Pace

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Presentato l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo

In libreria dal 19 ottobre la nona edizione dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, promossa dall’associazione 46mo Parallelo, che si pone l’obiettivo di essere uno strumento di informazione per una cittadinanza attiva che orienti il pensiero e l’azione nella direzione della pace.
Nell’edizione di quest’anno un focus speciale sull’organizzazione degli interventi umanitari in aree di guerra e sulla crisi della Repubblica centrafricana, grazie al sostegno di Intersos.
«La collaborazione con Intersos», spiega Raffaele Crocco, direttore dell’Atlante «non fa che rendere sistematico e strutturato un flusso informativo di cui, da un lato, l’organizzazione aveva già un ingente patrimonio e un enorme potenziale da offrire: i suoi operatori sono là, sul terreno, nelle situazioni di tensione, di crisi umanitaria, di guerra aperta. Sono testimoni diretti e ‘voce’ potenziale di ciò che sta accadendo. Non solo: ma il loro punto di vista ideale sugli accadimenti è proprio quello dell’Atlante, ossia lo sguardo sui conflitti e sulle emergenze del pianeta con un’attenzione prioritaria verso chi questi conflitti e queste emergenze subisce, alle vittime, agli sfollati, ai civili che vedono la loro vita stravolta da eventi che non hanno voluto né deciso; inoltre, è comune la volontà di raccontarli con l’ottica di chi si batte perché questi conflitti e queste emergenze non vi siano più. L’Atlante scrive delle guerre perché un giorno l’Atlante non sia più necessario. Anche raccontare l’insensatezza e le atrocità dei conflitti può e deve aiutare a costruire una cultura di pace».

Arci Nazionale

https://www.arci.it/presentato-latlante-delle-guerre-e-dei-conflitti-del-mondo/

Siria, nessun accordo sull’embargo alla Turchia

I Ventotto paesi dell’UE hanno spiegato lunedì 14 ottobre che le operazioni militari turche in Siria stanno avendo «drammatiche conseguenze», in particolari umanitarie. E fin qui è un’evidenza.

Pur condannando l’azione turca, i ministri degli Esteri, riuniti in Lussemburgo per la consueta riunione mensile, non sono riusciti a mettersi d’accordo su un embargo europeo contro le vendite di armi alla Turchia, come invece proposto dalla Francia, dalla Germania (più cauta) e in ultimo anche dall’Italia. La paura di molti paesi – in particolare quelli del blocco di Visegrad – è di scatenere la reazione della Turchia che ha già minacciato di lasciare scappare verso l’Europa le migliaia di rifugiati che attualmente hanno trovato riparo sul proprio territorio.
Alla fine i paesi membri si impegnano ad avere posizioni nazionali forti a proposito delle loro politiche di esportazione di armi verso la Turchia, si legge in un comunicato ufficiale. Si riafferma quindi un’Unione che è somma di singole volontà e non voce unica.

Prima della riunione il ministro degli Esteri spagnolo e futuro Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza, Josep Borrell, aveva avvertito che «è difficile giungere ad accordi unanimi», ricordando che con la Turchia ciascun paese membro ha firmato accordi puramente nazionali. Posizione realista ma imbarazzante, che afferma – di fatto – che gli accordi commerciali dettano la politica estera dei Paesi anche in condizioni di estrema gravità.
Nel fine settimana, sia la Francia che la Germania avevano annunciato di voler congelare le loro esportazioni di armi verso la Turchia. Nei fatti però la loro scelta non è stata seguita da molti partner europei.
Dal canto suo, il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio ha annunciato che Roma varerà un decreto ministeriale per bloccare l’export di armi. Si tratta di uno stop «ai prossimi contratti e ai prossimi impegni», ha precisato l’uomo politico a margine della riunione ministeriale. È da ricordare che le commesse in campo militare hanno spesso tempi lunghi, e che quindi l’impatto della scelta dei paesi che hanno deciso l’embargo non si farà sentire rapidamente. Per essere chiari di tratta di un export che vale 362 milioni. La più recente relazione sull’interscambio italiano di armi con il resto del mondo, pubblicata dalla Presidenza del Consiglio e inviata al Parlamento italiano in aprile, rivela che per l’industria italiana la Turchia è attualmente il terzo mercato di destinazione, dietro al Qatar e al Pakistan e davanti agli Emirati Arabi Uniti. Nel 2018, il paese ha venduto ad Ankara fino a 362 milioni di euro di armi, rispetto ai 266 milioni del 2017 e ai 133 milioni del 2016.

