Intervista alla delegazione palestinese di Shoruq

Intervista alla delegazione palestinese di Shoruq

 

Shoruq (“Alba” in italiano) è un’organizzazione di promozione sociale nata nel 2012 da un gruppo di rifugiati palestinesi del campo profughi di Dheisheh, vicino Betlemme. L’Arci, già dal 2012, ha instaurato con il campo una collaborazione costante e oggi continua a sostenere, finanziare e promuovere le attività che il centro giovanile di Shoruq realizza. Uno dei progetti che è nato grazie al rapporto tra Arci e Shoruq è “Palestina Express”, che ha portato in Italia, tra giugno e luglio, una delegazione del campo profughi di Dheisheh (che ovviamente fa parte di Shoruq), composta da sei ragazze – dai 14 ai 16 anni – e dal loro “tutor” Nadim. Arci Empolese Valdelsa ha avuto modo di incontrare i giovani palestinesi al Meeting Internazionale Antirazzista di Cecina, durante il quale le ragazze si sono esibite sul palco con il gruppo Hip-Hop degli Assalti Frontali. Quando in seguito i giovani sono venuti nelle zone dell’Empolese i volontari del Servizio Civile Nazionale e del Servizio Civile Regionale del Comitato Arci Empolese Valdelsa, li hanno accompagnati a visitare Vinci e il Museo Leonardesco. Infine, durante la festa Settembre Rosso gli stessi volontari hanno avuto modo di fare un’intervista a Nadim e alle ragazze.

  1. Come è nata Shoruq? Quali sono le attività principali che portate avanti ogni giorno?
    Shoruq è un’organizzazione nata nel 2012 dai rifugiati nel campo. In Shoruq abbiamo 3 principali programmi: il programma di advocay per sostenere i rifugiati palestinesi a livello locale e internazionale, il programma multimediale che comprende tre sezioni – radio, suono e video – e infine il terzo programma interessa gli aspetti sociali.
  2. Come avete conosciuto l’Arci? Quali sono le affinità e le differenze tra le due associazioni?
    La relazione tra Arci, Palestina e Palestinesi è molto lunga. Il primo progetto tra Arci e palestinesi del campo di Dheisheh è nato nel 2000. Prima ancora che Shoruq fosse costituita, con l’Arci sono stati portati avanti anche tanti altri progetti in collaborazione con altre organizzazioni che hanno riguardato soprattutto programmi multimediali e di advocacy. Quindi l’Arci è da sempre un’organizzazione che ci sostiene. Siamo felici di essere in Italia con la nostra delegazione. Ci presentiamo: io sono Nadim e sono il coordinatore del centro multimediale; loro, le ragazze, sono: Zanin 15 anni, Saba 14 anni, Lana 15, Sireen 16, Diala 15 e Jamila 15.
  3. Potete riassumerci le condizioni di vita del campo?
    In realtà io non sono nato nel campo, ma tutto la mia famiglia è nel campo e anche la maggior parte della mia vita si può dire che sia lì, dato che ci lavoro. Alcune delle ragazze ora vivono nel campo ma non sono nate lì perché non c’è un ospedale. Prima i bambini nascevano nelle case del campo di Dheisheh ma ora con le nuove tecnologie c’è la possibilità di andare all’ospedale di Betlemme.
    Nel campo vivono 15000 persone, il 40% sono bambini, più piccoli di 18 anni e che quindi hanno bisogno di cure particolari.  Molti sono i diritti che mancano, primo fra tutti il diritto di ritorno per i rifugiati palestinesi nei propri villaggi, che sono occupati dal 1948. Il campo non è la nostra casa, non è il posto in cui dovremmo essere, per cui pensiamo che il primo diritto per cui stiamo resistendo è quello di ritornare nei nostri villaggi. Ottenuto quel diritto gli altri verrebbero di conseguenza: il diritto di essere liberi, la libertà di trasporto, il diritto di spostarsi.
    Sireen: Per quanto riguarda l’istruzione, nel campo abbiamo due scuole, una per i ragazzi e una per le ragazze fino ai nove anni e dopo, per completare il ciclo di istruzione, andiamo in un’altra scuola. Entrambe le classi sono formate da più di 39 bambini ma le aule sono veramente piccole. Per quanto riguarda la salute abbiamo due cliniche con due dottori: uno per i bambini e uno per tutte le altre persone.
    Diala: Nel campo per lunghi periodi, soprattutto in estate ci viene tagliata l’acqua e siamo costretti ad utilizzare delle cisterne sui tetti delle nostre case. Al contrario, in inverno, restiamo senza elettricità.

