rojava.

La criminale guerra dichiarata dal regime turco contro il popolo curdo portatore di istanze di pace e giustizia, pone oltremodo la preoccupazione sulle sorti del leader Öcalan di cui non si hanno più notizie da due anni.

Per perorare la sua vicenda, a Strasburgo davanti la sede del Consiglio di Europa, è in corso da mesi un presidio del movimento curdo, a cui si aggiungerà dall’8 febbraio la Marcia internazionale per la liberazione di Ocalan, delle/dei prigioniere/i politici, per la pace e giustizia in Kurdistan, che si concluderà con una grande manifestazione a Strasburgo il 17 febbraio, nel 19° anniversario dell’intrigo internazionale che consegnò il leader Öcalan nelle mani della Turchia.

In contemporanea della Marcia a Strasburgo intendiamo manifestare insieme alla comunità curda a Roma.

Sarà l’occasione per mostrare ancora una volta al mondo quanto l’Italia sia vicina al popolo curdo e non dimentichi le responsabilità del governo italiano quando Öcalan giunse in Italia per chiedere asilo politico, soprattutto per rinnovare l’attenzione e l’impegno nella ricerca di una soluzione pacifica per quel popolo perseguitato.

Temiamo per la vita del leader Öcalan, vista la situazione di assoluto isolamento divenuta ormai pratica costante per tutte/i le/i detenute/i politici.

La sua presenza è fortemente necessaria, rappresenta la speranza di un cambiamento radicale rispetto alle logiche degli Stati, che impediscono ai popoli di viveri liberi, in armonia e cooperazione sociale.

Il leader Öcalan deve vivere e tornare libero, per contribuire a riaprire il dialogo di pace e realizzare una condizione giusta e duratura per il popolo curdo e per tutti i popoli della regione mediorientale.

 

Il messaggio della presidente nazionale Francesca Chiavacci con l’adesione dell’Arci

Care compagne e cari compagni dell’Uiki,

vi ringrazio innanzitutto per il preziosissimo lavoro che fate, consentendo a tutti noi di restare informati e vigilare democraticamente sulla situazione di una parte del mondo mediaticamente trascurata ma a noi molto vicina, non solo geograficamente.

Lo Stato della Turchia non ha mai risparmiato al popolo curdo soprusi e vessazioni di ogni genere ma, da quando Recep Tayyp Erdogan è salito al potere, l’evoluzione in senso antidemocratico e antiliberale del governo turco ha ulteriormente indurito le condizioni per il vostro popolo e per tutte le cittadine e i cittadini della Turchia laica e democratica.

L’Arci segue con apprensione il restringimento delle libertà civili, le violazioni dei diritti umani, gli abusi nel campo della libertà d’informazione e di agibilità politica. Di fronte a tutto ciò proviamo a fare il possibile nelle condizioni date, sapendo che i tanti appelli che abbiamo firmato in questi anni purtroppo sono solo una goccia nel mare e spesso non sortiscono l’effetto desiderato. Le iniziative di cui ci rendete partecipi ci paiono entrambe necessarie, tanto quella di dimensione europea che quella nazionale. Quest’ultima in particolare intendiamo seguirla con passione e attenzione, proprio nello spirito di poter dare un contributo alla vostra battaglia, che è la battaglia di tutti per la libertà.

Nell’aderire quindi alla manifestazione del prossimo 17 febbraio ci rendiamo anche disponibili a seguirne il percorso organizzativo e politico, nelle forme che vorrete proporci. Sarebbe stata anche nostra intenzione partecipare alla vostra assemblea del prossimo fine settimana ma, contemporaneamente, terremo il nostro Consiglio Nazionale che ci impedirà quindi di essere con voi.

Certi che proseguiremo insieme nella preparazione dell’iniziativa del 17 febbraio auguro a tutte e tutti voi buon lavoro.

 

ArciReport, 1 febbraio 2018

Grave e sconsiderata la scelta di Trump di spostare la sede dell’Ambasciata Usa a Gerusalemme

E’ grave e sconsiderata la decisione del Presidente Donald Trump di trasferire la sede diplomatica degli Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.

Un processo di pace che dura 50 anni – in cui tutte le dichiarazioni debbono essere misurate alla virgola – che già non godeva di buona salute, è ora gravemente compromesso da una dichiarazione che, ancora una volta, denota la straordinaria faciloneria e irresponsabilità con la quale l’attuale Amministrazione Americana si muove in politica estera.

Lo status internazionale di cui gode Gerusalemme, voluto dalle Nazioni Unite, tiene conto della sua peculiarità di città multireligiosa – essendo riconosciuta come Città Santa dai cristiani, dai musulmani, dagli ebrei – non può permettere a nessuno Stato di rivendicarla da solo come propria capitale, tantomeno da uno stato confessionale.