Arci Nazionale

https://www.arci.it/siria-nessun-accordo-sullembargo-alla-turchia/

EDUCARE ALLA MONDIALIZZAZIONE: COSTRUIRE LA PACE

Arci Empolese Valdelsa presenta per la giornata del 10 maggio 2019 un evento di restituzione finale di “Educare alla Mondializzazione: Costruire la Pace”. Il progetto, realizzato con il contributo del Comune di Empoli e legato alla pubblicazione dell’ “Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo” diretto da Raffaele Crocco, esiste da due anni e nell’ ultima edizione ha avuto un grande successo: le classi di alcuni Istituti Superiori della città che hanno aderito sono state 20 a fronte delle 10 coinvolte precedentemente. L’ evento avrà luogo al Palazzo delle Esposizioni di Empoli la mattina a partire dalle ore 9,00. Durante l’ incontro verrà presentata la pubblicazione “(P)assaggi di parole” e successivamente si potrà assistere alla proiezione del video che racconta e spiega il progetto dal punto di vista dei ragazzi e degli insegnanti che vi hanno partecipato. “Educare alla Mondializzazione” si è rivelato fondamentale per arricchire le conoscenze dei giovani sui conflitti che avvengono nel mondo e guidarli attraverso un percorso di pace e solidarietà che rifiuti ogni tipo di guerra e ostilità tra paesi. L’ iniziativa prevede gli interventi del Sindaco del Comune di Empoli, di Raffaele Crocco, di Valentina Papale che ha curato la pubblicazione di (P)assaggi di parole e Alice Pistolesi, giornalista dell’ “Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo”. L’ evento è aperto a tutti i cittadini ma soprattutto a coloro che non vogliono rimanere indifferenti di fronte ai dolori e alle sofferenze che le guerre hanno sempre inflitto al genere umano.

“Per un’Italia senza muri”, un coordinamento per unire il fronte comune contro razzismo e neofascismo

Sarà un importante momento di impegno comune la partecipazione alla Marcia PerugiAssisi della pace e della fraternità che si svolgerà domenica 7 ottobre 2018

Le numerose crisi che affliggono le nostre società hanno intaccato le fondamenta della democrazia, riportando alla luce un atteggiamento violento e aggressivo nei confronti di uomini e donne che vivono in condizioni di miseria e in pericolo di vita, accusandoli di essere la causa dei nostri problemi.

La serie di episodi di violenza nei confronti di immigrati, con una evidente connotazione razzista e spesso neofascista, impone una seria e immediata azione di contrasto che parta da una doverosa riflessione: il tessuto sociale impoverito divenuto, giorno dopo giorno, campo fertile per fomentatori di odio e di esclusione sociale.

Si stanno frantumando  i legami di solidarietà e, progressivamente, spostando l’attenzione dalle vere cause e dalle responsabilità dei governi nazionali e delle istituzioni internazionali.

La crisi è di sistema, è universale e la risposta non è più contenibile dentro i propri confini o ristretta a soluzioni parziali. Le interdipendenze tra crisi ambientale, modello di sviluppo, migrazioni forzate, guerre, illegalità, corruzione, corsa al riarmo, razzismo, rigurgiti fascisti e crisi delle democrazie, sono oramai ampiamente documentate.

È necessaria un’azione che coinvolga l’intera Europa, oggi incapace di rispondere al fenomeno delle migrazioni in modo corale, senza permettere agli egoismi dei singoli di prevalere. La solidarietà è premessa indispensabile per la lotta alle disuguaglianze e per la difesa dei diritti.

