LA LISTA UE DEI “PAESI SICURI”: UNA NEGAZIONE DEL DIRITTO DI ASILO

LA LISTA UE DEI “PAESI SICURI”: UNA NEGAZIONE DEL DIRITTO DI ASILO

euromed.jpgBrussels /Paris, 26 May 2016

Il 30 maggio 2016, la Commissione Libertà Civili, Giustizia e Affari Interni (LIBE) del Parlamento Europeo discuterà gli emendamenti presentati in merito alla proposta del settembre 2015 per un regolamento della Commissione Europea finalizzato a definire una lista UE dei “paesi di origine sicuri”. Questa definizione implica che in questi paesi è rispettata la legalità e non dovrebbe esistere nessun rischio di persecuzione per i richiedenti asilo.

La Associazione Europea per i Diritti Umani, Euromed Rights e la Federazione Internazionale per i Diritti Umani avvertono sui rischi derivanti dall’uso del concetto di “sicurezza” nell’esaminare le richieste di asilo. Nessun paese può essere considerato “sicuro”. Adottando una simile lista, la Unione Europea e i suoi stati membri istituzionalizzeranno a livello europeo una pratica attraverso la quale i paesi membri possono rifiutare di ottemperare pienamente alle proprie responsabilità verso i richiedenti asilo, in violazione ai loro obblighi internazionali.

Finora, 12 dei 28 stati membri hanno una lista nazionale di “paesi sicuri”, ma le liste sono tutt’altro che omogenee. La proposta della Commissione mira a porre rimedio a queste disparità. I sette paesi che la proposta considera “sicuri” sono: Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Kosovo, Montenegro, Serbia e Turchia.

La Commissione intende usare lo stesso approccio per garantire che una lista comune di “paesi terzi sicuri” sia adottata per consentire che i richiedenti asilo siano rimandati indietro nei paesi per i quali sono transitati prima del loro arrivo nella Unione Europea, e dove essi dovrebbero “legalmente” depositare le loro richieste di asilo.

Con la giustificazione di razionalizzare e armonizzare il sistema europeo, la UE darebbe legittimità istituzionale a un abuso sul diritto di asilo allo scopo di controllare la migrazione. L’uso del concetto di “sicurezza” ha serie conseguenze sui diritti dei richiedenti asilo: esami sommari delle richieste di asilo, appelli non sospensivi, probabile rigetto della domanda, dichiarazione di inammissibilità della domanda nel caso di “paesi terzi sicuri”, e respingimento nel paese di origine. Nonostante la criticità del problema, nello stesso momento in cui tante persone cercano di avere accesso alla protezione internazionale nella UE, le nostre organizzazioni deplorano che la società civile non sia stata coinvolta a nessun livello in questa discussione.

La AEDH, EuroMed Rights e la FIDH si sono sempre opposte all’uso del concetto di “paese di origine sicuro” nell’applicazione della legislazione sull’asilo. Nessun paese può presumersi sicuro per tutti i suoi cittadini, non importa che le liste siano fatte dalla Commissione Europea o dagli Stati Membri. Le nostre organizzazioni lo hanno dimostrato attraverso relazioni regionali e paese, anche per tutti paesi che nei prossimi giorni la UE vorrebbe dichiarare sicuri.

Ci opponiamo a questa nozione che, noi crediamo, è contraria al principio di non discriminazione sulla nazionalità che è iscritto nel diritto internazionale. E facciamo appello al Parlamento Europeo e al Consiglio a rigettare l’adozione di questo regolamento.

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