Il peggior incubo di tutti gli stati arabi si è realizzato, è una decisione che ridà fiato ai falchi e al fronte più conservatore della destra israeliana, può riaccendere una miccia di cui è difficile immaginare le conseguenze: lo stato di preallerta in tutte le ambasciate e i “tre giorni di collera” dichiarati dall’Anp sono solo l’inizio di una molto probabile escalation.

Chiediamo all’Unione Europea di adoperarsi con l’Amministrazione Usa – con tutti i mezzi negoziali a sua disposizione – perchè la boutade americana rimanga tale, perchè non dimentichi la risoluzione votata dal proprio Parlamento nel dicembre 2014 che ha riconosciuto lo Stato di Palestina e Gerusalemme come capitale sia dello stesso, sia dello Stato di Israele.

Chiediamo al nostro Paese di svolgere – in continuità con la propria storia diplomatica in Medio Oriente e in particolare nella questione Israelo Palestinese – il ruolo di facilitatore nella ripresa del dialogo tra i due Paesi e l’annullamento della prima tappa del 101° Giro d’Italia di ciclismo, inopinatamente collocata proprio nella città di Gerusalemme: lo sport può contribuire molto nella negoziazione di pace ma può fare anche molti danni in senso opposto. Auspichiamo quindi un immediato ripensamento da parte degli organizzazione del Giro d’Italia e del Coni.

Roma, 15/12/2017 Arci Nazionale

CONDANNA ALLA SANATORIA DEGLI INSEDIAMENTI ISRAELIANI SUI TERRITORI PALESTINESI

Grave violazione dei diritti. “Un furto legalizzato”. L’Arci dalla parte del popolo palestinese contro ogni forma di violazione e oppressione.

Era fine Dicembre del 2016: a 37 anni dalla risoluzione 446, l’astensione degli Usa ha permesso al Consiglio di sicurezza dell’ONU di chiedere a Israele di “cessare immediatamente e completamente ogni attività concernente gli insediamenti nei territori palestinesi, compresa Gerusalemme est” e di “smantellare gli insediamenti costruiti dopo il marzo 2001”.
Negli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania,di fatto una vera e propria occupazione, vivono più di 430.000 coloni israeliani e altri 200.000 si trovano a Gerusalemme est.
Quella risoluzione doveva servire non solo a fermare le nuove costruzioni, ma anche e soprattutto a chiedere con forza che Israele smantellasse gli insediamenti già terminati, trasferendo immediatamente tutti i coloni fuori dai Territori palestinesi occupati.
Israele iniziò a espandere la propria presenza nei territori occupati dopo il 1967 e da allora molti suoi insediamenti sono cresciuti.

Demolizioni, sgomberi forzati, detenzioni arbitrarie e arresti fuori da ogni controllo, uccisioni di manifestanti palestinesi sono da anni le armi con cui Israele agisce, al fine di portare avanti l’insano piano di annientare completamente un popolo, un’identità: quella palestinese.
Insomma, una palese e continua violazione del diritto internazionale quella di Israele, che ha di fatto impedito ogni minimo passo verso l’auspicio dei “due popoli – due stati”, oggi di fatto sempre più lontano dal realizzarsi.
Oggi, a febbraio 2017 ci troviamo invece a leggere che il Parlamento israeliano, con 60 voti favorevoli e 52 contrari, ha approvato la legge che ‘regolarizza’ gli insediamenti israeliani costruiti su terreni privati palestinesi in Cisgiordania.  La legge, che agisce anche in forma retroattiva, introduce una sorta di compensazione per i proprietari palestinesi dei terreni su cui sono stati costruiti insediamenti o case: sarà possibile ricevere appunto una compensazione economica annuale pari al 125% del valore dei terreni per un periodo di 20 anni o, in alternativa, altri terreni dove è possibile.
Di fatto quindi, possiamo dirlo, la volontà di “corrodere” un popolo, annientarlo, non riconoscergli neppure quello che il diritto internazionale riconosce come suo, pagando con il denaro la perdita di un’identità.
Ancora una volta Israele rilancia la propria contorta logica di oppressione e di occupazione illecita, facendosi beffa diremo addirittura del consiglio di sicurezza.
“Ai nostri amici dell’opposizione che si sono mostrati sorpresi che un governo nazionalista abbia passato una legge a beneficio degli insediamenti vogliamo dire che questa è la democrazia”, ha rimarcato Il Leader di Focolare ebraico (partito vicino al movimento dei coloni) Naftali Bennet.