La società civile, il mondo della cultura, dell’associazionismo, dell’informazione, l’insieme delle istituzioni democratiche sono chiamate a impegnarsi nel contrasto a questa deriva costruendo una nuova strategia di mobilitazione, partendo da una piattaforma unitaria capace di fare sintesi tra le tante sensibilità e diversità che esprime la nostra società e di riaffermare il principio sancito 70 anni fa nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Nel percorso che ci vede coinvolti unitariamente, dopo le  mobilitazioni che ci hanno visti impegnati a Catania e Milano, gli episodi di mobilitazione locale che si stanno moltiplicando in queste settimane e le prossime iniziative, compresa una manifestazione unitaria nazionale quando le condizioni lo permetteranno, riteniamo un importante momento di impegno comune la partecipazione alla Marcia PerugiAssisi della pace e della fraternità che si svolgerà domenica 7 ottobre 2018.

In quanto promotori di questa iniziativa siamo impegnati:

  • in un coordinamento tra i soggetti che condividono le preoccupazioni e le finalità fin qui presentate;
  • a promuovere la più ampia partecipazione alla Marcia PerugiAssisi del 7 ottobre;
  • a organizzare il 15 settembre un’assemblea di coordinamento nell’ambito del Meeting Internazionale Antirazzista di Cecina;
  • a creare un osservatorio online contro il razzismo;
  • a condividere e diffondere un Manifesto antirazzista che rappresenti le preoccupazioni e le proposte dell’insieme dei soggetti che aderiranno a questo percorso e che servirà da punto di partenza per le prossime campagne e mobilitazioni.

Anpi, Arci, Articolo 21, Aoi, Beati i Costruttori di pace, Cgil,  Cipsi, Legambiente, Libera, Rete della Pace, Tavola della Pace

GRAZIE DI ESSERE VISSUTO, MADIBA!

Cento anni fa nasceva Nelson Mandela

Esattamente cento anni fa nasceva Nelson Mandela. La sua vita, il suo pensiero, le sue azioni hanno influenzato la storia non solo del suo paese, il Sud Africa, ma di tutto il movimento mondiale contro ogni forma di razzismo. Una figura tra le più importanti del secondo Novecento. Nelson Mandela, Madiba per il suo popolo, fin da giovane si legò ai movimenti di sinistra per condurre una lotta contro il razzismo e la bestiale sottomissione nella quale vivevano i neri oppressi dalla minoranza bianca. Gli costò quasi 27 anni di carcere, dal quale esercitò una guida politica e morale per la sua causa che alla fine risultò vincente. Nel 1993 assieme a de Klerk, il presidente bianco del Sud Africa, ottenne il premio Nobel per la Pace e si adoperò da subito per favorire la riconciliazione nel paese, che non avrebbe potuto svilupparsi senza mettere fine alla lunga scia di violenze, assassinii, odio e volontà di vendetta. Fu in Sud Africa che Ghandi elaborò il metodo di lotta non violento all’inizio del secolo e  Madiba ne fu un degno continuatore. Lo vogliamo ricordare citando una delle sue frasi più celebri “Il perdono libera l’anima, rimuove la paura. E’ per questo che il perdono è un’arma potente”. Grazie di essere vissuto, Madiba!

Roma, Arci Nazionale 18/07/18

Società civile palestinese, israeliana ed europea chiedono la fine dell’assedio a Gaza

Organizzazioni palestinesi, israeliane , internazionali ed europee scrivono, per la prima volta insieme, una lettera aperta per chiedere la fine dell’assedio a Gaza

Lettera aperta a Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e a Johannes Hahn, Commissario europeo per la politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento, ai Ministri degli Esteri dell’Unione Europea

Oggetto: Chiusura illegale di Israele e blocco della Striscia di Gaza ai sensi del diritto internazionale

Stiamo scrivendo riguardo alla situazione allarmante nella Striscia di Gaza, per invitarvi a sollecitare le autorità israeliane a revocare la chiusura e il blocco da oltre un decennio imposto ai 2 milioni di residenti nella Striscia di Gaza.

