UNA RAI A MISURA DI GOVERNO

UNA RAI A MISURA DI GOVERNO

Il Senato ha approvato ieri sera anche la riforma della Rai, e Renzi si congratula con il Parlamento per la rapidità del suo lavoro. Non importa se anche di questa riforma gran parte dell’opinione pubblica sappia poco o nulla, se nessuna delle proposte avanzate dai movimenti e dalle opposizioni sia stata  accolta. Quel che conta è il risultato e per il governo, alla vigilia di importanti elezioni amministrative e di un referendum costituzionale determinante per la sua sopravvivenza, il risultato è veramente ghiotto.

La Rai passa infatti alle sue dirette dipendenze, altro che  “Rai sottratta ai partiti e restituita ai cittadini”, come Renzi prometteva solo qualche mese fa. I due pilastri dell’autonomia e dell’indipendenza dei servizi pubblici, fonti di nomina e finanziamenti, passano infatti sotto il diretto controllo del governo. Da oggi la Rai sarà guidata da un amministratore delegato con poteri enormi, nominato dal ministero dell’Economia e dunque dal governo. Potrà scegliere i direttori di rete e di testata, senza che il cda (che sarà composto da 7 membri e non più da 9: 2 di nomina governativa, 2 nominati dal Senato, 2 dalla Camera e uno dagli interni Rai) possa bocciarne le scelte, ma solo esprimere un parere. Soltanto  sulle proposte relative ai direttori di testata i consiglieri potranno avere un peso,  ma in questo caso servirà  la maggioranza dei due terzi.

Il nuovo Dg avrà mano libera anche sui contratti fino a 10 milioni, potrà assumere e promuovere dirigenti e  giornalisti, decidendone la collocazione.

Per quel che riguarda i finanziamenti, con la legge di stabilità il governo si prende anno per anno il controllo delle risorse, ovviamente uno degli strumenti più forti per condizionarne la gestione e le scelte editoriali.

La commissione di vigilanza conserva il solo ruolo di indirizzo generale, mentre il contratto di servizio durerà ora 5 anni e dovrà avere il sì preventivo del consiglio dei ministri.

Siamo di fronte a un provvedimento regressivo, che fa terra bruciata di anni di battaglie per una Rai realmente pubblica, libera  e plurale, e  che indebolisce  fortemente l’articolo 21 della Costituzione. D’altra parte, di quest’uso disinvolto dell’informazione già se ne vedono gli effetti. I dati ci dicono che mai governo e maggioranza hanno avuto tanto spazio in televisione. Quella svolta autoritaria, che in tanti paventano, si arricchisce di un altro fondamentale tassello e se già nelle classifiche mondiali che monitorano la libertà di informazione siamo in coda alle classifiche, con questa riforma precipiteremo ancora più in basso.

E’ tempo di tornare ad assumere la libertà di informazione come uno dei temi principali su cui mobilitarsi, manifestando il dissenso politico e culturale che c’è ed è diffuso.

L’Arci, da sempre impegnata su queste tematiche, è pronta a fare la sua parte.

Roma, 23 dicembre 2015

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