A nostro avviso preoccupanti anche le affermazioni dell’ambasciatore Israeliano in Italia Ofer Sachs: “Noi abbiamo un governo di destra in Israele, la loro opinione è chiara”, come se questo potesse giustificare un tale violazione del diritto.
Nabil Abu Rudeina, portavoce di Abu Mazen, ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire prima che le cose raggiungano un livello ‘difficile da controllare’ e noi non possiamo che accodarci a questo appello, nella difesa dei diritti del popolo palestinese e contro ogni forma di violazione e oppressione.

Arci Empolese Valdelsa e Arci Servizio Civile Empoli in prima linea per la pace

Un pullman organizzato dalle due associazioni è partito domenica, 9 ottobre, per la Marcia Perugia-Assisi.

Anche quest’anno l’Arci Empolese Valdelsa e Arci Servizio Civile Empoli hanno ribadito il loro impegno contro ogni tipo di violenza organizzando un pullman alla volta della pace Perugia-Assisi, che ieri, 9 ottobre, ha visto le strade delle due città, riempirsi di colori, musica e persone di ogni età e provenienza. Sul pullman erano presenti anche alcuni ragazzi che stanno svolgendo il servizio civile presso l’Arci per i quali è stata anche occasione di formazione ed educazione, oltre che di esperienza personale. È stato un pullman festoso e vivo grazie alla presenza di un folto gruppo particolarmente vivace che ha animato il viaggio con canti, cori e giochi.

La marcia ha visto sfilare 100.000 persone: tanti giovani, famiglie, anziani, bambini e tantissime associazioni hanno voluto gridare al nostro paese e al mondo interno, in maniera pacifica e soprattutto allegra, il proprio rifiuto a ogni tipo di violenza, di sopruso, di persecuzione e di intolleranza. Quest’anno la marcia ha avuto un valore ancor più significativo, visto il contesto drammaticamente carico di conflitti armati, tensioni, negazioni di diritti, che stiamo vivendo e che provocano ogni giorno migliaia di morti. Morti che purtroppo restano meri numeri senza volto né storia, una folla anonima su cui i media e gran parte dell’opinione pubblica non ritengono evidentemente molto importante soffermarsi, quando non si tratta di vittime occidentali o statunitensi. Così come numeri rimangono i sempre più innumerevoli uomini, donne, bambini che hanno perso la propria vita nel Mediterraneo.

L’Arci Empolese Valdelsa e Arci Servizio Civile Empoli, insieme alle altre associazioni presenti alla bellissima e riuscita Marcia, con la loro presenza e il loro impegno dicono no a un mondo che non tutela la dignità umana e che risponde, direttamente o indirettamente (tramite finanziamenti o alleanze strategiche) ad emergenze o situazioni di tensione e caos con le armi anziché provando a seguire la strada della diplomazia, del dialogo e del confronto pacifico.

Alla Marcia erano presenti anche Francesca Chiavacci, presidente dell’Arci Nazionale e Licio Palazzini, presidente di Arci Servizio Civile.

La presenza così numerosa di persone provenienti da ogni parte del mondo, unite dalla convinzione che il principio della pace e della non-violenza non debba mai smettere di essere rivendicato in ogni momento e con sempre maggior forza, ha lanciato un messaggio, incisivo e chiaro, che la speranza, e ancor di più, la necessità di un altro mondo, sono ancora possibili.

Ufficio Stampa Arci Empolese Valdelsa

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SOLO UNA POLITICA DI PACE PUÒ SCONFIGGERE LA BARBARIE DEL TERRORISMO

Gli attentati all’aeroporto e alle stazioni del metrò di Bruxelles ci riempiono di orrore e di dolore per le vittime.

Il computo dei morti, già oltre trenta, e dei feriti, almeno cento,  si allunga di ora in ora. Siamo di fronte ad un terribile salto di intensità nella strategia terroristica. Probabilmente da ascrivere anche alla cattura, proprio nel quartiere di Maelbeek, uno di quelli compiti dalle bombe di stamane, di uno dei terroristi jihadisti ricercato dopo la strage di Parigi e alla sua decisione di collaborare con le forze di polizia. Ma al di là delle analisi e delle supposizioni è evidente l’intento politico dell’atto terroristico: colpire il cuore politico e istituzionale dell’Europa, non semplicemente una capitale europea, ma quella dove hanno sede le istituzioni dell’ Unione europea.

 

Respingere quest’attacco richiede una grande fermezza da parte delle istituzioni, dei governi, dei popoli e dei movimenti per la pace europei.