Le proteste di massa, che hanno avuto luogo nella Striscia di Gaza dal 30 marzo, hanno causato la morte di almeno 135 palestinesi, oltre 14.000 feriti e un sistema sanitario già precario vicino al punto di rottura. Queste proteste hanno portato rinnovata attenzione internazionale sulla situazione insostenibile che prevale nella Striscia di Gaza causando un senso di frustrazione e disperazione diffuse dopo 11 anni di chiusura illegale, tre offensive militari israeliane e oltre mezzo secolo di occupazione militare. Mentre Israele continua a inasprire le restrizioni di Gaza, i recenti eventi hanno messo in chiaro che la situazione sul terreno non migliorerà a meno che la comunità internazionale non affronti urgentemente la causa principale: la chiusura illegale di Israele in violazione del diritto internazionale.

I due milioni di persone che vivono a Gaza non hanno accesso ad acqua potabile, hanno elettricità limitata e sono sottoposti a restrizioni estensive alla libertà di movimentoIsraele nega spesso o ritarda i permessi a coloro che cercano assistenza medica vitale fuori da Gaza, mentre gli ospedali mancano di risorse adeguate e devono affrontare una cronica penuria di forniture mediche. Inoltre, il governo palestinese sta imponendo misure punitive contro i residenti a Gaza, compresi i tagli alle forniture di elettricità per più di 6 mesi, e gli stipendi dei dipendenti pubblici. Temiamo che questa situazione peggiorerà rapidamente in vista dell’attesa riduzione o sospensione dei servizi di emergenza essenziali dell’UNRWA, dato che i due terzi della popolazione complessiva di Gaza sono rifugiati.

L’Unione Europea ha compiuto importanti sforzi per migliorare le condizioni socioeconomiche di Gaza, attraverso il finanziamento sostanziale di progetti umanitari e di sviluppo volti a ricostruire le infrastrutture distrutte di Gaza. L’UE ha anche cercato di facilitare il processo di unità palestinese per anni. Nonostante queste misure, la situazione della popolazione palestinese a Gaza è oggi molto più vicina al baratro di un disastro umanitario di quanto non sia mai stata.

L’assistenza finanziaria da sola non invertirà questa tendenza accelerata e non rispetterà i diritti fondamentali dei palestinesi a Gaza. Dato che l’interesse per un maggiore aiuto umanitario cresce a livello internazionale, temiamo che non possa esserci uno sviluppo efficace e aiuti umanitari finché Israele continuerà la sua chiusura illegale. Il meccanismo di ricostruzione di Gaza è in gran parte fallito poiché il suo funzionamento era radicato nelle politiche illegali di chiusura e blocco imposte dalle autorità israeliane. Ci si può aspettare che soluzioni simili generino lo stesso risultato. Il blocco di oltre un decennio e l’isolamento della Striscia di Gaza devono essere risolti affinché la situazione umanitaria sia adeguatamente affrontata.

Come rappresentanti di organizzazioni internazionali, europee, israeliane e palestinesi per i diritti umani e lo sviluppo, esortiamo i leader europei a riconoscere chiaramente la responsabilità primaria di Israele per la chiusura illegale e il blocco della Striscia di Gaza, che è la causa principale della mancanza di sviluppo e a una forma di punizione collettiva vietata dal diritto internazionale. È tempo che l’Unione europea prenda misure sostenibili per assicurare “una fine immediata e incondizionata al blocco e alla chiusura della Striscia di Gaza e “una piena apertura dei punti di attraversamento”, in linea con le sue politiche di vecchia data, con gli obiettivi umanitari e con gli obblighi relativi ai diritti umani.

Restiamo in attesa di un vostro cortese riscontro su questa lettera.

