RIFUGIATI SGOMBERATI DA IDOMENI

RIFUGIATI SGOMBERATI DA IDOMENI

Report di Sara Prestianni, ufficio Immigrazione Arci

Gli autobus partono a decine dal campo di Idomeni, scortati da macchine della polizia greche, carichi di rifugiati, raggiungono i campi di accoglienza nelle periferie di Salonicco e Atene. Nel campo di Idomeni, reso inaccessibile a volontari e giornalisti, lo sgombero continua anche mentre scriviamo. Per ora pacifico. I rifugiati sono fatti uscire tenda per tenda. Subito dopo una ruspa distrugge tutto ciò che rimane del loro passaggio. sgombero-idomeni-09.jpg

Il governo conta di svuotare il campo in 48 ore. Per ora sono stati portati via quelli che non hanno fatto opposizione, ma già dai giorni precedenti allo sgombero il clima di tensione era palpabile. Con decisione random la polizia chiudeva l’accesso al campo. I rifugiati sono stati portati all’esasperazione perché non si opponessero, stremati, allo sgombero.

Una voce da un altoparlante ripeteva in kurdo e arabo che dovevano lasciare il campo, se non  volevano essere costretti con la forza.  Una giovane donna siriana si sfoga “Non voglio andare in un altro campo, perché non voglio restare in Grecia. Mio marito è in Germania. Andare in un campo di accoglienza militare sarebbe allontanarmi ancora di più dalla frontiera, avere orari di entrata ed uscita, stando nelle stesse condizioni miserabili in cui sono ora”.

Viste le condizioni dei centri di accoglienza –  100.000 posti trovati in pochissimi giorni dal Governo su pressione dell’Ue – è facile capire perché nessuno se ne vorrebbe andare. Capannoni militari, stadi o aeroporti abbandonati riempiti di tende sono i nuovi centri di accoglienza. L’Unione Europea sta di nuovo strozzando la Grecia, questa volta non sulla pelle dei suoi abitanti,  ma su quella di migliaia di rifugiati che si trovano bloccati nel paese.

Nessuno dei rifugiati rimasti nel limbo greco, dopo la chiusura della frontiera macedone e l’accordo Ue-Turchia,  vuole restarci, ma essere a Idomeni significa conservare la speranza di potersene andare. Vivere accampati alla frontiera macedone significa sperare di riuscire a passare. Allontanarsi dopo mesi di resistenza nell’inferno di Idomeni significa rassegnarsi.

Quei pochi che hanno ancora soldi si affidano ai trafficanti, ma la maggior parte viene respinta. Quasi tutti avrebbero diritto a entrare nel processo di ricollocamento, essendo soprattutto siriani, ma il sistema non funziona. Tutti sanno che l’unico modo per raggiungere altri paesi europei è farlo con i propri mezzi. Ma molti non hanno più niente, nemmeno la speranza, e dicono di voler tornare nei loro paesi, pur sapendo che questo significherebbe per molti andare incontro alla morte.

A Idomeni ormai restano solo donne e soprattutto bambini. Chi temeva uno sgombero violento ha lasciato il campo la notte prima, spostandosi in altri campi informali creatisi attorno alle stazioni di benzina. Alcuni sono lì da 3 mesi, altri sono arrivati dopo l’annuncio dello sgombero. Qui non c’è nemmeno l’acqua. Il proprietario della stazione di benzina fa pagare 5 euro una doccia e il costo dei beni di prima necessità è aumentato. Temono anche loro di essere sgomberati.

L’Europa sta tendendo in ostaggio più di 50.000 persone in Grecia, facendo dello sgombero di Idomeni il simbolo della sua fermezza politica. Quando invece, a vederlo da vicino, lo sgombero e l’agonia a cui sono costretti i rifugiati è l’ennesima prova della morte dell’Europa dei diritti e del buonsenso.

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