  4. Chi sono gli interlocutori principali della vostra organizzazione?
    Il principale partner di Shoruq è Middle East Children Alliance che ha la sede negli Stati Uniti e che è stato fondato anche da Palestinesi. Ci sono tre palestinesi che lavorano in America e che provengono dal campo profughi di Dheisheh e sono gli stessi che hanno istituito Shoruq, insieme ad altri. Lavoriamo anche a dei progetti ma non è facile realizzarli in Palestina, perché con tutto quello che sta accadendo in Siria, e in generale con tutto ciò che sta succedendo nel mondo, le persone sono meno focalizzate sulla questione Palestinese, sebbene le nostre condizioni non siano migliori. Fortunatamente però noi abbiamo ancora qualcuno come l’Arci. Recentemente i progetti che abbiamo fatto con l’Arci hanno di nuovo reso vivo il centro multimediale: gli ingenti cosi di gestione del centro ci ha impedito di promuovere molti progetti, ma grazie alla vostra associazione è stato possibile realizzare un corso di fotografia per le ragazze, guidate da un fotografo professionista e un corso di hip hop e rap con un artista che ha formato le ragazze.
  5. Da quando è nata la vostra associazione, la condizione dei rifugiati palestinesi ha riscontrato maggior visibilità a livello internazionale?
    Nonostante la difficoltà nel realizzare progetti in Palestina, nel centro multimediale, grazie alla collaborazione con l’Arci, abbiamo realizzato dei video e delle foto che raccontano le storie di chi vive e lavora nel campo. Cerchiamo di promuoverli nel mondo, attraverso i social media, per mantenere viva l’attenzione sui rifugiati Palestinesi e sulle loro condizioni di vita che spesso rimangono in secondo piano a livello mediatico.
    Al contempo portiamo avanti molte attività durante la Nakba, il giorno della terra. In quell’occasione raccontiamo quello che succede attraverso tutte le tv e i giornali su cui scriviamo in inglese così che più persone possano leggerli. Infine l’ultima cosa che stiamo facendo, con la delegazione in Italia, è questo programma di scambio con le associazioni italiane. Molte persone che non sanno cosa succede in Palestina in questo modo possono confrontarsi ‘faccia a faccia’ con noi e con la situazione dei campi. Io credo negli esseri umani e nel potere della comunicazione e lo scambio diretti: quando si parla direttamente con le persone il messaggio è più vero e vivo, a volte internet non basta.
  6. Con le vostre foto e la vostra musica volete comunicare non solo rabbia e dolore ma anche la voglia di riscatto. Come trovate questa forza?
    Tutto quello che facciamo è importante anche se la nostra voce resta ancora troppo inascoltata. La Palestina è un piccolo stato ma crediamo che senza pace in Palestina, anche nel mondo non ci sarà mai pace. Tutto quello che facciamo con i bambini, con i rifugiati e con le donne è molto positivo ma siamo ancora una piccola organizzazione che ha bisogno di espandersi e lavorare di più anche fuori dalla Palestina. Proprio come quello che stiamo facendo con Arci. Non abbiamo fatto molto prima, lo abbiamo fatto negli Stati Uniti: un grande tour in sei stati e ora lo stiamo facendo in Italia. Lo abbiamo fatto in Antalia, in Turchia, con 10 ballerini di Dabka, una danza tradizionale Palestinese. Ad Agosto andranno in Francia per rappresentare la Palestina. Abbiamo bisogno di più situazioni come queste in modo che la gente possa conoscerci e vederci dal vivo, come è accaduto anche qui in Italia con il gruppo Hip Hop delle ragazze, grazie a cui le ragazze hanno potuto portare fuori la loro musica e la loro voce.
  7. Di cosa parlano principalmente le vostre canzoni?
    Diala: sette canzoni parlano di diritti umani e diritti delle donne, della nostra libertà, della necessità di rimozione dei bambini soldato e della nostra creatività. “The dream”, la nostra prima canzone scritta quando eravamo molto giovani, parla dei sogni che volevamo realizzare: “I want to be a doctor, I want to be a teacher…”
  8. Cosa vi ha più colpito del mondo Arci e delle persone che vi fanno parte? Cosa vi porterete maggiormente dietro da questa esperienza?
    Lana: l’Arci ci ha dato la possibilità di mandare un messaggio forte al mondo. Avremo modo di sviluppare questa bella esperienza nel campo di Dheisheh e questa è un’opportunità speciale per noi e ne siamo veramente felici. Nadim: Per ogni evento che siamo riusciti a realizzare ringraziamo tutti voi dell’Arci e vi ringraziamo anche per  averci ospitati. Abbiamo avuto l’opportunità non solo di aiutare il nostro paese ma anche di visitare un posto meraviglioso: siamo stati a Roma con gli Assalti Frontali, ed è stata un’emozione unica, soprattutto per le ragazze che si sono esibite per la prima volta in un festival internazionale: abbiamo provato sulla nostra pelle cosa significhi stare davanti all’attenzione di molte persone. Inoltre siamo stati a Buti, in una natura sorprendente. Ora siamo a Empoli, dopo essere stati a Cecina al Meeting Internazionale Antirazzista e infine andremo a Firenze. Abbiamo quindi visitato più di un posto e incontrare tante persone diverse è un’esperienza eccezionale per tutti noi, per le ragazze soprattutto, a questa giovane età. Pur avendo visitato tanti posti, tra cui Stati Uniti, Germania, Armenia, Grecia, non ho mai trovato persone ospitali come in Italia, specialmente le persone dell’Arci. Mi sono sentito come se anch’io fossi italiano. Questo è il mio posto, le persone dell’Arci sono come una famiglia: è sorprendente quanto amino la Palestina, perfino più dei palestinesi stessi. Siamo felici di essere qui con voi tutti, io e le ragazze. Speriamo di vedervi presto in Palestina, anche se come sapete non potremmo muoverci ovunque.

 

 

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