I firmatari della lettera:

Adalah – the Legal Center for Arab Minority Rights in Israel

Al Haq

Al Marsad, Arab Human Rights Centre in Golan Heights

Al Mezan Centre for Human Rights

Amnesty International

Associazione Ricreativa e Culturale Italiana (ARCI)

Broederlijk Delen

Cairo Institute for Human Rights Studies (CIHRS)

CIDSE

CNCD-11.11.11

EuroMed Rights

Gisha – Legal Center for Freedom of Movement

International Federation for Human Rights (FIDH)

Jerusalem Legal Aid and Human Rights Center (JLAC)

La Plateforme des ONG françaises pour la Palestine

Lawyers for Palestinian Human Rights (LPHR)

Médecins du Monde

Medical Aid for Palestinians (MAP)

Medico International

Palestinian Center for Human Rights (PCHR)

Physicians for Human Rights–Israel (PHR-I)

Trocaire

 

23 ANNI FA IL GENOCIDIO DI SREBRENICA

Per non dimenticare

Non dimenticare il genocidio di Srebrenica dopo 23 anni è importante per trasmettere la memoria di quanto accaduto, perchè simili atrocità non debbano più ripetersi.

Il massacro si consumò in più di dieci giorni di fucilazioni quasi ininterrotte, ad opera dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia senza che la forza di interposizione Onu intervenisse.

Causò la morte di oltre 8.000 musulmani bosgnacchi: il più grave genocidio del dopoguerra.

Oggi che le politiche migratorie di molti governi mettono in pericolo non solo la vita di migliaia di persone ma gli stessi valori di accoglienza e solidarietà fra i popoli sui quali venne ricostruita l’Europa uscita dalle macerie, materiali e morali, del secondo conflitto mondiale, ricordare Srebrenica è un dovere umano e politico.

Arci Nazionale,

Roma, 17 febbraio, manifestazione nazionale

Roma, 17 febbraio, manifestazione nazionale

Fermare le bombe turche su Afrin-Rojava – Libertà per Öcalan e le/i prigionieri politici – Pace e Giustizia per il Kurdistan

Il popolo curdo sta attraversando una situazione drammatica, perseguitato in Turchia dal regime di Erdogan, che distrugge i villaggi nel Kurdistan irakeno, che muove la guerra e bombarda il Cantone di Afrin complici Russia, Usa, UE, che resiste in Iran insieme a tutti i popoli.

Dopo il presunto golpe, Erdogan ha riempito le galere di oppositori tra cui migliaia di curdi, compresi sindaci e deputati HDP anche i due co-presidenti Demirtas e Yüksedag, mentre tutto il mondo trepida per la sorte del leader Öcalan. Ora l’escalation turco con l’aggressione militare al Cantone di Afrin per annettersi quel territorio, nell’intenzione esplicita di distruggere l’esperienza della rivoluzione in Rojava.

La criminale guerra dichiarata dal regime turco contro il popolo curdo portatore di istanze di pace e giustizia, pone oltremodo la preoccupazione sulle sorti del leader Öcalan di cui non si hanno più notizie da due anni.

Per perorare la sua vicenda, a Strasburgo davanti la sede del Consiglio di Europa, è in corso da mesi un presidio del movimento curdo, a cui si aggiungerà dall’8 febbraio la Marcia internazionale per la liberazione di Ocalan, delle/dei prigioniere/i politici, per la pace e giustizia in Kurdistan, che si concluderà con una grande manifestazione a Strasburgo il 17 febbraio, nel 19° anniversario dell’intrigo internazionale che consegnò il leader Öcalan nelle mani della Turchia.

In contemporanea della Marcia a Strasburgo intendiamo manifestare insieme alla comunità curda a Roma.

Sarà l’occasione per mostrare ancora una volta al mondo quanto l’Italia sia vicina al popolo curdo e non dimentichi le responsabilità del governo italiano quando Öcalan giunse in Italia per chiedere asilo politico, soprattutto per rinnovare l’attenzione e l’impegno nella ricerca di una soluzione pacifica per quel popolo perseguitato.

Temiamo per la vita del leader Öcalan, vista la situazione di assoluto isolamento divenuta ormai pratica costante per tutte/i le/i detenute/i politici.

La sua presenza è fortemente necessaria, rappresenta la speranza di un cambiamento radicale rispetto alle logiche degli Stati, che impediscono ai popoli di viveri liberi, in armonia e cooperazione sociale.

Il leader Öcalan deve vivere e tornare libero, per contribuire a riaprire il dialogo di pace e realizzare una condizione giusta e duratura per il popolo curdo e per tutti i popoli della regione mediorientale.