Una risposta basata sull’accelerazione dei preparativi della guerra in Libia non farebbe che dare respiro ad una strategia terrorista e la aiuterebbe a stringere le proprie fila. D’altro canto la barbara chiusura verso i processi migratori, con muri, filo spinato o “accordi” di rimpatrio forzato, ovvero di deportazione, come quello con la Turchia, ottengono solo il risultato di accrescere la disperazione, contribuendo a creare un clima favorevole al terrorismo omicida.

 

L’Europa è di fronte a una prova decisiva. Se vuole salvare sé stessa,  l’incolumità di chi la abita, sia nativo quanto migrante, deve muoversi sullo scenario mondiale con i mezzi della politica; agendo per spegnere gli incendi e i focolai di guerra; evitando di dare credito a regimi che praticano al loro interno le più pesanti misure repressive, fino alla tortura e agli omicidi di stato;  sgombrando il campo da relazioni ambigue con governi ed elite che sostengono gruppi terroristici e lo stesso Daesh; abbandonando l’idea che dai conflitti armati, dai bombardamenti indiscriminati che spesso colpiscono civili inermi e dalle possibili scomposizioni geopolitiche nel medio oriente possano derivare benefici e vantaggi economici.

 

E’ facile predicare politiche di pace quando il pericolo è più lontano. Assai più difficile è farlo di fronte a guerre che si allargano e a un terrorismo che agisce su uno scenario mondiale.

Ma dare forza a politiche di pace, cooperazione e integrazione proprio ora è tanto più necessario, per salvare la nostra libertà, la nostra democrazia.

Roma, 22 marzo 2016

SULL’INTERVENTO IN LIBIA IL GOVERNO FRENA, MA FINO A QUANDO?

di Franco Uda, coordinatore nazionale Arci Pace, solidarietà e cooperazione internazionale

«I am not that I play», sembra ben adattarsi anche all’attualità politica questa celebre battuta che William Shakespeare metteva in bocca a Viola nella commedia La dodicesima notte, evidenziando la divaricazione tra la realtà in sé e la parte che ciascuno interpreta nella propria vita. Siamo infatti nel bel mezzo di una partita a scacchi tra il Governo e l’opinione pubblica del nostro Paese, fatta di abili mosse di tattica mediatica, di stop-and-go repentini, in cui i diversi protagonisti del Governo alternano dichiarazioni e ruoli che sembrano, di volta in volta, voler parlare a porzioni differenti della società. L’oggetto è la Missione libica, che comporta il ruolo dell’Italia nello scacchiere mediterraneo e la spartizione delle ingenti risorse petrolifere di quella parte del nord Africa.

Il Premier, prudente come non mai, insiste nel suo gettare acqua su un fuoco acceso dalla Ministra della difesa in versione sturm und drang, quando accennò alla possibilità di inviare truppe di terra italiane in Libia.

Anche il Ministro degli esteri interpreta un ruolo rassicurante, sia verso il Parlamento che nei confronti dell’opinione pubblica, nel discorso pronunciato recentemente alla Camera.

Apprezzabile, anche se di fatto non smentisce l’improvvida uscita della sua collega alla Difesa, così come non chiarisce il mandato agli 007 contenuto in un decreto secretato e ‘dimentica’ di citare contestualmente, insieme al 52, l’art. 11 della Carta Costituzionale.

Vorremmo essere maggiormente tranquilli e rassicurati dopo l’intervento del Ministro alla Camera, vorremmo poter pensare che i venti di guerra hanno ceduto il passo a una calma di pace, vorremmo poter pensare che il ruolo che il nostro Paese vuole giocare nel Mediterraneo sia più vicino a quello di un pontiere diplomatico piuttosto che di capofila di nuove e incerte avventure coloniali.

Quello che sembra chiaro è che, nella situazione data, non vi sarà alcun intervento internazionale; quello che preoccupa è come potrà cambiare questa posizione in presenza di uno scenario differente. Come reagirebbe, infatti, la comunità internazionale (e l’Italia) a una richiesta d’intervento del Governo unitario libico? Siamo davvero convinti che i governi di Tobruk – eterodiretto dagli egiziani – e di Tripoli siano realmente rappresentativi di quella miriade di comunità, tribù e aggregati urbani della Libia? L’ipotesi di tripartire il territorio del Paese è in qualche modo connesso a una spartizione tra multinazionali di bandiera (Total, Bp, Eni) delle sue risorse petrolifere?

Nel mentre la società civile ha messo insieme oltre 50 organizzazioni che, in una sorta di mobilitazione preventiva, chiedono al Governo non solo di non prendere in considerazione – in nessun caso – l’avventura bellica, ma anche di fare quanto è possibile, insieme a l’Europa tutta, per dar modo ai tanti che fuggono dai conflitti di avere l’accoglienza prevista dal Diritto internazionale, non i muri e i fili spinati, non il mercimonio dei diritti umani.