 

Il messaggio della presidente nazionale Francesca Chiavacci con l’adesione dell’Arci

Care compagne e cari compagni dell’Uiki,

vi ringrazio innanzitutto per il preziosissimo lavoro che fate, consentendo a tutti noi di restare informati e vigilare democraticamente sulla situazione di una parte del mondo mediaticamente trascurata ma a noi molto vicina, non solo geograficamente.

Lo Stato della Turchia non ha mai risparmiato al popolo curdo soprusi e vessazioni di ogni genere ma, da quando Recep Tayyp Erdogan è salito al potere, l’evoluzione in senso antidemocratico e antiliberale del governo turco ha ulteriormente indurito le condizioni per il vostro popolo e per tutte le cittadine e i cittadini della Turchia laica e democratica.

L’Arci segue con apprensione il restringimento delle libertà civili, le violazioni dei diritti umani, gli abusi nel campo della libertà d’informazione e di agibilità politica. Di fronte a tutto ciò proviamo a fare il possibile nelle condizioni date, sapendo che i tanti appelli che abbiamo firmato in questi anni purtroppo sono solo una goccia nel mare e spesso non sortiscono l’effetto desiderato. Le iniziative di cui ci rendete partecipi ci paiono entrambe necessarie, tanto quella di dimensione europea che quella nazionale. Quest’ultima in particolare intendiamo seguirla con passione e attenzione, proprio nello spirito di poter dare un contributo alla vostra battaglia, che è la battaglia di tutti per la libertà.

Nell’aderire quindi alla manifestazione del prossimo 17 febbraio ci rendiamo anche disponibili a seguirne il percorso organizzativo e politico, nelle forme che vorrete proporci. Sarebbe stata anche nostra intenzione partecipare alla vostra assemblea del prossimo fine settimana ma, contemporaneamente, terremo il nostro Consiglio Nazionale che ci impedirà quindi di essere con voi.

Certi che proseguiremo insieme nella preparazione dell’iniziativa del 17 febbraio auguro a tutte e tutti voi buon lavoro.

 

ArciReport, 1 febbraio 2018

Grave e sconsiderata la scelta di Trump di spostare la sede dell’Ambasciata Usa a Gerusalemme

E’ grave e sconsiderata la decisione del Presidente Donald Trump di trasferire la sede diplomatica degli Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.

Un processo di pace che dura 50 anni – in cui tutte le dichiarazioni debbono essere misurate alla virgola – che già non godeva di buona salute, è ora gravemente compromesso da una dichiarazione che, ancora una volta, denota la straordinaria faciloneria e irresponsabilità con la quale l’attuale Amministrazione Americana si muove in politica estera.

Lo status internazionale di cui gode Gerusalemme, voluto dalle Nazioni Unite, tiene conto della sua peculiarità di città multireligiosa – essendo riconosciuta come Città Santa dai cristiani, dai musulmani, dagli ebrei – non può permettere a nessuno Stato di rivendicarla da solo come propria capitale, tantomeno da uno stato confessionale.

Il peggior incubo di tutti gli stati arabi si è realizzato, è una decisione che ridà fiato ai falchi e al fronte più conservatore della destra israeliana, può riaccendere una miccia di cui è difficile immaginare le conseguenze: lo stato di preallerta in tutte le ambasciate e i “tre giorni di collera” dichiarati dall’Anp sono solo l’inizio di una molto probabile escalation.

Chiediamo all’Unione Europea di adoperarsi con l’Amministrazione Usa – con tutti i mezzi negoziali a sua disposizione – perchè la boutade americana rimanga tale, perchè non dimentichi la risoluzione votata dal proprio Parlamento nel dicembre 2014 che ha riconosciuto lo Stato di Palestina e Gerusalemme come capitale sia dello stesso, sia dello Stato di Israele.

Chiediamo al nostro Paese di svolgere – in continuità con la propria storia diplomatica in Medio Oriente e in particolare nella questione Israelo Palestinese – il ruolo di facilitatore nella ripresa del dialogo tra i due Paesi e l’annullamento della prima tappa del 101° Giro d’Italia di ciclismo, inopinatamente collocata proprio nella città di Gerusalemme: lo sport può contribuire molto nella negoziazione di pace ma può fare anche molti danni in senso opposto. Auspichiamo quindi un immediato ripensamento da parte degli organizzazione del Giro d’Italia e del Coni.

Roma, 15/12/2017 Arci Nazionale

CONDANNA ALLA SANATORIA DEGLI INSEDIAMENTI ISRAELIANI SUI TERRITORI PALESTINESI

Grave violazione dei diritti. “Un furto legalizzato”. L’Arci dalla parte del popolo palestinese contro ogni forma di violazione e oppressione.

Era fine Dicembre del 2016: a 37 anni dalla risoluzione 446, l’astensione degli Usa ha permesso al Consiglio di sicurezza dell’ONU di chiedere a Israele di “cessare immediatamente e completamente ogni attività concernente gli insediamenti nei territori palestinesi, compresa Gerusalemme est” e di “smantellare gli insediamenti costruiti dopo il marzo 2001”.
Negli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania,di fatto una vera e propria occupazione, vivono più di 430.000 coloni israeliani e altri 200.000 si trovano a Gerusalemme est.
Quella risoluzione doveva servire non solo a fermare le nuove costruzioni, ma anche e soprattutto a chiedere con forza che Israele smantellasse gli insediamenti già terminati, trasferendo immediatamente tutti i coloni fuori dai Territori palestinesi occupati.
Israele iniziò a espandere la propria presenza nei territori occupati dopo il 1967 e da allora molti suoi insediamenti sono cresciuti.

Demolizioni, sgomberi forzati, detenzioni arbitrarie e arresti fuori da ogni controllo, uccisioni di manifestanti palestinesi sono da anni le armi con cui Israele agisce, al fine di portare avanti l’insano piano di annientare completamente un popolo, un’identità: quella palestinese.
Insomma, una palese e continua violazione del diritto internazionale quella di Israele, che ha di fatto impedito ogni minimo passo verso l’auspicio dei “due popoli – due stati”, oggi di fatto sempre più lontano dal realizzarsi.
Oggi, a febbraio 2017 ci troviamo invece a leggere che il Parlamento israeliano, con 60 voti favorevoli e 52 contrari, ha approvato la legge che ‘regolarizza’ gli insediamenti israeliani costruiti su terreni privati palestinesi in Cisgiordania.  La legge, che agisce anche in forma retroattiva, introduce una sorta di compensazione per i proprietari palestinesi dei terreni su cui sono stati costruiti insediamenti o case: sarà possibile ricevere appunto una compensazione economica annuale pari al 125% del valore dei terreni per un periodo di 20 anni o, in alternativa, altri terreni dove è possibile.
Di fatto quindi, possiamo dirlo, la volontà di “corrodere” un popolo, annientarlo, non riconoscergli neppure quello che il diritto internazionale riconosce come suo, pagando con il denaro la perdita di un’identità.
Ancora una volta Israele rilancia la propria contorta logica di oppressione e di occupazione illecita, facendosi beffa diremo addirittura del consiglio di sicurezza.
“Ai nostri amici dell’opposizione che si sono mostrati sorpresi che un governo nazionalista abbia passato una legge a beneficio degli insediamenti vogliamo dire che questa è la democrazia”, ha rimarcato Il Leader di Focolare ebraico (partito vicino al movimento dei coloni) Naftali Bennet.

A nostro avviso preoccupanti anche le affermazioni dell’ambasciatore Israeliano in Italia Ofer Sachs: “Noi abbiamo un governo di destra in Israele, la loro opinione è chiara”, come se questo potesse giustificare un tale violazione del diritto.
Nabil Abu Rudeina, portavoce di Abu Mazen, ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire prima che le cose raggiungano un livello ‘difficile da controllare’ e noi non possiamo che accodarci a questo appello, nella difesa dei diritti del popolo palestinese e contro ogni forma di violazione e oppressione.